Lo zio Sam.

(Da Il ciuccio di Lilli.)    Cap. 2

2b

“Aspetta, la scena non è finita.”

“Cosa c’è ancora?”

L’atmosfera è diventata opprimente, la sensazione che si prova di notte ad entrare in un cimitero abbandonato dopo aver visto un film di fantasmi, sembra di essere sul palcoscenico di un teatro, il nostro tavolino sotto il riflettore, tutto intorno il buio dove sono nascosti miliardi di spettatori a guardare col fiato sospeso e di fronte il televisore che ha ripreso a scoppiettare di interferenze.

Poco prima del traguardo la corsa si interrompe per degli spot pubblicitari, si vede una favela brasiliana con uno stuolo di bambini cenciosi che giocano a pallone tra le immondizie, poi il cortile di una missione in Africa con altri bambini seminudi ed emaciati che guardano verso il pubblico con occhioni imploranti, segue la voce di Lilli alla televisione dire: “I bambini poveri hanno bisogno di medicine, che cosa aspetti a mandare soldi?”…c’è una pausa ronzante di interferenze e la voce di Lilli, rivolta alla Lilli seduta al tavolino, con tono doppio mezzo uomo e mezza donna riprende: “Che ci fai con quel pezzente?…torna da me!…”

Le interferenze aumentano ed il buio e la solitudine si sono infittiti, adesso sullo schermo si vedono solo righe zigzaganti sfrigolanti di elettricità, le interferenze si dispongono su più piani ed iniziano a formare delle figure tridimensionali, accenni di figure che si rincorrono da un lato all’altro e poi tornano indietro come se rimbalzassero su pareti invisibili, le immagini rallentano e si concentrano al centro, si inizia a vedere una tomba, un sarcofago che si scoperchia lentamente, dentro c’è una montagnola di polvere che in un soffio si compone in uno scheletro, il cranio si solleva occupando tutto lo spazio del video, sopra la testa gli cresce un cappello a cilindro che le interferenze disegnano a stelle e strisce come la bandiera Usa e sulla sua fronte si stampa lampeggiante il simbolo del dollaro, sbatte le mandibole a vuoto e con una voce cavernosa e rimbombante che prende forma nel ronzare delle interferenze dice:

“Io sono il Barone SAM… EDI… Rothschild…”

il nome rimbomba echeggiando a vuoto nel buio intorno al tavolino e oltre verso il pubblico sterminato poi torna indietro e nuovamente dal televisore dice, guardando verso me con le orbite vuote: “Come stai figliolo, sei contento di rivedere il tuo caro zietto?…l’appuntamento è per domani sera alla seduta spiritica, non mancare, a presto…”

L’immagine si scompone, il palcoscenico scompare e torniamo nella sala del bar, gli avventori al bancone osservano tifando le moto che tagliano il traguardo, Lilli mi si è seduta in braccio, le gambe e le braccia arricciate dalla pelle d’oca.

“Cos’è stato?” chiede mal celando l’ansia nella voce.”

“Parole, solo parole…”

Parole, un universo fatto di lettere che si possono comporre a piacere, il canone sviluppa la figura dell’eco, il paese dei campanelli, un villaggio inglese qualsiasi, le case, le strade, le macchine, le chiese col campanile, gli abitanti e tra questi le comari pettegole che cicalecciano dalle finestre sollevando un atmosfera di frasi, periodi, discorsi che si muovono ridondando come campane seguendo la direzione dalla trasmittente alla ricevente e viceversa.

Il nome è uno, la forma è universale, dalla figura si vede una trasmittente nome comunicare ad una ricevente forma suddivisa in fasce statistiche dopodiché la forma invertirsi in trasmittente e rispondere.

Nell’arena mondiale si sente una voce gridare: “Porco dio! Non parlate tutti insieme che non si capisce un cazzo!”

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