La scala stregata. (terza figura)

castello

Liceo…

Una scala può essere tante cose, la scala è nome singolare e le tante cose sono forma plurale, il climax letterale ad esempio è un nome e la forma quello che si legge, come una scala musicale che sale in crescendo diventa turbine e spazza, sulla scala si vede una portinaia spazzare il primo gradino, un polverone della madonna soffia il vento e lo dissolve, ci sono Socrate e Simmia con grossi barboni bianchi e fluenti in videoteste davanti ad un tavolo apparecchiato per la cena, un raggio di luna che esce zigzagando dalle fronde degli alberi rimbalza su un piatto dove c’è un pollo arrosto, alone luminoso a capanna, il profumo nell’aria, Socrate naturalmente sta bevendo la cicuta e nel frattempo sbocconcella il pollo insieme al discepolo parlando di filosofia.

Se c’è la scala vuol dire che Dùcento sta sognando, troppa libertà stanca se non si è abituati, comunque non si fa problemi e segue il profumino dell’arrosto come è naturale per uno che non ha mangiato nulla da un giorno.

“Meglio la cicuta che Santippe!” sospira Socrate sorseggiando il bicchiere.

Simmia assente silenzioso, forme vaporose i sogni, ci sono e non ci sono, un film girato trasmesso l’ennesima puntata sul canale dove scorrono le parole al mulino per far girare le pale o le palle… Dùcento si siede a quel tavolo ma loro non lo vedono, strappa una coscia dalla carcassa del pollo e dá subito lavoro ai denti, la lingua assapora il gusto onirico delle parole ma la fame è fame e pur di mangiare non ascolta ragione.

Socrate guarda verso di lui e chiede: “Chi ti credi di essere?”

Dùcento a bocca piena risponde: “Un uomo libero, mi hanno appena scarcerato!”ponte

I due scoppiano a ridere, un caso, non lo sentono e Simmia dice: “Credere di essere, una lunga storia, si comincia da bambini giocando a fare gli eroi delle favole, il teatro del cortile, poi ci si dimentica, quel che intendo.”

Socrate scuote la testa canuta, si stira la barba e dopo aver tracannato un sorso di veleno continua: “ Credere di essere non è essere, come dire un sostituto, uno che prende il posto dell’essere, naturalmente…” questo lo dice guardando verso Dùcento senza vederlo, “se credi di essere ci devono essere anche tutte le cose che credi di non essere!”

Simmia assente col capo pensieroso e ribatte: “È vero, non ci ho mai fatto caso, e chi sono costoro?”

Dùcento ha spolpato il cosciotto, si lecca le dita soddisfatto poi allunga una mano verso il pollo per prendersi un altro pezzo ma quello non c’è più, si vede il giardino del Liceo con Aristotele e Platone che si azzuffano su un ring, grossi barboni bianchi e fluenti che ondeggiano agli strappi ed agli scossoni ed intorno gli studenti che tifano aizzandoli, asini somari ciuchi, ragli da gran baccano, tifoseria accesa, un flash mentre Socrate dice: “Il credere di essere trascende dall’essere quindi non è essere e se non è essere è non essere.”

“L’ideale incarnato!” grida Platone dal ring coprendo l’entusiasmo asinino.

“Il nome della forma non è la forma!” urla di rimando Aristotele colpendolo con un calcio nei coglioni.

Platone paonazzo risponde con un diretto al mento e ruggisce: “Tu neghi le buone maniere, gli esempi tramandati, gli ideali trasmessi dagli dei!”

Aristotele, rintronato dal colpo ribatte: “Cambiare nome non cambia la forma, i morti sono morti anche se nominati vivi!”

ponteLa figura svapora mentre Socrate dice a Simmia guardando Dùcento: “Tutti quelli che non credi di essere non sono quello che credi di essere, sei d’accordo?”

“È quello che si vede.” Risponde Simmia.

“Questo potrei dirlo io!” si sente gridare in cima ad un albero da un grosso scimmione appeso ad un ramo per la coda con la maschera di Hegel che gli copre il muso. Il bosco gemendo e latrando alle raffiche del vento ha preso la forma dello zoo di Berlino e le strade sono sempre piene di asini somari e ciuchi che guardano. Hegel continua: “La parte non è l’universale, in questo caso la credenza trascende dalla parte, se non è parte è universale quindi quello che credi di essere è tutto quello che non credi di essere, siccome quello che credi non è l’essere si tratta di un altro, anzi mille altri che sembrano uno e nessuno che esista veramente perché stanno solo nel pensiero.”

Nella piazza di Berlino i ragli rimbombano osannanti, da un albero vicino sbuca fuori uno scimpanzé con la faccia di Kant che strillando dice: “Tu neghi l’evidenza, la ragione pura è una favola, guardati in giro e dimmi cosa vedi, come fai a dire che non esiste?”

Rispunta Platone da un buco nella terra che grida: “La causa prima, l’ideale divino trasmesso agli uomini, l’idea che ha preso forma, se così è non si può negare!”

Aristotele gli afferra il barbone e strattonandolo da tutte le parti ribatte: “Quello che si crede, sempre quello che si crede, un cimitero scoperchiato, morti che camminano nei vivi, il nome non è forma, deve trattarsi di qualcuno che sta dormendo!”

Nel bosco inizia a piovere, una goccia cade sul naso di Dùcento e lo sveglia su quelle parole, il silenzio, l’oscurità ed il muro da attraversare, la scala una pallida luce mentre cala il cubosipario di questa figura.

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