Etna (p.3)

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Siparietto.

La notte stellata è arrossata dai bagliori che escono dal cratere principale dell’Etna, faville zigzaganti escono a manciate infocate spandendosi come lampadine ad illuminare la favola… in fondo al cratere si sentono le urla di Vulcano infuriato per i tradimenti di Venere, i ciclopi martellare, l’aria è satura del mito, dei, titani ed eroi dell’antichità cavalcano le faville ognuno raccontando la sua, nella confusione si capisce poco ma sembra che raccontino tutti la stessa storia.

L’asino è ancora carico del fardello che sembra incollato alla sua groppa, dopo avere ragliato sonoramente verso il cratere dice: “Se una storia che nel vero va da destra a sinistra viene contrapposta ad una falsa che va da sinistra a destra si scontrano e non vanno più ne avanti ne indietro.”

Che un asino parli non è una novità, se ne sentono tanti, una metafora, allora rispondo: “Vero, bisogna azzerare tutto e guardare le cose da un punto di vista nuovo. Cosa c’è nel sacco?”

“Guarda.” Raglia lui.

Lo tocco con una mano. Dentro sembra esserci solo aria, immateriale, un pallone gonfio, un otre, apro il rubinetto e sibilando esce una parola con le lettere luminose: “MONGIBELLO” le lettere si sparpagliano e si ricompongono anagrammandosi in: “OLIMBUS LING”

L’asino dice: “Potrebbe stare per lingua dell’Olimpo, la lingua parlata dagli dei.”

Dal cratere esce una vampa infocata, si apre come un ombrello poi diventa una medusa marina dai filamenti sfrigolanti di fuoco, contraendo il cappello si mette a volare per aria in direzione di Catania, rimbalza sui tetti delle case e continua verso il mare diventando un puntino all’orizzonte.

Continuo: “L’Etna custodiva il fuoco degli dei, un linguaggio, Prometeo lo ruba e finisce impalato sul Caucaso dall’ira di Giove, una figura da interpretare.”

L’asino batte uno zoccolo a terra facendo sussultare il vulcano e raglia: “La fiaccola olimpica, doveva essere un maestro, insegnò agli uomini a parlare, però se prima non parlavano non erano uomini.”

“E cos’erano?”…

Ci sarebbe da scrivere altre miliaia di pagine ma in quel momento, correndo trafelato, arriva Turiddu gridando: “Aiuto, m’hanno fatto il malocchio, Pupa e Maria hanno partorito, adesso che faccio? Che disgrazia! Fatemi passare che mi voglio buttare nel vulcano.”

“Calmati…” gli dico, “è naturale che gli animali partoriscano, non mi sembra tanto grave.”

Turiddu, stringendosi i capelli con le mani come a volerli strappare risponde: “Sì…ma queste non sapevo che erano incinte, si erano ingrossate ultimamente ma… le tenevo separate dagli altri, le tenevo…questa cosa non si può spiegare, è il malocchio di qualche strega…”

“Non capisco, andiamo a vedere.”

“Va bene, andiamo ma… non so proprio che dire, che fare…non penserai che…”

Torniamo alla casa di Turiddu, ci fa entrare ed in una stanza, sopra un grande letto matrimoniale per l’occasione macchiato di sangue del parto ci sono la cagna e la scrofa ognuna con uno stuolo di cuccioli attaccate alle mammelle, certi hanno testa umana e corpo di porci e cani, altri il corpo umano e la testa di cani e porci, tutti succhiano ferocemente dalle mammelle, a tratti smettono per respirare e i cani gridano: “Porci!” ed i porci gridano: “Cani!” sembra che sappiano dire solo quello…

L’asino dice: “Un’ altra figura da interpretare…”

Etna p.2

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polisenso 2

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