La bocca del totem.

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Una volta ero finito in una giungla preumana piena di cannibali che tra loro comunicavano a morsi.

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Apri la tua borsetta

bella troietta

che ci voglio infilare una polpetta.

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Il linguaggio era elementare, non usavano parole ma un fraseggio alimentare, l’affondo dei denti di chi mordeva e il guaito del morsicato poi un forte rumore di masticazione che variava dal soffice allo scricchiolante quando sgranocchiavano le ossa, sembrava una musica contrappuntata dai rutti e dalle scoregge di quelli che avevano mangiato.

I cannibali tra loro si capivano benissimo anche senza parole, qualcuno cercava di comunicare con me e siccome da quell’orecchio non ci sentivo mi ero portato una spada di fuoco e come si avvicinava lo arrostivo. Gli altri apprezzavano i miei discorsi divorando gli arrostiti e i secondi i minuti le ore i giorni gli anni scorrevano.

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Gatta sorniona fa le fusa

con la lingua che l’annusa

ispirata dalla musa.

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Il linguaggio è come un fiume, scendendo si arricchisce dell’acqua degli affluenti e quando arriva al mare è gonfio e magnaloquace, un giorno decisi di risalirlo e arrivato allo sorgente trovai un totem con un filo d’acqua che gli usciva dalla bocca.

Appollaiati sopra c’erano tanti pappagalli, se il totem diceva: “lesso” quelli si alzavano in volo e strillavano: “Cesso! Gesso! Nesso! Fesso! Messo! Sesso!…” E via così, l’acqua assorbiva le vibrazioni e si incanalava nell’alveo del discorso.

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Leccatina di mattina

scioglie figa la sua brina

colazione sopraffina…

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voliera dei pappagalli.

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