Il bordello di Kiev. (parte 1) “la Fenice”

follettoQuella notte era inverno, faceva freddo e stavo vicino al fuoco cercando l’idea per scrivere un racconto, le idee scorrevano ma non ce ne era una che mi piacesse, nel frattempo immaginavo Emilio Salgari chiuso in una soffitta di Torino tra i pianti dei bambini e gli strilli della moglie che scriveva le storie dei pirati della Malesia, Sandokan eccetera, mi chiedevo come facesse ed intanto navigavo su una feluca osservando il mare alla ricerca di navi da abbordare, l’orizzonte era piatto e scipito ma d’improvviso scoppiò una tempesta che mandò tutto all’aria e mi ritrovai catapultato in un cinema di Kiev.

Si può dire il caso, trasmettevano un documentario sugli orsi, si vedeva una stazione semi sommersa dalle neve dove c’era un tipo che aspettava una donna che doveva arrivare in treno, i treni sbucavano dalla nebbia e si fermavano sfrigolando e sbuffando, su tutti c’era quella donna ma non era quella che l’uomo aspettava, lei scendeva, scambiavano due parole e poi se ne andava e l’uomo aspettava il prossimo treno.

Il film era noioso più che mai, c’erano pochi spettatori nella sala, per lo più orsi e fumavano una nebbia verdastra che rendeva tutto antico, dimenticato, come in un sogno.

Vicino a me c’era un tipo col barbone grigio e brizzolato vestito di cenci che mangiava pop corn, puzzava un po’ e incrociando il mio sguardo come spade mi disse parlando in inglese con accento dandy: “Hallo! Sono mister Astley, quello del giocatore di Dostoevskij.”

“Oh!” dissi, “come è andata a finire con Polina?”

Lui guardò dentro il sacchetto dei pop corn, ci rovistò col dito e rispose: “Non si sa, Dostoevskij non l’ha scritto. Questo film fa proprio schifo, qui tutto fa schifo, perché non usciamo a fare due passi?”

Ci ritrovammo per strada a camminare, era notte, nevicava, era tutto bianco, poche macchine per le strade allungavano le luci dei fanali in lunghe scie che si scontravano con l’oscurità dello sfondo senza penetrarla e poi ne venivano inghiottiti, sui marciapiedi i soliti orsi che andavano e venivano grugnendo dalle porte delle numerose osterie, erano tutti ubriachi, puzzavano di vodka e medicinali, qualcuno cantava ma dalle finestre in alto lo facevano subito zittire.

“I russi…” sbottò acido mister Astley, “gentaglia, rozzi, buoni solo a bere, non ce ne è uno che valga una cicca.”

Buttò il sacchetto vuoto dei pop corn in un cestino d’immondizia, si pulì le briciole dal barbone scrollandolo con ambo le mani e sputò per terra. Sulla strada affiancato a noi procedeva un grosso spazzaneve di stazza sovietica, faceva un baccano d’inferno, aveva una scalaluce gialla intermittente sul tetto che vorticava disegnando sulla neve e sui muri delle case lunghe strisce giallastre, sembrava di essere in una gabbia, qua e là si vedeva canarini affacciati alle finestre, nessuno cinguettava.

Per evitare il fracasso scantonammo in un vicolo, lo spazzaneve cercò di seguirci ma il passaggio era troppo stretto e così continuò per la sua strada.

Il vicolo era deserto illuminato da radi e fiochi lampioni, la neve non era spazzata e procedevamo a fatica, presi mister Astley sotto braccio e confidenzialmente gli chiesi: “Nel giocatore sei un signore inglese serio e posato, come hai fatto a diventare un barbone?”

Lui sputò per terra un flaccido grumo catarroso e rispose: “Ho finito i soldi, che altro avrei potuto fare?…”

“Quindi Polina non l’hai sposata.”

“No, avrà trovato qualcun altro.”

Continuavamo a camminare incespicando nella neve, i fiocchi cadevano fittissimi ed eravamo senza ombrello, il vicolo si faceva sempre più stretto e non avevamo argomenti da discutere quando improvvisamente finì e ci trovammo di fronte un grosso portone di legno nero, sopra c’era un insegna illuminata dalla luce tremolante di una candela, si vedeva appena, c’era scritto:

“La Fenice,

casa di piacere.”

Sulla porta c’era un grosso orso vestito in frac nero dalle lunghe code e stivaloni lucidi che ci invitò ad entrare.

Nevicava, faceva un freddo cane, guardai mister Astley, lui alzò noncurante una spalla e così accettammo la sfida.

continua

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