La parolina dolce.

Attenzione.

Era una notte d’autunno, la pioggia batteva sul tetto con ritmo monotono e riposante, avevo acceso il caminetto ed il fuoco arrossava le penombre della stanza crepitando allegro, l’aria profumava della marijuana che avevamo appena fumato.

A quei tempi per me non era facile trovarne una come si deve, quelle belle di buona famiglia la prima cosa che dicevano, sembrava avessero il disco, era: “Se mi sposi te la do altrimenti sparati!” e per questo le evitavo accuratamente, trovavo facile con le zoccole, quelle che la davano a tutti purché respiri, qualche parolina dolce, un’ occhiata assassina ed ecco fatto, si innamoravano subito ma poi diventavano gelose all’asfissia e ogni storia diventava impossibile.

Ero ancora giovane e non sapevo di essere un uccello tigre e che le usanze preumane si erano spostate nel linguaggio dove agivano ancora nello stesso modo, da buon poeta galante di natura paroline dolci ne dicevo a tante che poi col peso continuavano a divorare nei sogni finendo l’opera all’osso… forse le parole dei poeti sono le più pericolose, adesso che lo so, avendo pratica del manicomio, faccio molta attenzione quando parlo ad una donna…

Questa mi era entrata in casa quella sera inaspettatamente, l’avevo conosciuta qualche mese prima di sfuggita, non ci avevo neppure fatto caso, era carina e quando me la presentarono le parole mi uscirono spontanee, lei divenne tutta rossa ma poi ci fu da fare altro e non ci pensai più.

Graziosa, bruna coi capelli fluenti e luminosi, il viso bello, fine, con labbra grandi e rosse ed occhi neri e penetranti, faceva la spavalda per nascondere la timidezza, aveva una gonna rossa vaporosa con calze nere e tacchi a spillo, la giacca del tailleur era aperta sul petto nudo mostrando un paio di tette fresche e sode da far girare la testa.

Ero sorpreso, mi chiese se mi ricordavo di lei, finsi di sì e lei entrò scostandomi di forza poi si piazzò davanti e con aria minacciosa domandò: “E allora?”

Non era la prima volta che succedeva così parai subito il colpo, la feci sedere ed in attesa che tutto il discorso che aveva preparato sbollisse preparai la legna per accendere il caminetto, misi una musichetta allo stereo e poi la presi in braccio e mi buttai sul letto iniziando subito a baciarla prima che mi chiedesse di sposarla.

Si era sciolta in un lago senza rive che si perdeva all’infinito, non so come fanno i maiali o i cani frettolosi ma per me è una questione d’estetica, le parole contano molto, una creazione, naturalmente se l’oggetto del dialogo vale la fatica e quella sembrava fatta apposta per stare sulla pagina di una poesia scritta sulla carne.

Bisognerebbe fare un trattato di cucina erotica per fini buongustai, tanto per dare un’idea, quella sera ero in vena e me la volevo proprio gustare in un lungo preliminare culinario.

Non oppose molto resistenza, si appiccicò subito come una colla, si vedeva sentiva e toccava che aveva una puttana con la P maiuscola dentro, le tolsi gonna e blazer lasciandole solo la giarrettiera, si era proprio preparata a dovere, aveva le gambe lunghe e tornite e le calze nere la rendevano…non so trovare la parola comunque faceva venire voglia di mordere, un vero bocconcino.

Riuscì a metterla sul tavolo senza che se ne accorgesse, mi sedetti di fronte a lei, misi le sue gambe ai fianchi sostenendole con le braccia in modo che i piedi cadessero a solleticarmi l’uccello poi la feci rilassare con tante carezze ed intanto parlavo tenendo le labbra vicino alla sua vagina intervallando piccoli morsetti e leccatine ai lati delle cosce e sul ventre e giravo intorno avvicinandomi progressivamente al bersaglio…

Il fuoco ardeva scorrendo sulla nostra pelle ma non eravamo ancora al gran finale, lei era presa dal gioco e rideva eccitata, i suoi piedi giocavano con l’uccello che aveva aperto l’ali e saliva volando verso l’empireo dei sensi, aveva una bella fighetta ben piazzata tra le gambe, il pelo rasato bruno come i suoi capelli, al momento profumava di sapone, era ancora chiusa, la riga leggermente curva s’allargava sul fondo dove un labbro si era leggermente aperto luccicando di brillantini rugiadosi. Scherzando lo toccai con la punta del naso poi con quella della lingua, con leccatine delicate allargai l’apertura, il gusto cambiò prendendo un leggero sapore d’orina, allungai la lingua sulla lunghezza del solco scostando le labbra, lei si era irrigidita ed aveva aumentato il respiro, con le mani mi stringeva i capelli e tirava, tirava, sentivo l’elettricità sfrigolare in tutto il suo corpo.

La vagina si era aperta e sbrodolava copiosa, il gusto era cambiato ancora, ora era amarognolo e dolciastro, denso, pastoso, schiumoso, frizzante, una delizia, spinsi la lingua nell’ apertura e iniziai a remare in un oceano le cui onde minacciose si alzavano alla tempesta…

Il canone sembra letteratura ma invece è tutta un’altra cosa, a questo punto la figura cambiò, senza pietà.

Il fuoco si era spento ma qualche brace covava ancora sotto la cenere, eravamo nella stessa posizione ma lei era diventata una vecchia, la pelle rugosa, grigiastra e piena di grinze. La lingua aveva raggiunto le ovaie ed il gusto era quello di uova marce da millenni, non provavo alcuna eccitazione, freddo, determinato, professionalità assoluta, toccai qualcosa di duro, spinsi a fondo, si sentì il rumore di una scoppio interiore poi tolsi la lingua, venne giù uno scroscio di sangue marcio insieme a rigature di pus giallastro che sembravano vermi, si scaricò e infine sulla coda uscì un grosso verme nero e mostruoso.

La tigre primordiale si svegliò e ruggì, non gli diedi il tempo di reagire, lo addentai subito alla testa uccidendolo e poi lo divorai. Mentre lo masticavo, inaspettatamente, aveva un gusto dolce e fragrante, quella parolina dimenticata e finalmente stanata…

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