Il buco nell’acqua.

 

Appena uscito dalla figa di mia madre vidi un cartello dove c’era scritto:

“La vita è come il mare, bisogna navigare, come sono cazzi tuoi.”

Allora andai al porto, c’erano navi di tutte le dimensioni, ognuna aveva scritto il nome del proprietario, cercai la mia, camminavo sul molo, panfili di lusso, transatlantici, navi da crociera, di linea, sottomarini, c’erano anche nave corsare con le vele al vento che mi piacevano un sacco ma il mio nome non c’era, arrivai ai motoscafi, di tutti i tipi ma niente nome, cominciarono le barche a vela, a remi, canoe, kajak ed anche li niente ed infine, proprio al fondo, trovai una zattera coi pali legati col cordino che sembravano stare insieme per miracolo e finalmente, su un foglietto che sembrava uno strappo di carta igienica dove qualcuno si era appena pulito il culo trovai il mio nome.

Che delusione, stavo sul molo a guardare gli altri salpare con le loro belle navi e me una zattera, non mi decidevo ma dopo un po’ cominciai ad annoiarmi allora saltai a bordo, se così si può dire, e con un remo di fortuna salpai all’avventura…

Da allora ne sono passati di anni, da far crescere la barba ai meloni, inutile dire che ovunque andassi se non c’erano pescecani che cercavano di rovesciarmi c’erano balene che cercavano di inghiottirmi, se cercavo di raggiungere il largo scoppiava subito una tempesta che mi rigettava indietro, non so come riuscì a cavarmela ed in questo devo ammettere che la zattera pur striminzita teneva bene e rimasi sempre a galla.

Arrivai ad un certo punto che ero proprio stufo di costeggiare e allora vidi un isoletta deserta e ci andai.

Era poco più di uno scoglio, una spiaggetta piena di sassi con un grosso masso che usavo come schienale e stavo lì seduto a guardare il mare, i miraggi all’orizzonte, il sole sorgere e tramontare e le stelle tra il via vai della luna.

Per passare il tempo buttavo i sassi nel mare, ce ne erano tantissimi e poi guardavo il buco che facevano entrando in acqua e le onde concentriche che si allargavano dopo che il buco si era chiuso. Arrivai a farne un’arte, ne buttavo più di uno e facevo scontrare le onde tra loro disegnando figure che con l’esperienza diventavano sempre più complesse, mi appassionai, ad un certo punto mi accorsi che ogni volta che tiravo un sasso le onde invece di allargarsi si comprimevano intorno al buco formando figure all’inizio confuse poi piano piano veniva fuori come delle gambe aperte, delle belle gambe affusolate di donna e parte del ventre ed il mare sembrava gemere proprio come fanno le donne quando le si titilla in quel posto, i gemiti erano terribilmente eccitanti e me lo facevano venire duro da fare male ma era un attimo, la pietra sprofondava ed il buco si richiudeva subito lasciandomi ogni volta con il cazzo in mano a pompare aria…

Iniziai a tirare il sasso piano in modo che il buco durasse più a lungo, cercavo quelli più grossi e più leggeri, ottenni qualche risultato ma non quello che volevo, allora entrai in acqua, ero eccitatissimo, il cazzo a clava, lo battevo e facevo il buco con quello, il mare rispondeva bene, intorno al buco l’acqua si scaldava, i gemiti aumentavano portati dalle onde sulla voce della spuma, battevo e battevo ed il mare si ingrossava, le onde si alzavano e mi scrosciavano addosso roventi, sembravano baci e carezze e mi leccavano tutto lasciandomi ogni volta senza fiato, poi con un rombo di tempesta l’acqua iniziò a sollevarsi, si formarono le gambe ed il ventre ed il corpo si allungava all’orizzonte, il buco non si chiudeva più, si avvolse intorno al mio cazzo e con un urla impazzite dalla tempesta e dai boati dei tuoni mi feci la scopata più straordinaria della mia vita.

 

Morale.

Può essere e non può essere, le figure dell’Arte vanno lette con il tatto degli occhi, chi scrive non è le cose che scrive.

 

 

pozzanghera

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