La precarietà dell’esistenza.

girasoli

La precarietà dell’esistenza.

In quel periodo ero innamorato cotto di una che non me la voleva dare, la cosa mi infastidiva un sacco, a quei tempi ero giovane e ogni tanto succedeva, ci deve essere un dispositivo interiore che si accende alla vista di certe tipe, brucia brucia brucia e poi si spegne e solitamente dopo ci si chiede come è stato possibile ma intanto finchè brucia non conosce pietà.

Ero sconsolato, non mi davo pace, penavo, ero irrequieto, non riuscivo a concentrarmi d’altro e intanto lavoravo per una radio privata. Quel giorno avevo contattato un’ azienda di articoli pornografici per fargli la pubblicità, il cliente era gentile, discutendo l’affare mi fece visitare il negozio, peni enormi, abbigliamenti pittoreschi, scaffali di film e riviste erotiche, oggetti che manco immaginavo esistessero, ero interessato, alla fine entrammo in un ampia sala dove al centro c’era un lettino con su coricata una bambola gonfiabile a grandezza naturale, nuda, aveva la bocca la figa ed il culo aperti ad O, un viso grazioso con fluenti capelli biondi ed era completamente di gomma.

Lui mi spiegò che nell’interno aveva un motore che azionava particolari meccanismi che provocavano movimenti e vibrazioni nei fori dando l’impressione di stare con una donna vera, emetteva anche dei suoni, nel dirlo schiacciò un bottone e la bambola si mise a gemere come una cagna in foia.

In quel momento suonarono all’ingresso, il titolare mi disse d’aspettare qualche minuto e si allontanò lasciandomi solo nella sala. Non avevo mai visto una bambola gonfiabile da vicino, la curiosità era forte, con un dito provai a sondare la profondità dei fori, le pareti erano elastiche morbide e raspose leggermente umide d’olio, i seni grandi con enormi capezzoli, gli incavi fatti apposta, me la immaginai a farmi una spagnola e le piegavo la testa per vedere se sarebbe arrivata a succhiarlo, combaciava perfettamente, era una novità ed intanto il tarlo dell’altra continuava a rodere, dovevo fare qualcosa per farlo smettere, qualsiasi cosa così quando il titolare tornò gli chiesi quanto costava.

Quattrocento mila lire, a quei tempi erano tante, per il momento tergiversai e parlammo dell’affare che riuscì a concludere. Aveva stipulato un contratto annuo per tre milioni e rotti, mi spettavano seicento mila lire di provvigione, tagliai subito corto e gli proposi di scontarli dal prezzo se mi dava la bambola, lui affabilmente accettò, mi regalò anche un flacone d’olio profumato e così me la portai a casa.

Galeotto fu una ripicca, era una novità e volevo provare, quella sera cenai con lei, la sistemai su una sedia di fronte, le misi davanti piatto e posate ed accesi anche qualche candela, mangiando la ascoltavo gemere goduta, sapendo che sarebbe stata un impresa difficile m’ero fornito d’un bottiglione di grappa del posto che tracannavo a gogo, al dolce ero in orbita, la presi e la infilai sotto il tavolo, le ficcai il cazzo in bocca e schiacciai il bottone, mentre lo succhiava a tutto motore finì il dolce ed anche la grappa e poi ci buttammo sul letto.

Ero ubriaco che di più non si poteva, il pompino me l’aveva gonfiato da far male, sembrava un cannone pronto a sparare a mitraglia, la misi subito alla pecorina e glielo ficcai in culo stantuffando come un pazzo, lei gridava a tutto volume ed anche se i suoni erano meccanici arrappavano alla grande, ci diedi dentro per una mezzoretta, sembrava proprio di essere con una donna, non sentivo nessuna differenza, ero infoiato, la coricai sul letto aprendole le gambe e glielo ficcai nella figa, su e giù, sentivo dentro l’oceano sollevarsi tumultuoso, un’ onda gigantesca scorrere all’orgasmo ed intanto la ingiuriavo: “Puttana, zoccola, vacca sfondata…” e lei gemeva e gemeva assecondando ogni colpo che le cannonavo dentro, ero arrivato, un secondo ancora quando ci fu un esplosione e la bambola mi scoppiò tra le braccia.

Fsss… fu il suono della sua anima mentre si sgonfiava.

Sul momento rimasi impietrito dalla sorpresa, mi alzai ma ero troppo ubriaco e mi ributtai subito sul letto, di lei era rimasto un cencio informe, non ci feci caso e per fortuna mi addormentai subito.

Il mattino mi svegliai coi postumi della sbornia, mal di testa, nausea eccetera, subito non ricordai nulla, poi pensai di aver sognato, quando aprì gli occhi e vidi il cencio non volevo crederci ma ormai era fatta, per fortuna non l’avevo detto a nessuno.

Sotto la doccia pensai di telefonare all’erotista per chiedergli se la bambola era in garanzia ma scartai subito l’idea, è mia convinzione che gli errori vanno sempre pagati altrimenti non servono a nulla e così lasciai perdere, mi vestì, presi il cencio e lo buttai nella spazzatura.

Fuori un giorno nuovo cominciava.

 

Nda: (dall’idea di un racconto scritto quaranta anni fa.)

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