Esmeralda.

capriole nell'erba

 

Era un giorno d’estate verso mezzogiorno, al Valentino c’era il sole, le aiole sembravano tavolozze spalmate di fiori multicolori, le fontane sprizzavano i loro getti con allegria e si sentiva un gran vociare di bambini che giocavano nei prati.

In quel periodo mi ero stufato di leggere ed avevo ripreso il trip della fotografia che da giovane avevo imparato e poi messo da parte, mi piaceva fotografare le gocce d’acqua, gli insetti sui fiori, gli uccelli in volo, le luci della notte ed i bambini. L’età mi aveva travolto con cingoli da carro armato ed il mio codice estetico m’impediva d’imitare il comportamento dei maiali ed allora cercavo la bellezza nelle immagini, i bambini si prestavano a meraviglia, li sorprendevo in pose naturali che poi al computer trasformavo in elfi e ninfette che giocavano nel classico loco ameno.

Ero appostato in caccia, i nervi all’erta, l’istinto della tigre scorreva vento sulla pelle con la macchina fotografica pronta a colpire quando notai una vecchia zingara cenciosa tutta vestita di nero che avanzava facendo la spola tra le persone per chiedere l’elemosina con la mano tesa. Abbassai l’obiettivo, emanava una pena che sfiorì la magia della caccia e aspettavo che si togliesse di torno ma quella sembrava farlo apposta e stava proprio sulla traiettoria del gruppo di bambini che stavo puntando, si muoveva a zig zag ed intanto si avvicinava.

Non ho niente contro gli zingari, sono un effetto ed il male andrebbe ricercato nella causa che li costringe a fare quella vita, chiunque nascesse in un accampamento si comporterebbe come loro, è una questione di imprinting proprio come avviene nei modi raffinati dei nobili, si vede gli altri farli ed il resto è conseguenza.

Notai una certa finezza nei suoi movimenti, era magra, aveva il portamento eretto ed avanzava a saltelli come fanno le ballerine. In quel momento ricordai un racconto di Leskov, “Il viaggiatore incantato”, dove una bella zingara abile ballerina che faceva un sacco di soldi viene venduta ad un principe e poi quando questo si stufa si annega per gelosia, una morte all’Ofelia.

Non raccoglieva gran che, quel mattino erano già passati almeno una ventina di accattoni a battere la piazza, la gente si voltava per non guardarla o la cacciava con male parole, lei continuava imperterrita, oramai erano rimasti solo due anziani su una panchina ed un giovane pittore che stava dipingendo il castello, gli anziani le diedero una monetina, lei ringraziò ed il pittore si rivoltò le tasche facendole vedere che era in bolletta ed eccola qui.

Il viso vecchio e raggrinzito da una fitta ragnatela di finissime rughe, gli occhi spenti e acquosi, pose la mano e con voce querula, da suora abituata a recitare il rosario chiese: “Me lo dai un soldino? Per i bambini, han tanta fame.”

Dimostrava una sessantina d’anni e puzzava da fare schifo, la bocca piena di denti d’oro, chissà da quante bocche di morti eran già passati, negli accampamenti ci devono essere dentisti molto abili, dev’essere un segno di distinzione quello dei denti d’oro, la psicologia degli zingari, non c’è bisogno di guardar  lontano.

L’istintivo fastidio di dover fare una cosa che non dovrebbe esistere, il ricordo della zingara di Leskov mi aveva raddolcito, provai a scherzare come faccio di solito e le dissi: “Ti do la monetina ma tu cosa mi dai in cambio?”

Lei mi guardò con aria completamente disinteressata, tese ancora la mano gemendo lacrimosa: “I bambini, una monetina per i bambini…”

Sti cazzo di bambini, non dovrebbero esistere elemosine per i bambini, non ero scemo da non sapere che era solo un commercio come tanti altri ma non lo facevano solo gli zingari quindi rimasi sullo scherzo e ribattei: “Deve essere una bella vita, una decina come te al mio servizio potrei vivere come un pascià, dimmi almeno come ti chiami e ti do il soldino.”

Nel dirlo l’avevo guardata con i miei occhi assassini, lei ebbe un leggero sussulto, nei suoi occhi si vide come un qualcosa che stava rintanato all’interno salire in superficie e si misero a brillare.

“perchè lo vuoi sapere?” chiese.

“Sono curioso.”

Rimase qualche secondo pensierosa e in un soffio rispose: “Esmeralda.”

Il juke box dei miliaia di libri che ho in memoria si mise a girare e tirò fuori il disco: “Esmeralda, bel nome, l’amata dal gobbo, poi viene impiccata come Giuda, che strana combinazione.”

“Me non mi impicchi, perché mi vuoi impiccare?”

“Per vederti dondolare, così mi segni il tempo quando suono la chitarra, scherzavo, ridotta come sei se ti impiccassi ti farei solo un favore ma quelli sono affari tuoi.”

Aveva cambiato voce, da querula e pietosa divenne spigliata, i toni rochi dall’età ma con sfumature vagamente femminili, disse: “Se vuoi ti posso leggere la mano, dammi la destra.”

Tono di comando, per un attimo mi sorprese, l’idea mi piacque e gliela posi.

Lei la prese tra le sue, erano dure ed ossute con lunghe unghie annerite di sporcizia, la strinse come volesse berne il calore poi la aprì e con un dito si mise a solcare le linee: “Tu devi essere fortunato,” disse con tono convinto, “qui si legge che presto conoscerai qualcuno che ti farà avere un sacco di soldi.”

Mi misi a ridere e ribattei: “Scommetto che lo dici a tutti i grulli che si fanno leggere la mano, chi dovrei conoscere?”

Rimase un attimo a pensare poi mi guardò con aria di sfida e disse: “Me!”

La cosa era proprio divertente così continuai: “Vuoi dire che andrai a chiedere l’elemosina per me? Non sono il tipo e poi ormai c’è troppa concorrenza.”

“Tu non sai ma io faccio le uova d’oro!”

“Cosa sei, una gallina?”

“Sono una donna, adesso sono vecchia, ma un tempo…”

“Se fai le uova d’oro perché vai in giro a chiedere l’elemosina?”

Lei si sedette al mio fianco e con aria di chi sta per rivelare un grande segreto che non deve sentire nessun altro rispose: “Le faccio ma per farle ho bisogno che qualcuno mi aiuti, fin’ora nessuno lo ha voluto fare ed io non le voglio dare per niente.”

Mi stava prendendo in giro ma era divertente e così stavo al gioco: “Da dove le fai?”

“Le faccio…lo vedo che non mi credi…” si frugò in una tasca e tirò fuori una minuscolo granello dorato mettendomelo sotto il naso, odorava di uova marce, disgustoso. Lo chiuse nel pugno e continuò: “Non sono proprio uova ma io le chiamo così, questa l’ho fatta stamattina, ho usato le mani ma se lo faccio da me non viene bene, sono sicura che se tu mi aiutassi verrebbero enormi, potremmo venderle e fare un sacco di soldi poi dividiamo a metà.”

“Fammi vedere la pepita”

Riaprì la mano e me la fece toccare, sembrava proprio oro, mi stava prendendo in giro ma volevo vedere dove sarebbe arrivata: “Come hai fatto a farla?”

“Te l’ho detto, con le mani, ho fatto da sola.”

Qualcosa in me aveva capito l’antifona ma non riuscivo a credere che sarebbe stata capace di tanto, chiesi: “Con le mani, che vuol dire, trasformi le pietre in oro?”

“Non essere scemo!” esclamò decisa, “con le mani…mi escono da…come dire? mi escono da lì, cerca di capire, mi tocco e loro vengono giù però se tu mi aiutassi…”

“Vuoi dire che ti escono dalla figa?”

“Proprio così! È un segreto, non l’ho mai detto a nessuno però adesso sono vecchia e prima di morire mi piacerebbe provare…”

“Che cosa dovrei fare?” domandai sbalordito.

“Ebbene…se tu me la leccassi sono sicura che uscirebbero che pesano un chilo, poi andiamo da quelli che cambiano l’oro e pensa la cuccagna.”

L’Arte o canone è un gioco per fini intenditori e tra le righe ce ne sarebbe già da scrivere un romanzo, per farla breve ci fu una contrattazione, intuito puro, avevo iniziato il gioco e sarei stato un vile se mi fossi tirato indietro così finsi di accettare sicuro che alla fine si sarebbe rifiutata per la vergogna, ci riparammo dietro una siepe in un posto lontano da sguardi, lei si tirò su la gonna e calò le braghe frettolosamente poi si coricò a terra aprendo le gambe.

Un tanfo da far vomitare i cani eppure mi sentivo attratto, avvicinai la bocca alla sua vagina, questa si spalancò e disse:

“Cagar di bocca fa gelosia

tu puoi veder filosofia

dentro la bara ch’è chiusa al fato

per respirar quel che è il tuo fiato.”

 

merdaccia

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