Strombazzar di cigno.

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Chiuso nel ghetto il capro espiatorio belava sconsolato masticando amara la corda che lo legava al palo, dalla strada l’eco dei capponi ingrassati per natale andava e veniva con ronzio di sega dividendo l’aria di quel che segava, una lunga siringa iniettava la colpa ma non trovava buco, il male non s’attaccava ed il suburbio brontolava, lontano ma non abbastanza rotava il coltello già pronto al macello.

Lungo la strada che porta al deserto si spengono i sogni, pulito il culo si vede la faccia che parli o scorreggi si sente col naso, tutt’uno con l’estro che porta alla porta, in fila i birilli sul tempo che trova il momento che va con biglietto senza ritorno, son cose da pazzi pieni di giorni strappati al calendario che volano farfalle in una bolla di sapone, non c’è emozione, non c’è reazione, ogni palpitar si usa e getta.

Sul piedistallo il cretino cantava l’aria del gallo ma non trovava fallo e si pestò il callo, bello è trombare col ferro in tiro,

unico amore la libertà, il piacere viene dopo il dovere,

questo si sa.

La libertà

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