Odio e psiche. (fig. 4)

lo script

Lo script.

In quell’ambiente sentivo la musa ispiratrice affievolirsi, dal puro aere della poesia ero precipitato a terra, mi stavo rialzando dentro il meccanismo quando la vecchia smise di tremare, si irrigidì, con un gesto rapido della mano si sfilò l’accappatoio e nuda com’era si mise ginocchioni sul letto inarcando la schiena con la testa sul cuscino ed il culo sollevato di fronte a me.

La penombra fuori dal fascio di luce della lampada era diventata lugubre, il silenzio vibrava di gemiti, ululati lunghi e invisibili, una corsa di lupi nelle tenebre del tempo, dal punto dove ero sistemato a quel sedere c’erano circa due metri, in pratica ce l’avevo davanti agli occhi, non era bello da vedere, rugoso, scarno, rinsecchito comunque meglio tenuto della faccia, era completamente depilato, il buco piccolo stagnava nel solco circondato da una fine corona verrucosa.

I lombi iniziarono a pulsare leggermente aprendosi e chiudendosi ed ogni volta l’apertura si faceva più larga, la pelle si era tesa e schiarita, il movimento si arrestò, la pulsazione continuava ed il sedere aveva preso la vaga forma di una faccia, occhi e naso si indovinavano nelle ombre e l’ano si era disteso, le labbra vibravano, uscì una flebile e lunga scorreggina, poi una fiatata d’aria sonora seguita da un improvviso getto di caghetta che mi colpì in pieno sulla fronte spargendosi subito su tutto il viso.

La cosa era fastidiosa più che mai ma l’autore che scriveva aveva intuito che la figura doveva in qualche modo trattare il meccanismo del pensiero ed allora mi fece pulire la faccia con un fazzoletto, la caghetta puzzava in modo infame, era brodosa ed appiccicaticcia, avevo gli occhi che bruciavano e faticavo a respirare ma tenni duro e rimasi a guardare.

L’ano ora sembrava proprio una bocca, le labbra erano tirate come la pelle di un tamburo o meglio come la membrana di un diavoletto di Cartesio, rientrarono di qualche centimetro poi tornarono fuori, si aprirono leggermente con flebili scorreggine, uscì qualche zampillo di caghetta che scivolò giù dalle gambe della vecchia poi si sentì una voce soffiata leggermente arrocata dire, come se parlasse sottovoce: “Finalmente, era da tanto che desideravo…mi chiamo…Alice, forse… sono morta quando avevo dieci anni, mi hanno calata in un pozzo e seppellita viva, c’era solo buio, era da tanto che desideravo rivederti, quando ero viva ero pazza di te, adesso… non so, m’ero preparata un discorso ma l’ho dimenticato…”

L’esperienza fatta da giovane mi aveva abituato al dialogo con gli spiriti, avevo imparato guardando un altro medium che lo faceva e la pratica mi aveva tolto la paura superstiziosa che si prova le prime volte quindi le chiesi: “Quando è successo?”

Le labbra si tesero fischiando una lunga scorreggina tra spruzzi di caghetta e dopo un attimo che sembrava di sentire qualcuno che contava frettolosamente la voce tornò fuori e rispose: “Tanto tempo fa, forse ieri oppure adesso, che importa?”

Il buio all’esterno si fece in un attimo denso come una caverna, ridondava di echi lamentosi, dal culo uscì un fischio flebile, un ronzio d’interferenza ed un’ altra voce disse sbrigativa: “Sono …mitilla… dentro la tomba… c’è la croce, io mangio…” la voce si zittì, le labbra si distesero e tornò Alice: “Ero tanto innamorata di te, ti sognavo sempre, adesso…”

La sentivo titubante, aspettai che continuasse ma il culo taceva allora le chiesi: “Quando ci siamo conosciuti? Non c’è nessuna Alice nei miei ricordi.”

Lo spirito rispose spruzzando caghetta: “Forse non mi chiamavo così, ero piccola, sapevo che facevo peccato a pensare a te ma non riuscivo a non farlo, tu venivi sempre di notte, entravi dalla finestra e mi baciavi per non farmi gridare, mi mettevi la lingua fino in gola, eri nudo e ce lo avevi grosso e duro come… poi me lo mettevi in bocca e me lo facevi succhiare, mi tenevi per i capelli e tiravi, sentivo la mascella che si spaccava, faceva male, mi muovevi la testa su e giù con furia poi mi sborravi in bocca e me lo facevi bere tutto, mi sentivo inondata, gonfia, nuotavo nella panna, non capivo più niente allora mi prendevi in braccio e mi allargavi le gambe e poi me lo ficcavi nella figa, fino in fondo e ringhiavi come un lupo ed io ti mordevo e graffiavo e volevo gridare ma non uscivano suoni, me lo facevi gonfiare dentro mi tenevi i fianchi e mi sbattevi su e giù e ancora mi sborravi dentro e mi sentivo gonfiare, esplodere nel cielo, volavo sopra le nuvole ed allora mi giravi e me lo ficcavi in culo, ce l’avevi enorme, sentivo l’ano che si squarciava, il sangue che scorreva, era tutto rosso, c’era il fuoco ed allora ti coricavi sul letto e mi mettevi con la figa sulla tua bocca e mi leccavi tutto il sangue, sentivo la lingua che saliva per le viscere, c’erano stelle da tutte le parti, brillavano sempre di più, poi esplodeva tutto e me lo rimettevi in bocca e ricominciavamo tutta la notte così…”

Il discorso era uscito d’un fiato, quasi una confessione a lungo trattenuta, le parole non avevano peso, sembrava il sogno di una pazza, guardando nell’esperienza vedevo che per aver detto una cosa del genere Teresa d’Avila venne fatta santa e la madonna vergine partorì il figlio di dio, forse una scusa per san Giuseppe cornuto oppure…i sogni delle bambine, un universale dominato dal peccato e dall’impotenza di non essere complete per l’atto, il rimosso ed il senso di colpa, il meccanismo iniziava e delinearsi ed in qualche modo doveva trasmettersi. Dissi: “Insomma ci davamo alla grande, dove ci siamo conosciuti?”

I lombi della vecchia fecero uno sventolio a orecchie d’elefante, un nuovo spruzzo di caghetta come una mano aperta a ghermire verso la mia faccia che riuscì però a schivare e la voce riprese: “Tu venivi prima che ti conoscessi ma sempre al buio, quando ti vidi la prima volta capì subito che eri tu, mi attaccai ma poi successe una cosa e mi seppellirono e non potei più vederti…”

“Che cosa successe?”

“Ero rimasta incinta, avevo partorito di nascosto, i miei lo scoprirono, mi massacrarono di botte e poi mi calarono nel pozzo con il bambino, era tutto buio ed ero morta ma avevo lui e lo stringevo, questa è un’altra storia, qui non si vede mai la luce, ci sono solo ricordi, il tuo e poi il mio bambino…”

Il discorso non quadrava, le chiesi ancora: “Avevi solo dieci anni, a quell’età non si possono partorire bambini, un altro sogno come il sesso che facevamo? Chi ti seppellì veramente?”

La voce si fece aspra, stridula, carica d’odio e tra spruzzi di caghetta riprese come fosse un’altra a parlare: “Tu eri venuto l’ultima notte, il bambino non ti piaceva, dicevi che non era tuo, l’avevi preso e gli avevi spaccato la testa contro il muro, l’avevi ucciso, poi come una bestia me l’avevi ficcato in bocca e me lo spingevi in gola, ero disperata ed allora morsi, morsi, morsi, c’era un fiume di sangue e lo mangiai, lo mandai giù, il boccone era dolce, sapeva delle lacrime del mio dolore, poi non ti vidi più e la mia pancia prese a gonfiare e quanto partorì…ero già dentro il pozzo, al buio, sapevo che c’eri ma non ti vedevo, il mio bambino…”

Un’altra versione, d’istinto mi toccai il cazzo sotto i pantaloni, rassicurato di sentirlo al suo posto continuai: “Di solito a quell’età le bambine giocano ancora con le bambole, era quello il bambino che spezzai contro il muro?”

Silenzio, gli spruzzi di caghetta si facevano sempre più radi segno che la seduta stava per finire, il culo della vecchia ebbe un sussulto e la voce disse con il tono civettuolo di una bambina viziata: “Avevo uno specchio, vivevo il giorno aspettando la notte che tu arrivassi, mi preparavo, volevo essere bella, piacerti, m’aggiustavo i capelli, mi passavo il rossetto sulle labbra, ti baciavo nello specchio, ti disegnavo con le impronte rosse dei miei baci, ti leccavo, ti…”

La voce si interruppe improvvisamente, dal culo della vecchia uscì una lunga scorreggia cavernosa come di un sacco che si sgonfia poi l’ano si restrinse pulsando come fanno le vacche dopo aver cagato e colando a stille uscì un pupazzetto di merda che i riflessi della lampada rendevano bianco, aveva la forma di una ballerina in tutu vaporoso con il tessuto rigato di sangue, il pupazzetto ciondolava appeso all’ano come un impiccato.

Eravamo al finale, dovevo fare qualcosa, la vecchia era immobile, il corpo rinsecchito sembrava morto, rigido come un palo, dall’oscurità i lupi avevano ripreso ad ululare in corsa verso la fine del tunnel, mi alzai, presi il culo della vecchia tra le mani ed in religioso raccoglimento allungai la lingua verso quel pupazzetto di merda ed iniziai a leccarlo, lo feci entrare in bocca, lo lasciai sciogliere e lo ingoiai senza un lamento.

La vecchia era proprio morta, forse suo era il sogno, il corpo era duro come legno, provai a batterci le nocche e risuonò un toc toc sinistro da sarcofago vuoto, dopo un attimo era svanito, la stanza scomparve, mi ritrovai al Valentino sulla solita panchina, faceva freddo, lungo un sentiero c’era un gruppetto di bambini che correvano, tra loro una bambina dal visetto grazioso e la labbra rosse molto attraenti, mi guardò ammiccando e sorridendo poi l’autore decise di aver scritto abbastanza e piantò lì.

panni stesi

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