La bella addormentata.

 

 

Tratto da: La bocca della verità.    La bocca della verità. (cap. 3)

 

La bella addormentata

 

Sono le nove di sera, i minatori hanno sistemato quattro potenti fari, due per parte, sui tetti delle case più alte ai margini per illuminare l’arena, altri fari disposti all’esterno intorno al villaggio sono puntati verso il cielo, le luci hanno colori iridati e vagano nell’aria in un’apparente disordine per incontrarsi ogni tanto al centro dove proiettano fasci di arcobaleni da tutte le parti. A prima vista sembra un apparato antiaereo in attesa del bombardamento, infatti sul momento, a trecento metri dal suolo, passano tre caccia Apaches dell’aviazione americana in formazione a cuneo con un rombo di tuono, compiono un giro di perlustrazione sopra il villaggio con tutte le luci accese e si allontanano in direzione di Napoli, subito dopo arriva un elicottero dei carabinieri, si sofferma per un minuto a guardare tra i fasci di luce che gli girano intorno e anche questo se ne va.

Sul soffitto dell’arena la notte è accesa di stelle grandi e piccole, tutte pulsano tremolanti in attesa. Le finestre del villaggio per il momento sono socchiuse, i suonatori sono disposti ad arco di fronte alla pista per il balletto, sul sopire cadenzato delle pale dell’elicottero che si allontana si sentono tocchi di chitarra, battiti di tamburo, qualche colpo di tosse, poi silenzio.

Il corteo della processione è in attesa fuori dal villaggio sulla strada che arriva dal cimitero, i ballerini sono vestiti di piume dai più svariati colori, le femmine con tuniche corte a mezza coscia dal petto scoperto in scollacciati decolleté oppure aperti in diagonale con un seno fuori ed anche con corpetti che cadono a ricoprire i seni e succinte minigonne, i maschi a torso scoperto, braghe attillate sopra il ginocchio o bande simili a gonnellini che coprono appena i genitali, tutti hanno penne multicolori intrecciate tra i capelli e calzano mocassini di pelle morbida da pellerossa americani.

La bella addormentata è coricata su una portantina vestita da madonna, il capo coperto, sorretta sulle spalle da quattro ballerini, davanti le sei suore in nero, coi copricapi a corno, dietro gli altri in attesa.

Teresa inizia a cantare accompagnandosi alla chitarra con pennate della mano aperta, la voce melodiosa ed aspirata e la processione si incammina verso la fontana.

 

Dolce morir di questa lama

Fiamma d’amor tra le tue labbra

Lingua piantata alla mia fama

Che in ghiaccio e furor aveva ombra.

Scioglie il dolor il sangue in vento

Parole a volar dai prati in fiore

Alle stelle lassù con ali in canto

Lacrime e risa, dei tuoi occhi il colore.

Mentre si lancia in un intermezzo di larallallà che ripetono il motivo della strofa il corteo raggiunge la fontana e Caterina viene posata sul piano disposto in precedenza.

Teresa continua:

 

                                 Dolce morir di questa lama

Dente di serpe c’azzanna il cuore

Gelo e calor della tua trama

Follia a danzar sul fuoco d’amore.

Pazza a mutar la carne in voce

La vita in sogno, del ver l’ebbrezza

Cenere muta a covar la brace

Solo per me di una tua carezza.

Dolce morir di questa lama

Che all’eterno andar il soffio chiama.

La cadenza nostalgica della lagna ha fatto venire a tutti i lucciconi agli occhi, sulle ultime parole i ballerini che la portavano hanno sollevato la gonna alla Madonna scoprendole la figa, nel silenzio che segue tutte le finestre del villaggio si aprono ed i minatori si affacciano ad osservare allibiti, poi esplodono in una risata generale, si sentono ah ah ah modulati dai bassi scorrere dai baritoni ai tenori e poi continuare nelle risate di contralti e soprani che spruzzano argentine in tutte le direzioni. Le suore si son sedute sulla base della fontana con i rosari in mano, Sherlock vestito in frac nero con le code, il violino già sulla spalla è in piedi sopra un rialzo, il nerone seduto al suo tronco tra lui e le suore, i ballerini han fatto cerchio intorno.

Le suore, timidamente, iniziano a recitare il rosario in latino, ave Maria gratia plena dominus teco… Sofia con la mano le fa cenno di rallentare un poco poi inizia a strusciare con le mani sulle pelli del tronco, fa un colpo sopito a cui segue una carezza per passare ai battenti più alti ed al fondo fa leggermente tintinnare i sonagli, torna indietro sopendo i suoni e con gli occhi fa cenno alle suore di seguirlo, quindi riprende a salire variando le battute delle rullate. Le suore hanno tonalità dal gracchiante roco al femminile aperto, recitano di getto ancora bloccate dalla timidezza, si intonano al ritmo dei tamburi prima sussurrando e poi salendo, i suoni si fondono armonizzandosi tra loro in un frusciare di onde baciato dalle voci sul tintinnare dei sonagli.

Tutti guardano Sherlock, il violino appoggiato alla spalla che con l’archetto segue i movimenti del ritmo. Regola principale per la poesia come per la musica quando si improvvisa è immedesimarsi nella parte. Con le lunghe dita affusolate della sinistra inizia a pizzicare il cantino quindi si ritrova in cima al ghiacciaio di un’alta montagna, il suo profilo spicca nella notte stellata mentre aquile maestose gli volano intorno con lenti battiti d’ala, il ghiaccio è duro, inizia in sordina con una scala in crescendo poi continua con lunghi scivolamenti d’archetto stridendo suoni alti a caso su due corde, continua la scala in discesa ed al fondo riprende a stridere doppio, questa volta basso, allunga per tutta la misura dell’archetto, su e giù, passa agli alti sempre stridendo, un lungo lamento…il ghiaccio si incrina ed inizia a sciogliersi, scivola lentamente sui suoni del violino verso il basso, arrivati al fondo incontra la roccia e inizia a gocciolare, l’archetto rimbalza sulle corde seguendone i movimenti, le gocce aumentano, si forma un rivolo d’acqua che scende zigzagando tra le rocce con acuti di violino, incontra altri rivoli e si ingrossa gorgogliando, seguono scivolamenti lunghi sulle corde con le dita per raccoglierli tutti mentre l’arco seghetta le corde screziandone i suoni ad ogni svolta, il flusso arriva ad una parete a picco e precipita in una cascatella gorgogliante che aumenta di velocità frantumandosi contro i rilievi e speroni di roccia che incontra nella caduta, i suoni accelerano poi si bloccano ed esplodono scivolando in acuti casuali per riprendersi precipitando, arrivati al fondo spruzzano da tutte le parti, si forma un laghetto, il violino ne traccia i contorni poi fa zampillare l’acqua che cade quindi continua a scendere verso la valle, ora da tutte le parti arrivano rivoli gorgoglianti ingrossando il tema centrale, il violino stride i suoni dall’alto al basso velocemente facendoli scorrere nel mezzo sempre zigzagando sulle scale, il nerone ha accelerato il ritmo, le suore ormai prese loro malgrado lo seguono, i loro suoni escono inarticolati come sospiri marcando lo scorrere del onda.

Sherlock è immerso nella parte, nessuno lo fermerebbe più, il torrente scende impetuoso ingrossando ad ogni metro con lunghe scivolate del violino terminanti con pizzicati e rimbalzi dell’arco sulle corde, dopo una sinuosa discesa torna a precipitare festante giù per un canalone, i suoni si spezzano gorgogliando, due soprani nere di carbone affacciate ad un balcone sulla piazza ne seguono la caduta con degli ah ah ah ed ih ih ih gorgheggianti e contrappuntati in sordina, altri due tenori neri sul balcone a fianco, sempre in sordina per non coprire il violino, mormorano dei mmm sospirati di sottofondo, arrivati al fondo del canalone il torrente si scontra in una pietraia disperdendosi lungo la discesa in centinaia di rivoli, il violino cerca di tenerli a bada tutti con veloci scivolate sulle quattro corde sviando ogni volta tre o quattro note per corda aggiungendo stridi da far accapponare la pelle dove l’acqua scorre più veloce, altre soprane si aggiungono marcando gli ah ah ah ed ih ih ih in sordina, finita la pietraia si riforma il torrente ancora ingrossato, il ritmo accelera, Sofia rulla con le mani su e giù facendo continuamente risonare i sonagli, le suore continuano il rosario pronunciando solo più le vocali prolungate sulle consonanti ed allungate in vocalizzi a caso sul picco dell’onda, dalle finestre del villaggio i bassi modulano lunghi oooh sospirati in sordina sopra cui scivolano quelli dei baritoni e sopra ancora i mmm dei tenori e su tutto le risate dei soprani, da ogni parte della montagna si vedono precipitare cascate argentate dalla luce delle stelle, il torrente in fondo scende dritto verso valle seguito dal violino, l’archetto passa da una corda all’altra di misura mentre le dita scivolano sulle corde velocemente in lunghi guizzi vibrati, sui bassi e sugli alti si lancia in frettolose ariette zigzaganti poi riprende a scivolare alternando brevi stridi sgraziati e volutamente stonati per contenere il fiume arrivato a valle, prosegue in una lunga corsa poi sullo scivolare melodico argentato dalle risatine delle voci dei minatori decolla in direzione delle stelle.

Il violino si è messo a parlare sull’onda del fiume che sale, le sue dita sfiorano i tasti ogni volta pronunciando cascate di scintille che precipitano seguendo a scia, arrivati sopra le nuvole, al soffio del vento cantato dai minatori continua a salire girando sul mondo, arrivati alle luci di Mosca si lancia in un forsennato Casaciò, in vista di Tokio varia il ritmo all’orientale pizzicando le corde come su uno shemisien per volgerlo ad un indiavolato boogie voogie passato l’oceano in vista di Seattle, continua così fino a New York poi tornati in Europa si lancia in un furioso can can in vista di Parigi, riprende con una tarantella sfrenata quando ormai della Terra si vede solo un puntolino.

Le stelle si aprono sui ruggiti del violino ormai impazzito, la Corale del villaggio esplode in un mare di luce, le onde delle stelle fluiscono scontrandosi con i suoni, si sollevano in un apoteosi di spruzzi, vocalizzi di soprani, trilli del violino, tintinnare di sonagli, solfeggi di tenori in un crescendo esplosivo. Tutto tace di colpo. Con una cascata di suoni zigzaganti dagli alti ai bassi il violino precipita atterrando nell’arena.

Tutta l’orchestra si è messa a suonare a ritmo sostenuto, le onde si frangono sul tintinnare di piatti e sonagli, le chitarre soliste ed i fiati si lanciano in eccitanti dialoghi in contrappunto formando cerchi musicali dentro i quali onde sinuose entrano ed escono ogni volta spruzzando noterelle a caso sui toni alti, il basso rimbomba nel gioco sfumando i picchi delle percussioni, l’organista contiene tutte le sonorità vibrando con una mano sul fa maggiore e con l’altra giocando sui tasti al movimento dell’onda, il violino si intromette negli assoli zigzagando negli spazi che trova liberi. I ballerini si sono disposti nel doppio cerchio girando al contrario, i maschi sollevano le femmine portandole in avanti in contro passo, queste ogni volta strillano agitando fazzoletti spumosi e tamburelli per aria tra strilli goduti, si vedono le labbra della figa aprirsi sbrodolando sulle penetrazioni della musica. Guappo e Bastarda in mezzo sono ai preliminari, lui in calza maglia nera con ricami iridati che riflettono le luci aderente su tutto il corpo e lei con un tutu bianco col gonnellino corto e vaporoso, lei ruota sulle punte agitando le braccia ad ali e saltando come volesse prendere il volo, lui le piroetta intorno afferrandola per la vita ogni volta che si alza per deporla dolcemente a terra e poi l’abbraccia e ruotano una nelle braccia dell’altro sempre in moto inverso sincronizzati coi giri del balletto. Dalle finestre del villaggio si vedono accendersi girandole pirotecniche che fanno piovere cascate scintillanti. Gennarino, accompagnando con la chitarra, inizia a cantare col coro dell’orchestra:

Ehilà minchioni state a sentire questa

Coro (Testa lesta pesta festa )

che cazzo ci avete in quella testa?

(Cazzo pazzo razzo lazzo)

olè, belle parole, solo belle parole

(lole fole sole sole)

fuori dal culo che c’è solo merda

(mirda morda murda marda)

cento miliardi uno più uno meno quanto fa?

punto a capo, virgola, interrogativo ed esclamativo, pausa di checcazzoneso,

abitudine tempo e fine trasmissione, arrangiamento in corso, cambiare gioco

(fuoco cazzo fuoco figa)

Una bella risata che bello palpar tette sui tetti tra le antenne a far come i gatti

Ad annusar fighe dove ci pare che tanto è oggi e domani chissenefrega.

(brutto grasso giuda frega)

Sulle parole Guappo e Bastarda iniziano le figure erotiche, lei non riesce a trattenersi dal ridere e sembra restia, lui la prende di forza, cadono a terra, rotolano abbracciati zampettando con le gambe per aria, si strusciano i piedi mentre lui le bacia il collo e lei gli arruffa i capelli con ampie volute delle braccia, si rialzano, girano con lei le gambe avvinghiate ai suo fianchi ed il corpo abbandonato che fluttua…Gennarì continua a cantare:

 

Fatta la valigia prendo il treno (cazzo figa) oppure l’aereo e se non va faccio

un salto ed arrivo lo stesso (figa cazzo) l’importante è volare sui fiori tra i rami

più su tra le nuvole (cazzo figa) un giro intorno al sole un tuffo nel mare anche

i pesci ce l’hanno (figa cazzo) e poi sopra l’onda la spuma il sorriso, giocare

danzare cantare (scopare scopare) da non poterne più e ancora a passeggio

sull’uva ubriaco di vita, (scopare scopare) giovinezza che bello, un fiume di vino

ballare cantare (scopare scopare) una festa, musica, poesia, chi tiene il pennello

ci mette i colori (scopare scopare) e la fantasia torna a volare (leccate pompini)

l’orgia e l’incendio (scopare scopare) serenata ai balconi delle stelle (cazzo figa)

tirate su sta cazzo di scala che voglio salire sui raggi di luna un tappeto volante

tempesta uragano a cavallo del fulmine una freccia nel culo del mondo (danzare cantare)

scopare scopare

Dentro la figa danzante Bastarda sta cavalcando sul cazzo di Guappo coricato a terra, al ritmo dell’onda si sollevano mentre lui le accarezza il corpo e lei ondula il corpo e le braccia, accelerano, si rialzano e si lanciano in una pecorina sfrenata, girano e lei smania col corpo mentre le ballerine strillano più forte ormai lanciate per aria ad ogni passo in una figa sempre più accaldata. Gennarì continua:

 

La tavola è imbandita, facciamo festa, mangiare

(cagare pettare ruttare ruttare)

Fuori gli uccelli dalle gabbie, poesia

(cazzo duro figa intriga)

Ballerini e suonatori s’attaccano al coro

(scopare scopare danzare cantare)

e gli altri fan la fila fin dove arriva

(cantare danzare scopare scopare)

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Sull’ultima strofa della canzone Guappo e Bastarda si sono lanciati in uno sfrenato corpo a corpo roteando e rimbalzando contro i ballerini del cerchio, sono ambedue presi nella parte, danzandosi addosso si artigliano gli abiti che in molti punti sono già strappati, infine si portano al centro e sul silenzio della voce, in un estasi finale, la poesia feconda con gran spruzzi dei ballerini che scompigliano il cerchio allontanandosi in tutte le direzioni.

Il ritmo accelera, gli assoli riprendono a duellare sulle onde, mentre nel cielo si vede esplodere qualche fuoco d’artificio le voci del villaggio riprendono i cori della canzone, si sente scopare scopare ondulare di volume dai bassi ai baritoni ai tenori poi continuato nelle vocali o a e modulate a caso in contrappunto mentre i soprani le prolungano con le solite risatine argentate aggiungendo vocalizzi acuti ed eccitati sullo spruzzare delle onde. Bastarda è rimasta sola, davanti alla fontana figura la gestazione, si scopre i seni, si scioglie i capelli che aveva legati a crocchia, se li sparpaglia accarezzandoli sul corpo poi pigiando voluttuosa e girando sulle punte inizia a gonfiare con ampi gesti delle braccia, si abbraccia e si riapre ancora più larga, con le mani si prosegue nell’aria, si riabbraccia e si riapre, quando è ormai dappertutto tornano i ballerini roteando a uova come se uscissero dal suo gonnellino.

Il ritmo accelera, sulla melodia esperta del violino gli assoli delle chitarre e dei fiati si sono abbandonati a contrappunti di fantasia pennellando l’aria di spruzzi di tutti i colori sopra i quali scorrono i vocalizzi del villaggio, un mare di musica che frange le sue onde alzandosi a fontana sopra l’arena, dal cielo anche se invisibili si vedono numerose fate arrivare volando sulle loro scope magiche, tutte vestite di veli trasparenti, atterrano sui tetti per guardare lo spettacolo. Il mare curioso si è ingrossato insinuando la sua lingua nel porto e poi su facendola scrosciare nella piazza, la ritira e la rimanda ogni volta più grande, proprio come fa il cazzo quando diventa duro. I ballerini si sono rialzati formando due cerchi separati, i maschi in uno e le femmine nell’altro, ruotano sempre al contrario toccandosi come ruote dentate in un orologio. Le due contadinelle sono uscite allo scoperto, han buttato le scarpe e scalze, tenendo la gonna sollevata, si son messe a ballare da sole la tarantella davanti ai cerchi. Guappo è in mezzo alle femmine e Bastarda ai maschi, ambedue iniziano a prendere un ballerino nel loro gruppo ed al ritmo sfrenato dell’orchestra si lanciano in figure erotiche, poi li lasciano e ne prendono altri variando le figure mentre quelli lasciati escono dal cerchio e ballando tra loro continuando il tema di scopare scopare rimbombato dalle voci del villaggio si dispongono in un ovale come un cazzo che si allunga da due balle spingendo in avanti le due contadinelle come uno spruzzo. Quando i due cerchi si sono esauriti Guappo e Bastarda si ritrovano e corrono ad abbracciarsi.

Il ritmo accelera, le percussioni hanno il ritmo di un cuore indistruttibile che batte all’impazzata, tre tu tu tum velocissimo in avanti con quarto scandito da gran fragore di piatti e sonagli e tre indietro al silenzio, a turno si lanciano in rullate frenetiche ed interminabili rimbombate sulle scale dal basso che le segue a volo coprendo i vuoti, gli accompagnamenti e l’organo iniziano la successione di semitoni questa volta suonandone quattro veloci ogni volta poi tornano indietro di tre e ne fanno altri quattro ogni volta salendo di uno e accelerando con le percussioni, gli assoli sono al trillo del diavolo, ognuno è il suo strumento e come impazzito suona per sé, suoni screziati dai distorsori, melodie che si perdono sfumando in lunghe fughe all’impossibile, lunghe cavalcate su una nota sola fatta risonare ogni volta diversa, i fiati ululano giocando sulle scale tra gli squilli della tromba alla carica, Guappo e Bastarda sono entrati tra i ballerini ed adesso tutte le coppie ballano facendo a gara a chi è più bravo allacciandosi in figure erotiche ogni volta diverse, tutte le case del villaggio sono coperte da cascate pirotecniche, nel cielo i fuochi artificiali esplodono fondendosi con il ritmo della musica in accelerazione, le voci di bassi e baritoni nei vocalizzi ondulati di scopare scopare, altri vocalizzi più acuti di tenori e risate di soprani mentre i più bravi si lanciano in improvvisazioni melodiche duellando con gli assoli dell’orchestra. La lingua dal mare si è ingrossata, sulla cresta dell’onda che entra nella piazza ci sono tritoni e sirene con il corpo squamato e la coda di pesce che danzano, ad ogni ondata ne arrivano di nuovi, i tritoni hanno torce che agitano nella mano e come i mangia fuoco sputano dalla bocca lunghe fiammate, le sirene cantano con gli ultrasuoni, il suono non si sente ma si vedono lunghe linee luminose intrecciarsi nell’aria con le fiammate dei tritoni. Le fate volano sulla fontana di musica e colori che si alza dalla piazza cantando con la voce della natura, uragani, tempeste, eruzioni di vulcano, stelle che esplodono. Le suore sedute alla base della fontana battono le mani a ritmo, due di loro si sono alzate e tenendo la sottana della tonaca sollevata si sono messe a ballare in mutandoni. Sulla fontana la bella addormentata con la figa aperta che guarda, davanti a tutti le due contadinelle che ballano sfrenate.

Salto di ottava, la musica e la corale incendiano il villaggio, un lungo getto di fuoco si alza a fontana, i ballerini han sciolto le coppie ed ora ognuno si unisce con chi gli pare ballando scatenati, molti sono allacciati a terra, si vedono piume volare da tutte le parti. L’onda del mare è aumentata e sulla cresta tritoni e sirene prolungano le loro voci intrecciando fiamme e linee di ultrasuoni luminosi che danzano sopra la fontana creando un groviglio nebuloso intorno al quale ruotano cantando turbinose le fate, due di loro scendono nell’arena e prendono le due contadinelle portandole a danzare sopra la fontana, a cavallo di un lampo accecante che saetta giù tra i fuochi artificiali che esplodono in cielo si vede arrivare Amore, nudo, ricciolino e più bello che mai con un gran cazzo duro e l’arco in mano, atterra sulla fontana tra le due contadinelle che subito iniziano a danzargli intorno festanti, ballando anche lui si mette a tirare frecce verso il cielo facendole esplodere in figure fantastiche di amplessi amorosi che si sciolgono piovendo a terra in cascate pirotecniche poi prende l’ultima, bacia la punta e senza mirare la tira dritta nella figa della Bella Addormentata.

I ballerini sono tutti sdraiati a terra allacciati tra loro coi vestiti laceri che si agitano allo stremo, i suonatori arrossati e sudati continuano a suonare ormai senza più ordine ne ritmo, le voci del villaggio lanciano un ultimo possente grido tutti insieme e subito dopo nella piazza fanno irruzione camionette dell’esercito con le sirene spiegate e altri a piedi con la divisa da marines americani arrivano dal porto, qualcuno spara raffiche di mitra per aria, altri entrano nel balletto interrompendo le musiche.

Nel silenzio che si crea si sente prima una voce imperiosa amplificata da un megafono gridare: “Che cosa sta succedendo qui?” e subito dopo la voce di Caterina, con la schiena sollevata, rispondere: “Qualcuno mi aiuti, mi sono cagata addosso.”

 

violino-bianco

 

 

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