Il divino marchese. (fig. 2) L’effimera.

 

Ero certo che se avessi bevuto ancora un po’ l’avrei potuta scopare anche senza colpo di fulmine, quante volte l’avevo fatto però è anche vero che sono solo parole e quello che avrei fatto dipendeva esclusivamente da chi stava scrivendo questa storia, lui chissà che avrebbe fatto…

Abitava in una soffitta del centro, in ascensore cercai di baciarla, l’abbracciai, aveva le tette corpose e sode e ci schiacciai contro il petto, lei si divincolò poi mi tenne a distanza con una mano fin quando arrivammo al piano.

Che modi, comunque sbarcammo in un corridoio, sembrava di essere in albergo, c’era odore di pesce fritto e porte su ogni lato con una targhetta con il nome dell’occupante, la sua stava proprio in fondo, entrammo.

L’appartamento era composto da una spaziosa stanza rettangolare, la prima cosa che vidi fu una tela posta su un cavalletto dove era dipinta naturalmente lei ad una età giovanissima, una bambina concentrata intorno al suo splendido culo fasciato da una minigonna rosso vertigine di fronte ad un’ alba sul mare, le onde le lambivano i piedi imbiancandoli di spuma. In un angolo erano ammucchiate delle valige una sull’altra alla rinfusa, c’era un tavolo contro una parete vicino al cavalletto metà del quale occupato da pennelli e colori, sulla parete di fronte una rientranza del muro dove era un cucinino, una porta aperta dava in una piccola stanzetta dov’era il letto a due piazze con una fantasiosa coperta piena di ali che sembrava un torrente d’acqua vorticosa in volo verso chissà dove.

“Ti piace?” chiese lei.

“Che cosa?”

Non fare lo spiritoso…”

Spolverò una sedia, l’accostò al tavolo e mi disse di accomodarmi, entrò nella camera da letto e da lì in un piccolo bagno, chiuse la porta, dopo qualche secondo si sentì il getto dello sciacquone.

La stanza era inquietante, i muri erano dipinti color rosa carne venata da rigature rossicce, c’era il lampadario acceso sopra il tavolo piegato per riflettere la luce contro il cavalletto, la luce si rifrangeva sul quadro e da lì alle pareti dando l’impressione che la carne fosse viva, leggermente inumidita, tra il profumo di trementina che impegnava l’aria si sentiva un retro profumo… non era facile da descrivere, sembrava un ricordo dimenticato e mentre cercavo di ricordare mi accorsi che il quadro era cambiato, il sole si era alzato, il mare era mosso e in lontananza si vedeva una grossa onda che si allontanava veloce dalla tela . La cosa straordinaria era che la bambina non stava più nel quadro, me la vidi di fronte imbarazzata di timidezza, faceva la boccuccia nel visino incorniciato dalle trecce rosse e dondolava sulle lunghe gambe.

“Tu chi sei?” le domandai sbalordito.

“Come chi sono?” ribatté lei piccata, “sono io, non mi riconosci più?”

“Ma ma ma…” balbettavo, riguardai il quadro, il sole si era ulteriormente alzato e sulla superfice della tela si intravvedeva una figura in formazione, un’ altra bambina, era ancora evanescente, quasi invisibile.

Stentavo a mantenere il controllo, alle stranezze ero abituato ma questa, non era possibile, ci doveva essere un trucco da qualche parte, forse era un suo modo per stupire gli ospiti e poteva aver cambiato la tela mentre non guardavo, questo era possibile ma avevo di fronte una bambina mentre quella di prima…

“Mi stai prendendo in giro, tu avrai si e no dodici anni, chi sei?” le chiesi.

“Adulatore…” rispose lei con una vocina infantile e civettuola, “mi sono truccata, a me piace trasformarmi in quello che voglio, come ti sembro?”

Senza attendere risposta si sedette sulle mie ginocchia e mi abbracciò porgendomi le sue labbruzze rosse e fresche da baciare.”

Ero confuso, non era possibile, vedevo bene che aveva le tettine appena pronunciate, non mi diede tempo di pensare, appiccicò le labbra alle mie e infilò la lingua, era calda, era fuoco, era tempesta, il sangue cominciò a bollire, un vortice, non mi chiesi neppure perché mentre le palpavo i piccoli seni quelli crescevano tra le mie dita, anche lei… quando la presi in braccio per portarla a letto sembrava avere quattordici anni, quando la coricai tra le lenzuola e le strappi i vestiti sedici, quando mi buttai su di lei non pensavo più, la penetrai con violenza, la sbattevo come non avevo mai fatto con nessun’altra, la girai e rigirai in tutte le posizioni e…

Insomma, si sa come vanno queste cose, ad un certo punto la luce si spense, la stavo prendendo alla pecorina, le sbattevo contro il culo ed a ogni colpo sembrava di sentir rimbombare una gran cassa, lei urlava in contrappunto, non ci feci caso e continuai ma c’era qualcosa che non era più come prima, lei, il suo corpo era diventato molliccio, scarno e lo diventava sempre di più, la foga continuava ma dentro me si sentivano i freni entrare in azione, cambiammo posizione, la misi sotto e la montai tenendole le gambe sollevate, i seni sembravano sgonfiarsi, erano flaccidi poi c’era qualcosa di viscido che le usciva dalla figa, mi salì sul ventre, toccai, ero tutto impiastricciato, il letto era fradicio, mi staccai e mi alzai, cercai la luce, non trovavo l’interruttore, accesi l’accendino, nella tremula luce guardai il letto, coricata c’era una vecchia magra e deforme, teneva le braccia sollevate, mi chiamava, sangue schiumoso da tutte le parti, sembrava un fiume, ne ero completamente imbrattato, feci qualche passo indietro, entrai nella sala, improvvisamente tornò la luce, vidi lei, quella conosciuta al ristorante, sembrava appena uscita dal bagno, mi chiese: “Che ti succede, che fai?”

Non risposi, raccolsi i vestiti e così com’ero uscì, nel corridoio non corsi ma camminavo veloce, scesi le scale, all’aperto…trovai un torretto per lavarmi, mi rivestii e restai il resto della notte a camminare per le strade tra le case i lampioni e le macchine posteggiate…

 

effimera