Concerto per uno che suona per sé.

concerto ai murazzi

Quella volta ero chiuso nella guglia di una torre davanti un lungo cannocchiale, era notte e stavo guardando le stelle quando dalla porta di servizio entrò Esopo, uno dei personaggi meglio riusciti dei miei libri. La porta si aprì per una folata di vento soffiata da un trombone che stava nell’orto tra i fiati dei cocomeri, si vedevano tra le stelle col cannocchiale.

Era come al solito nel suo abito, il corpo ricoperto completamente di zecche gonfie di sangue, si avvicinò timidamente senza chiudere la porta e rimase in attesa.

Dal piacere di vederlo gli staccai una zecca bella grassa che gli stava sulla punta della lingua e me la feci scoppiare tra i denti, il sangue inondò il palato, assaporai il gusto dei soldi prima di mandar giù il resto poi lo salutai: “Ehilà Esopo, qual buon vento di porta da queste parti, hai trovato il tuo uccello?”

“Perdonatemi…” mormorò lui di rimando tenendo il capo chino mentre nel cannocchiale una galassia si lanciava in un boogie voogie vorticoso spandendo meteore da tutte le parti che esplodevano in fuochi artificiali che venivano giù in una pioggia di fuoco, “anche a me fa piacere vederla, con tutte quelle avventure che abbiamo passato insieme da una parte all’altra della pagina, l’uccello purtroppo non l’ho ancora trovato ma… sa com’è, perdonatemi, qui… m’è sembrato di sentire l’odore, ha detto fuoco ed ecco! Proprio così, il fuoco, lui quando bruciava era uno spettacolo, avrebbe dovuto vederlo, volava, tutti lo guardavano col naso per aria, si aprivano le ali e… copriva le stelle da tanto brillava…”

Nel campo dei peperoni, tra i miagolii di stelle nane una fila di lupi alzò il muso ad ululare mentre i cipollini coltivati a fianco spettegolavano maligni tra i rimbombi dei zucchini che battevano sulle zucche e sciami di lucciole che facevano chiaro. Esopo sbirciò nel cannocchiale per vedere se era vero poi con aria incredula chiese: “Che sta combinando questa volta? perdonatemi… con lei non si sa mai come… qui… un momento! Che sto dicendo? Qui non è… qui sembra proprio un altro mondo, quando ero col mio uccello io… adesso lo vede anche lei, perdonatemi, che sta facendo?”

Senza preamboli risposi: “Sto cercando il drago dei miei sogni, questa volta sono cresciuto e non mi spaventerò se mi bacerà ancora.”

Sul latte sparso della Via da vacche intente a fregar la lingua su lunghe catene e campanacci un prato di fiori di camomilla in tutù bianco russava piroettando tra i petali dei girasoli, più in là le barbabietole sviolinavano acute al rotolar dei pomodori tra i sospiri del basilico ed i bassi delle melanzane sull’aria del coro che bisbigliava in sordina una marcetta militare, intanto Esopo disse: “Perdonatemi…ha detto il drago? Ma allora…prima cercava la sfinge… ricorda? Eravamo arrivati alla Fenice che risorgeva dalle sue ceneri e poi si aprì quella lunga strada ed adesso, perdonatemi… la cerca tra le stelle?”

Avevo un coltello piantato non so dove ed il sangue usciva a gocce ognuna preziosa come un chicco d’uva ed aspettavo la vendemmia, staccai un’altra zecca che pendeva da una narice di Esopo, la intinsi nel muco e poi la misi in bocca masticandola adagio, sentivo le zampette del parassita solleticarmi la lingua, prima di mandarla giù risposi: “Stelle, stalle, che differenza fa? L’ispirazione, immagina un’astronave che vola in un etere di puro nulla, può prendere le forme che vuole, assomiglia alla fantasia ma questa è concreta, materiale, la cosa difficile è riuscire a contenerla, tutte quelle stelle…”

Dal piccolo al grande

una giostra di cavoli rideva contenta

guardando i babbuini spingere passeggini,

c’erano anche i ciliegi che tintinnavano allegri

ed una cascata di note fischiate da trote

sguazzava sull’onda che alzava la spuma,

volando tra i raggi che l’arciere tirava

gli uccelli a stormi battevano l’ali,

l’applauso calava il sipario…

autoscontro

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