La scala stregata. (quarta figura)

caccia

        Esopo.

La notte è fredda, umida, ha smesso di piovere, la falce della luna va e viene tra le nuvole, luce fioca, intermittente, non si vede da qui a lì, Dùcento cammina tenendo le mani avanti come i ciechi per non battere contro gli alberi, mai avrebbe creduto che la libertà fosse una cosa del genere.

Nessuna direzione, nessun pensiero da seguire, il sentiero intrapreso si è perso nella notte, gli anni pesano, l’umidità penetracicala col freddo, brividi sulla pelle, saltella per scaldarsi, il destino, la fortuna non ci crede più, si sente abbandonato, solo come può esserlo un verme circondato dal nulla.

Tra il frusciare delle foglie che cadono una cicala si mette a frinire, un suono flebile, morente… Dùcento si intende poco di cicale comunque segue la traccia, arriva sotto l’albero e quella smette di cantare, ancora silenzio, la stanchezza, si butta a terra sul tappeto di foglie, è morbido, ne ammucchia un po’ a cuscino e si distende, dopo qualche secondo riappare la scala.

Su ogni gradino c’è un palcoscenico in formazione, il primo è andato, il secondo dopo la smazzata della portinaia ed il dissolversi del polverone si vede un vecchio pelato senza occhi col barbone bianco vestito di stracci con la gobba ed un piede storto seduto su un trono fatto di libri accatastati uno sull’altro senza cronologia, di fronte c’è una formica che sembra incazzatissima e lo sta insultando in tutte le lingue.

“Bugiardo!” strilla a gola aperta, “Va in malora te e le tue favole, mi hai fatto sgobbare tutta l’estate a portar soldino su soldino alla banca e adesso che credevo di essere al sicuro dall’inverno sono andata ed ho trovato la porta chiusa, vietato l’ingresso si riapre a primavera c’era scritto e guarda te mi tocca fare la fine della cicala.”

Esopo non parla e come potrebbe? Una statua inconsistente, una nozione, un pensiero, alla mano destra stringe un bastone nodoso, l’unica cosa che sembra avere qualche realtà.

Fri fri si sente frinire ed arriva Dùcento trasformato in cicala con le antenne sventolanti ed una chitarra che gli pende tra le ali. Saluta la formica che per nulla ammansita grida: “Che sei venuto a sfottere anche tu per caso?”

La cicala con tono bonario risponde: “Su formichina, non parlare così, te lo dicevo quando cantavo al sole d’estate che era solo illusione da cavalcare a pelo e faticavi per niente ma tu non mi volevi credere, vatti a fidare delle parole dei poeti, sono tutti mostri calcolatori.”

“Sei un poeta anche tu e allora?” sbotta acida la formica.

La cicala sospira: “Allora sta arrivando l’inverno e dobbiamo morire, nel frattempo perché non ce la spassiamo in barba ad Esopo ed ai suoi inganni.”

“Che cosa vorresti fare?”

La cicala prende la chitarra e strimpellando canta:

“tra i petali dei fiori

colore e profumo sapore di marmellata,

burro da spalmare sulla tua pelle

e ricoprire di baci e tagliatelle,

amore furia e ribollir di mosto

sesso il fuoco che cucinerà l’arrosto.”

il futuroLa formica lo guarda allibita e dice: “Cosa cosa cosa…cos’è questa tiritera? Quando mai s’è vista una formica fare queste cose, la regina, lei sì ma noi semplici operaie… mi vergogno solo al pensiero.”

“E tu non pensare…” risponde la cicala posando la chitarra, “cerchiamo un posto tranquillo e diamoci dentro!”

“Sarà…” ribatte la formica scuotendo le antenne… “però mi convinci poco, hai detto che i poeti…la tua canzone, tagliatelle, arrosto… m’ha fatto venire fame, guarda di non burlarti di me altrimenti… hai detto un posto tranquillo, mi sembra una buona idea, ormai al punto in cui siamo, sta arrivando l’inverno, mi sembra inutile fare la preziosa, se devo morire è meglio farlo al coperto che sotto la neve.”

I due si incamminano a braccetto seguendo la scia della bava di una lumaca ed arrivano in una stazione ferroviaria abbandonata dove su un binario morto c’è una locomotiva sgangherata ed arrugginita ad aspettarli, salgono a bordo entrando da una fessura e si sistemano sul sedile del conducente di fronte la finestra. Morbido, ne freddo ne caldo, la forma di un sogno.

La locomotiva stantuffando e cigolando si mette in moto si alza leggera nell’aria e parte verso le stelle. La cicala abbraccia la formica e la bacia sul collo, lei freme tutta, arrossisce e si abbandona tra le sue braccia, s’accende il fuoco, arde, poi si sente il fischio della locomotiva e…

Dùcento si sveglia, il corpo tutto un tremore, buio, tenebra fitta, nessuna formica…prova a rialzarsi ma gli mancano le forze, raccoglie la sua volontà e strisciando cade in una fossa scavata da un cinghiale piena di foglie secche ammucchiate dal vento, ci si seppellisce dentro, ha ancora negli occhi il volare della locomotiva tra le stelle e l’ansimare della formica mentre la penetra, un leggero tepore o un’altra illusione, che importa ormai?

incrocio

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