La paginetta.

perle ai porci

la paginetta

Il piacere di essere uccelli, volare…ah! Una cosa che trasporta lontano, fino al nulla, arrivati lì si guarda lo spettacolo, come dire, non sempre piace però quello che non piace si può ritoccare.

A quei tempi vivevo chiuso in uno stanzino pieno di colori che stavamo ingrigendo, la patina del tempo era opprimente come la noia allora mi misi alla macchina da scrivere e improvvisamente mi ritrovai in riva al mare su un alta scogliera e di fronte c’era l’orizzonte dove si vedeva il sole sorgere soffiando sul buio che si volatilizzava in tanti gabbiani che volavano in acrobazie aeree mozzafiato stridendo come pazzi.

Le onde si frangevano contro gli scogli, erano allegre, cantavano e ridevano e gli spruzzi della spuma salivano fino al ciglio del baratro dove mi ero fermato e mi leccavano i piedi, un fresco solletico, l’aria profumava di sale con un retrogusto di pesce, ce n’erano tanti che affioravano a guardare ma solo per poco perché i gabbiani si buttavano in picchiata per mangiarli ed allora sgusciavano sotto per risalire poco più in là perché sotto trovavano atri pesci che li volevano mangiare e così non stavano mai fermi e si godevano lo spettacolo a singhiozzo.

Aperta la figura arrivò una nuvoletta bianca con tanti sbuffi vaporosi a ricciolino e si posò al mio fianco. Silenzio per un po’ poi fece una risatina civettuola e con voce femminile molto calda e sensuale disse: “Sono un regalo ben confezionato, aprimi.”

Una nuvola che parla può esistere solo tra le parole di una favola e questa non faceva eccezione.

La nuvola lesse le parole che avevo appena scritto ed esclamò: “Questo lo dici tu! Sono stanca di star chiusa tra quelle parole e voglio realizzarmi.”

Nella nuvola si sentiva un ronzio felpato, qualcosa di simile al frinire di miriadi di cicale in un boschetto frusciante di vento ma anche quello di un motore che gira al minimo  pronto a rombare.

L’intuizione mi colpì all’improvviso, la guardai e dissi: “Sei tu, non ci posso credere, ti ho sognata da morire, come ho fatto a non riconoscerti subito?”

Feci vento con la mano per dissipare i vapori ed aprire un varco nella nuvola e dentro vidi che c’era una cosa che luccicava come un diamante baciato dai raggi di sole, era proprio lei, la mia astronave ed era febbricitante, l’energia riprese a scorrere, balzai subito a bordo, azionai la cloche ed in un attimo ci ritrovammo a volare nel cielo blu, qualche giravolta tra i gabbiani una svisata a pelo d’acqua per far invidiare i pesci che guardavano a bocca aperta e poi su a tavoletta e oltre ci librammo nella libertà.

Con un guizzo passammo la Luna ed il Sole poi raggiungemmo le stelle, era da tanto che non le vedevo da vicino, fa tutto un altro effetto, come un prato di margherite che brillano e tutte mi offrivano i loro petali da spiluccare, intanto giravano come dischi in un grammofono, musica vivace, molto allegra, si vedevano le comete ballare sfrecciando e piroettando da tutte le parti e le loro code sembravano strascichi di spose che sventolavano a ritmo.

Una meteora, sfrecciammo ed in un attimo ci ritrovammo al confine dell’universo, c’era una baratro ed oltre il nulla, nel nulla ci trovai una macchina da scrivere con la pagina che avevo appena scritto, feci una risata e tutto tornò come prima.

 

elefante

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