Andante con humour.

orientamento

Porco comodo pizzicato

non si cura del parlato

questo è tempo di far festa

che la lancia è messa in resta

non c’è giorno da sapere

ne robaccia da tenere

uno più uno fa sempre due

e per l’asino e per il bue

lo spettacolo s’è incamminato

per la via del condannato

viene dato prima o poi

anche il conto che non vuoi

tutto è scritto tra le stelle

per star ben saldo nella pelle.

scatto al presente

Philosopher’s song.

uccello di fuoco

Fragile la diga trattiene l’effetto a precipitare sulla causa

a destra cani abbaiano a sinistra porci grugniscono

odio e amore nomi senza forma appiccicati ad una botte di feccia d’annata

patina grigia i vetri della finestra chiusa alla vita

sulle note di Prokof’ev Pierino gioca col lupo

gabbia di sogni irrealizzabili

volare via dal pensiero

senza peso

senza scuse

viene da sé la barzelletta per l’umore che non cede

una risata a denti stretti

oggi la sfida in groppa ad un magico cavallino di legno

a volare sopra l’affanno ed il brontolare di quel che fanno.

philosopher's song

Euridice all’inferno. (fig. 11)

il balllo dell'impiccato

Al buio i gatti sono tutti bigi, Orfeo scese all’inferno per riprenderla ma lei si era impiccata, stava appesa sul ramo più alto della città ed il suo cadavere danzava, il diavolo gli disse ideache quella non era lei ma una bambola, Euridice era nascosta dentro ancora viva e se riusciva a tirarla fuori poteva farne quello che voleva.

La storia solitamente nasce da un’idea, l’idea è una cosa astratta che si può vedere da molti punti di vista, ogni punto sviluppa delle probabilità che si possono sviluppare nella narrazione, gira e rigira si vede tutto bigio, finalmente si accende una lampadina ed ecco come andò.

Sia ben chiaro che qui siamo solo parole e qualsiasi riferimento a personaggi e fatti della realtà è puramente casuale, per strada mi disse di chiamarsi Elena, che era stata rapita appena nata dagli zingari e venduta ad una famiglia che non le piaceva allora era scappata e si era messa a fare l’attrice in un teatro ma neanche quella vita le piaceva allora voleva farla finita ma dopo avermi visto si sentiva un’altra ed era contenta che l’avessi rapita.

casa nel cucchiainoDiscorso sconclusionato, ero annoiato e la ascoltavo distrattamente, sapevo che quello che diceva non era vero, il suo corpo per dirla così puzzava un po’ come le parole, intanto pensavo che avrei potuto portarla al manicomio e lasciarla lì ma a quell’ora era chiuso così decisi di andare a casa e poi al mattino avrei fatto il resto.

Il suo corpo era caldo, aderiva al mio in un “incastro” perfetto, una paura sconosciuta mi attanagliò il cuore, quando mi voltai lei non c’era più, di là dalla porta dov’era uscita rombavano le fiamme dell’inferno, richiami allettanti, a quei tempi non sapevo che era un teatro e tutti recitavano così ci cascai dentro o forse finsi di farlo…

Arrivati a casa lei si comportò come se fosse sua da sempre, era pratica di ogni angolo, gorgheggiava come un usignolo volteggiando sulle punte, buttò la sacca sul tavolo, la aprì e tirò fuori la corda, sembrava una magia, la corda in un attimo si trasformò in un pupazzo di pezza, aveva l’aspetto di un bel principino delle favole pasciuto e soddisfatto di sé ma vedevo bene che era un altro, adagiò il principe sul divano baciandolo ed accarezzandolo con trasporto. antro

Le proposi di fare un bagno intanto avrei preparato qualcosa per cena, lei leccò gli occhi del principe e si alzò con i suoi luccicanti di pianto, disse che non aveva fatto nulla di cui pentirsi, mentre bolliva l’acqua per la pasta l’ascoltavo sciacquare nella vasca, il principe sul divano faceva scena muta e guardava da un altro mondo.

Quando uscì dal bagno sembrava un’altra, m’accorsi che era bella e mi piaceva, nuda la pelle luccicava di riflessi dorati, i seni si protendevano pronti ad allattare, le gambe affusolate, il viso aureolato di un angelo, le porsi un accappatoio, non avevo fretta di cambiare idea e cenammo in silenzio, lei teneva il principe in braccio e lo imboccava ma non riusciva ad eccitarmi, il pubblico brontolava in attesa che entrassero i leoni per sbranare i cristiani, si sentivano fischi ed insulti a non finire, la sua bocca era sensuale, la lingua rossa usciva felina a leccarsi le labbra, i denti biancheggiavano spietati, l’immaginai mentre scivolava sotto il tavolo mi sbottonava la patta e si metteva a succhiarlo, ce l’avevo duro da far male, con un colpo secco chiuse i denti e mi tranciò la cappella, una fontana di sangue si alzò dalla Terra, ritirai frettolosamente il sogno e la guardai preoccupato, lei fece finta di nulla e con le labbra accennò un bacio voluttuoso…

Dopo cena eravamo tutti e due brilli quanto basta, le dissi che la prima parte del piano si era conclusa ed eravamo arrivati al poi… lei cullando il suo principe rispose che non era tipa da darla al primo che capita, disse anche altre cose ma a quel punto mi saltò la mosca al naso, le strappai il pupazzo dalle mani e lo gettai fuori dalla finestra poi la presi per i capelli e con violenza la trascinai in camera da letto.

Divenne docile, si stese ed aprì le gambe, la femmina era in calore, un serpente d’odore uscì dalla sua figa aperta a caverna, s’avviluppò intorno alla gola e mi trascinò in quella bocca affamata, mi stesi accanto a lei ed iniziai ad accarezzarle i seni, la sua pelle vibrava come i tasti di un organo di carne, una musica solenne rimbombava tra le navate della chiesa, i fedeli inginocchiati erano rapiti dall’estasi, lei si lasciava toccare senza reagire, era fredda, una morta, l’abbracciai delicatamente e le trasmisi il fuoco che avvampava di desiderio, l’incendio divorava secoli di attese deluse, cominciai a baciarle le labbra, i seni poi scesi delicatamente sciando con la lingua il suo ventre ed iniziai a mordicchiarle il clitoride.

La bolla purulenta scoppiò, l’aria si impregnò di un puzzo terrificante, lei gemeva dalla voglia, mi spinse la testa contro il pube, questo era un ribollire di mestrui vulcanici, la lava iniziò a colare, a quel punto la sua figa si trasformò, divenne una faccia barbuta e sofferente, l’immagine di Gesù Cristo, le labbra si aprirono spesse e purulente e nel fetore dell’alito marcio disse: “Baciami Giuda…”

figura della gelosia

Nella foresta si è fatto giorno, la scala stregata si alza gradino dopo gradino al risultato, nella fossa i parassiti hanno terminato di banchettare, di Dùcento son rimaste solo le ossa, la terra si mette a tremare mentre la figura svapora tra le nuvole del nulla.

tela di aracne

Euridice all’inferno. (fig.10)

3 moo  (2)

Le comiche, parole allegre, ah ah ah, perché no? anche noi parole possiamo ridere o piangere come fanno i burattini, dipende dall’umore di chi scrive, pesante o leggero, meglio leggero, noi parole amiamo volare senza pesi e zavorre inutili, libere da pregiudizi e denti doloranti che giocano con la lingua…

Questa è una figura incredibile, bisogna rispolverare la citrullaggine dei bambini, boccaloni che credono a tutte le storie che vengono raccontate, l’immaginazione, soprattutto negli artisti che ne sono dotati, a volta gioca degli scherzi che non si sa come dire.

torino Facce che si incontrano per strada, il resto è coperto dai vestiti, quel che si vede rispecchia le costellazioni stampate nel cielo del mito, la testa di Orfeo risparmiata al banchetto delle donne di Tracia rotola solitaria per il mondo, il poeta barbuto che parla alle bestie, la lira donata dal demonio in cambio dell’anima gli permette di far vivere le cose inanimate, pietre che parlano, foreste che cantano nelle notti di luna piena, fate e folletti amoreggiano danzando alla sua musica in pittoresche spelonche alla luce delle lucciole, da cose del genere ecco saltare fuori l’idea.

Fare patti col diavolo è rischioso, prima o poi bisogna saldare il debito, la cambiale ha una scadenza che non si può rimandare e quando arriva arriva.

Quella notte ero a letto con una, una tipa interessante. Sia ben chiaro, il soggetto di ero a letto non è l’autore che scrive che pesa circa settanta chili e non a caso si è rasato bene la barba prima di scrivere, togliamolo dalle parole, ah… leggerezza, volare.

L’avevo conosciuta nel pomeriggio mentre passeggiavo nel bosco, in quel punto la vegetazione era fitta e non penetrava luce, lei stava sul ramo di un grosso albero rinsecchito ed annerito da un fulmine, aveva una corda al collo e stava per impiccarsi, un attimo ancora e si sarebbe buttata giù.

Angolo con squarcoVista così, spettinata, sciatta, senza età, vestita in abiti maschili, sembrava una barbona di quelle che dormono sotto i ponti, la prima impressione fu di non impicciarmi ma lei ormai mi aveva visto e disse con voce determinata: “Lasciami fare, voglio morire, sono stufa di vivere, non ce la faccio più.”

Per nulla interessato risposi: “Fai, non sono affari miei, se non vuoi che guardo mi sposto.”

Lei replicò: “No no, stai pure, che mi frega, tanto…per dove devo andare…”

Nell’oscurità non si sentiva alcun suono, nell’aria non c’erano odori, una scena piatta, rimase qualche secondo a barcollare sul ramo, fece per buttarsi poi frenò di colpo, si tolse la corda dal collo con un gesto stizzito e disse: “Eh no! Accidenti, hai rotto l’incanto, ero così presa, volevo…cosa volevo? Non lo ricordo più, dove siamo, cos’è questo posto?”

Evidentemente aveva qualche rotella che non girava nel verso giusto, la guardai scendere dall’albero preoccupato, l’esperienza consigliava di non fidarsi, le donne quando vogliono abbordare uno ne fanno di quelle che… come i ragni circondano lo sventurato con una rete di storie inventate e menzogne avviluppandolo senza speranza e poi tirano fuori il pungiglione, poteva essere un trucco, quindi decisi di tenere le distanze.

Scesa a terra arrotolò la corda e la mise in una borsa, sembrava una pescatrice che ritirava l’esca e posava il suo pesce nella cesta, poi venne vicino. Non profumava di rose comunque si cominciava a sentire un odore e la scena si animava, il vento prese a frusciare tra le foglie e qualche raggio di sole fece capolino tra i rami.

Euridice fece un urlo disperato e si buttò, la corda si tese con violenza, nel silenzio si udì chiaro il crac! dell’osso che si rompeva, il corpo si irrigidì ed iniziò a contorcersi con scatti convulsi, una danza macabra senza musica…

Mi guardò con occhi crucciati e chiese con aria sfottente: “Beh, non dici niente?”

“Che dovrei dire?”

“Beh…insomma! Non vedi? Sono io! Hai appena svegliato la bella addormentata nel bosco, che dormita ho fatto, adesso… che facciamo? Stando alla prassi dovresti almeno invitarmi a cena e poi…”

La guardai, lo sciattume era in parte sbiadito, dagli abiti sgualciti traspariva un corpo sostanzioso e invitante, i seni premevano tesi sotto la camicia stazzonata, due grossi capezzoli sporgevano prepotenti, occhi imperiosi guardavano il fato compiersi… il viso pallido ed imbronciato era incorniciato da una selva di riccioli biondo ramati, i lineamenti aguzzi, le labbra grandi con tracce di antichi rossetti, non era poi malaccio, senza darmi tempo di rispondere mi prese a braccetto e così ci incamminammo per il sentiero.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          continua…

ora stellare

Scarabocchio d’autore.

oggi (3)

Oggi

Alba e tramonto

Notte di stelle

La poesia da scrivere

Il quadro da dipingere

La musica da comporre.

oggi (2)

Evasione.

il sapere

Grrr, tigrotto saccagnato, il termine è dialettale ma rende l’idea, la pasta col lievito gonfia ma la farina è quella, il gonfiore si sgonfia, splash fa la pustola schiacciata, il pus schizza via dove va non ha importanza.

Miliaia di libri, miliardi di parole lievito amaro la credenza di essere quel che si vede, inconcepibile assurdità, la lunga fila di maiali avviata al macello, in riva al fiume la casa del barcaiolo è vuota, nessun Caronte traghetta le anime all’altra sponda.

Un immenso castello di menzogne, dati i presupposti le cose sarebbero andate così, causa effetto naturali, fuori dal recinto le iene aspettano in agguato, sbavano affamate, odio cautelativo, fa male ma che sarebbe diversamente?

La consapevolezza della perfezione, una macchina con meccanismi precisi che si programmano alla bisogna, quel che sembra non è, quel che è gracchiola i suoi ruggiti sottovoce, beata ignoranza, non sapere assoluto, piacevole tepore di una stufetta…

incontro

Fatti Elena in salotto.

fatti Elena in salotto

Spietata la lingua aratro tra le zolle della pagina scava il solco via Po

un soldo di pane in bocca all’atlante mescolato all’hashish

il peccato confusione sorretta pesata cagata dall’alto

frana valanga piove dal nulla un concetto la catena è la cuccia dell’Uomo…

la forma ulula nella notte buia, urli di silenzio, di pazza reclusione, di pazienza…

la lenza amata di verme oscilla tempo immobile

follettol’eterno rincorrere dell’illusione vivere

il fiume scorre d’attesa,

il giorno, lo sbocco alla strada,

l’orizzonte si apre ventaglio d’aria sogno svanito dalla realtà,

perfezione amaro boccone senza perché

così è anche oggi,

volare sull’onda

in una goccia del mare.

cucchiaino

I bei tempi che al circo i leoni mangiavano i cristiani.

come scattato

                                                     Fresco respiro giovinezza

                                             il profumo dell’ebbrezza

                                     t’ho lasciato in alto mare

                              su uno scoglio di fortuna

                      per la briga a quanto pare

               di salire fino alla luna

        a cercare senza certezza

un tesoro di amarezza.

 

Ora con te vorrei tornare

sulla riva a riprovare

sopra l’onda del ricordo child in time

viaggia l’occhio del pensiero

tra ingranaggi senza bordo

che di bianco han fatto nero

una porta da sfondare

le tue labbra da baciare.

 

Girano stelle intorno al fuoco

             rosolando a poco a poco

                tutto il tempo che vestito

                            fango d’aria la parola

                            presa a segno con il dito

                                     ha cucito con la spola

                                bozzo d’etere ha fatto loco

                                   ma il bambino è ancora al gioco.

come scattato

La scala stregata. (nona figura)

atomica

Il ratto di Elena.

bambolaTerreno incolto, bruciare le erbacce, togliere i sassi, dissodare, arare, fresare, seminare, aspettare… nell’orto si vedono crescere esplosioni atomiche, cavoli nucleari, cazzi radioattivi, la figura ha molteplici angolazioni, l’idea di partenza è negata e lo sviluppo della pianta è conseguenza, una pianta senza seme non ha radice, sta sospesa sul terreno, un soffio di vento ed i cavoli vanno all’aria, rimbalzano palloni verso la rete…

Che tempi erano quelli, un inciso tra parentesi dentro una storia infernale.

Elena è sul letto addormentata, il respiro è tornato regolare, la stanza un campo di battaglia, tutto per aria, è passato l’uragano, si son sopiti spari ed urla di moribondi, nel silenzio si avverte appena il ticchettio di un orologio nascosto nella notte fuori dalla finestra aperta.

L’ho conosciuta la sera prima in discoteca, ballava bene, minigonna vertiginosa, gambe lunghe con un culo che ammazzava, body trasparente con tette all’aria, bionda col viso selvatico, il naso arricciato su una boccuccia dalle labbra protese che invitavano a piaceri innominabili.l'universo

La guardavo incantato, muoveva il culo con una sensualità che il mio cazzo stentava a star chiuso nei bottoni, nella confusione danzante, nel fracasso di musiche e luci, nell’ebbrezza del whisky che tracannavo a gogo sentivo la tigre sotto la pelle agitarsi, aveva fiutato la preda e la stava aspettando in agguato.

Al primo lento mi avvicinai, la guardai coi miei occhi assassini e la invitai a ballare, lei accettò senza complimenti e dopo qualche secondo eravamo allacciati nella calca, il suo corpo fremeva d’elettricità ed il mio era un incendio, agivo automaticamente, lasciai che il fuoco si propagasse poi la baciai sul collo, lei accostò le labbra, profumavano di fragole fresche, latte e vodka, tutto girava ma noi eravamo fermi, vertigine, la baciai a lungo, la mia lingua scese giù dalla gola e iniziò a sondarla nel profondo mentre la sua faceva altrettanto, le campane suonavano a stormo, ogni atomo di carne aveva gli elettroni che giravano vorticosi, una nuvola invisibile di desiderio ci avvolgeva isolandoci dall’universo.

Ci sedemmo ad un tavolo, la mangiavo con gli occhi, parlava un italiano stentato con un forte accento russo, la voce leggermente arrocata, non mi ero mai fatto una russa e la cosa era stuzzicante, ci misi tutto l’impegno, sfoderai artigli di poesia e galanteria, i denti della tigre luccicavano bramosi e s’allungavano alla sua carne… dopo un po’ la portai a casa, abbiamo scopato quattro ore di seguito praticamente senza sosta, tutte le posizioni possibili immaginabili, il suo corpo era malleabile e si prestava ad ogni gioco, una furia della natura, allo stereo il Live degli Ac/Dc che avevo messo si è riavvolto cinque volte a tutto volume senza che ce ne accorgessimo, alle sue urla alternavo parole d’estasi, la insultavo sbattendola con violenza poi l’accarezzavo allungandole la lingua nei visceri e s’alzava il tappeto volante tra le stelle del erotismo.

merdacciaVerso la fine l’avevo messa sotto, le avevo stretto il culo ben saldo tra le mani e gliel’avevo ficcato nella figa fino in fondo, ce l’avevo duro e gonfio e glielo sbattevo con foga primordiale, la sentivo gemere in sordina affannata, le sue unghie scavavano nella carne, mordeva, cercava di divincolarsi ma non ci facevo caso, ero preso completamente, il ciclone si era risvegliato e non avrei potuto fermarlo neppure volendo, improvvisamente si immobilizzò e perse i sensi, continuai ancora preso dalla foga poi mi accorsi che non c’era più ed a fatica schiacciai il pedale del freno, scintille da tutte le parti. Mi alzai preoccupato, la toccai per svegliarla ma inutilmente, il respiro era affannoso ed il cuore le batteva all’impazzata, non sapevo che le russe fossero così poco resistenti, m’alzai dal letto e mandai giù un sorso di vodka, spensi lo stereo ed aspettai che si calmasse, ora la sto guardando al lume di una tremula candela.

La notizia era esplosa, il fungo atomico sollevato aveva liberato un fall out velenoso che si era sparso su tutto il pianeta…

Elaborazione, pensieri sparsi, sull’alta vetta della ragione pura le cose troppo facili appaiono quasi impossibili da calcolare, si stenta a crederci, forse credere non è la parola giusta, il significato espresso appare inverosimile, una favola, le parti dell’universale da comprendere.

Elena, il nome si associa a Troia, rapita due volte, il simulacro della suora in stretta clausura e la puttana per antonomasia, il significato si accompagna al nome, lo segue docile cagnolino al guinzaglio.1

Nel sonno si agita, la pelle è percorsa da tremolii, apre gli occhi spaventata e li richiude, mormora parole in russo che non capisco, dalle labbra socchiuse esche un fumetto dove tra bagliori apocalittici si vede la testa di una regina rotolare insanguinata tra la polvere, la testa rimbalza tra le pareti evanescenti del sogno echeggiando boati di tuono, onde che si propagano nell’etere, mare invisibile che fluisce nello spazio del pensiero.

Quante storie per una scopata, mi alzo rollo una canna e me la fumo, il cazzo si è afflosciato ma sono ancora eccitato, la vicinanza del suo corpo nudo distrae, l’odore è forte, reprimo la voglia di farmi una sega e massaggiandolo continuo a guardarla, si è stesa sul letto con le braccia aperte e le gambe incrociate, i capelli sudati le si sono appiccicati al viso come una lunga barba, per un attimo traspare la figura di un cristo sofferente poi la luce della candela si attenua mettendole in ombra la testa e le gambe, si vede solo il busto dalle tette al pube, i seni si sollevano al respiro, sono gonfi coi capezzoli sfoderati leggermente spostati verso l’esterno, sembrano due grosse palle ed il ventre affusolato che si restringe verso l’inguine…ha proprio l’aspetto di un cazzo, rimango colpito dalla figura, lo confronto col mio che tengo tra le mani, si sta indurendo, guardo il suo e vedo che gonfia anche quello, una novità, la voglia torna a ruggire, farlo con una che dorme e come farlo con una morta, problema di non facile soluzione, comunque torno sul letto, sembra proprio un cazzo con la punta che le tocca la figa dall’interno, le labbra sono ancora aperte e squassate dai miei colpi, riflettendo i tremolii della fiammella si vede uscire un filo di liquido vaginale misto a sangue denso come sborra, il profumo è irresistibile, tiro l’ultima nota dalla canna e mentre la nuvoletta si dissolve allungo la lingua per leccarla… gusto impronunciabile.

Lei continua a dormire, nel sonno fa schioccare le labbra, geme leggermente e sposta un braccio a coprire i seni, mentre continuo a leccare solleva il sedere e scoreggia un soffice soffio sibilante, dalla finestra aperta entra la giungla, tam tam rullano nella notte, intorno al falò i cannibali stanno sbranando una donna, urla selvagge, la vittima si smembra da sé tagliandosi con una fredda lama appuntita e getta la sua carne ai convitati, una fontana di sangue si alza gocciolando sul mondo, il fiume scorre impetuoso, il mare apre le gambe per tramonto con elefanteaccoglierlo nel suo ventre…la scoreggia non mi ha sorpreso, a certi livelli è come sniffare coca, una prelibatezza, continuo a leccare, la figa si è spalancata ed il liquido vaginale scorre abbondante, mi corico e le abbraccio i fianchi, non so come dire, come se stringessi un grosso cazzone e lo stessi spompinando, una cosa che non avevo mai provato, eccitante, improvvisamente dall’interno della sua vagina si sente un debole uggiolio canino e la figura cambia, solleva il braccio dalle tette che ora sono gli occhi stralunati di un uomo ed il corpo prende la forma di una faccia umana con il muso affusolato di un topo e subito dopo quella di un cane, il cane allunga la lingua fuori dalla figa, mi lecca le labbra e poi la infila in bocca, bau bau… Elena solleva nuovamente il sedere e scoreggia, il sibilo sinuoso s’avvolge nella mente, il sogno di un marito cornuto, l’esposizione alla folla, la gogna, il ludibrio, il disprezzo, la vendetta…

La foresta dove è sepolto Dùcento sta schiarendo ai vapori dell’alba, ha ripreso i sensi, i parassiti lo hanno quasi spolpato, in molti punti si vedono biancheggiare le ossa, fragoroso concerto di mandibole al lavoro, il sogno svanisce dai gradini della scala stregata che continua a salire, il personaggio però è ancora vivo e non sembra aver voglia di arrendersi, una data stampata nel verso contrario della storia, una faccia invisibile che sogghigna nel buio, “Non mi distruggerai, scordatelo, sono immortale, ah ah ah…” la risata del pazzo svanisce oltre il contorno del sogno…

2

la scala stregata. (figura ottava )

sex app

Sex appeal.

sexUn paese dove le case sono nomi, un enorme grattacielo fatto di tanti cassetti messi uno sopra l’altro accatastati con ordine, si vede solo quello ergersi in un cielo di niente senza pavimento sotto, su ogni cassetto è appiccicata l’etichetta con su scritto il nome, i cassetti hanno diverse stanze, uffici, negozi, botteghe d’arte, cortili per l’ora d’aria ed altri particolari al momento insignificanti da nominare nel caso siano utili a qualcosa.

Il Diamante, figura sfaccettata, ogni faccia un significato da interpretare, un posteggio per macchine in rottamazione, un ospizio per vecchi impotenti, loculi di un cimitero abitato da vampiri, favole con personaggi irreali che mangiano e cagano tutti i giorni e si raccontano sempre la stessa pizza ascoltandosi raccontare…

In un cassetto c’è l’ufficio di un grande psichiatra che si chiama Cazzone nell’accezione di grosso cazzo, all’interno l’aria odora d’inferno, passaggio di significati dal dottor Faust al dottor Freud alla categoria che esercita la professione, per modo di dire naturalmente.

Questo in particolare è specializzato nella cura di isterismi femminili, lunatiche, tarantolate e cose simili, ha brevettato un sistema che nessuno è ancora riuscito a copiare e pare faccia un sacco di soldi ed anche dove siano questi soldi nessuno lo sa.

Il dottore è seduto alla scrivania, smoking con contorno vago di un volto sormontato da una impalcatura di corna da fare invidia ai cervi, il resto ha poca importanza. Il cassetto si apre per fare entrare una bella donna, qui bisogna premettere che nei sogni le donne sono tutte belle giovani ed appetitose quindi potrebbe essere una pescata dal mucchio a caso, bruna ma anche bionda o rossa o qualsiasi altro colore, bel viso, corpo slanciato, culo da sballo ecc.sex appeal (1)

Vapore di sogno, ricordo di un abbraccio abbarbicato come un edera intorno al palo, il profumo di un fiore di carne vermiglio, ribollire di sangue, shakerato, agitato, masturbato, clou della serata, esplode in una sborrata spettacolare di insulti, minacce, frasi senza senso, delirio, sproloquio, furia belluina, rovescia la cristalliera mandando in frantumi piatti e bicchieri, la libreria, tavoli e sedie, tutti gli specchi, i vetri delle finestre e intanto urla sbavando sangue, fa per avventarsi contro il demonio ma questo, pratico per la lunga esperienza, la previene dandole uno schiaffone da farle girare la testa.

Echeggio onomatopeico del sciaff! sui muri del cassetto, l’ossessa si calma all’istante, stelle che girano, meteore, fuochi artificiali tra i pianeti, botti di capodanno, il demonio la fa coricare sul lettino e la spoglia nuda intanto dice: “Il tuo è un caso grave di identità, un pallone gonfiato, bisogna trovare il tappo se vogliamo sgonfiarlo.”

La paziente per nulla paziente ha un rigurgito d’ira che le infiamma gli occhi, riesce a controllarsi e ringhia: “Infame cornuto, chi credi di sfottere? Va be’, non ce la faccio più, cosa mi consigli per guarire?”

Il demonio risponde: “La cura è affare mio, ti garantisco il pieno successo dell’operazione, male che vada morirai ed in questo caso, come diceva Epicuro nel suo tetrafarmaco, non avrai più da preoccuparti di nulla.”

“Bella consolazione…” sbraita lei col pallone che riprende a gonfiarsi, “quanto mi costa?”

Il diavolo con voce bonaria ribatte: “Suvvia, sai bene che qui non si chiedono soldi, naturalmente dovrai darmi la tua anima, tanto cosa te ne fai? La calpesti tutti i giorni, è lo stoino per pulire i piedi dal fango della vita.”

L’ossessa ride sguaiatamente, da pazza e dice: “Chi credi di sfottere, quale anima? Quella so bene che non esiste, tu mi vuoi imbrogliare, lo so…” Urla un paio di volte all’orecchio dei muri e riprende: “Ve bene, è una sfida, ti darò l’anima se saprai trovarla, facciamo la cura.”

Il demonio suadente inizia ad accarezzarle le tette, i capezzoli si gonfiano, i seni duri, onde s’alzano sul mare scontrandosi fragorose contro la costa, alti spruzzi di spuma raggiungono il cielo, i raggi del sole li indora ricamandoli di scintillii iridati, campanellini rintoccano la melodia del vento che inizia a soffiare impetuoso, le mani del diavolo scendono ad accarezzarle il ventre, le cosce, girano intorno alla figa, sbrodolio, sgocciolio, scricchiolio di diga… improvvisamente la demente si ritrova legata al lettino, questo dottore è proprio abile, adesso ha in mano una frusta, un gatto a nove code per fare prima e con quello inizia a frustarla, non è che lo faccia con delicatezza, no no, proprio alla grande, senza pietà, gli schiocchi delle nerbate riverberano tra le pareti e fuori dalle finestre fracassate spandendosi profumo letale per tutta la cassettiera grattacielo.

infernoL’ossessa accenna qualche urlo di terrore poi il dolore l’ammutolisce, rantola col corpo ricoperto di rigatura paonazze, rivoli di sangue si spargono sulla pelle, fiumi, laghi, oceani, la tromba d’aria scava aratro nella carne lunghi solchi scarlatti… piatto cucinato a puntino, il demonio posa la frusta e per qualche secondo si riposa osservando l’opera, perfezione assoluta, non un briciolo di pelle è rimasto intatto, una maschera di sangue, vagiti di sala parto, allunga la lingua ed inizia a leccarla, il gusto del sangue, punto per punto la lecca tutta, accuratamente, sensualmente, con arte, dolore estasi sublime, l’ossessa riprende a gemere di piacere, l’onda si alza a scorrere sui tetti dell’universo, fluire di tempo, srotolamento di pizza, l’origine, la pelle ripulita a specchio prende fuoco, il demonio è il fuoco, l’incendio avvampa, corpo contro corpo, la penetrazione, l’esplosione, la disintegrazione dell’universo…

Dùcento si sveglia, il corpo intorpidito dai morsi dei parassiti che lo stanno divorando vivo, ormai cieco non vede il buio fitto della foresta, i rami spogli di foglie, la luna tramontare in un altro mondo, il vento soffiare per nulla, si sente solo un concerto di mandibole al lavoro, deglutizioni infinitesimali, rutti, scoregge di vermi ingrassati, la scala stregata collega le due rive, il sogno e la realtà, ogni gradino il significato cambia, l’organo rimbomba tra le navate dell’universo, la melodia grave di una fuga al limite di ogni cosa, l’origine.

Per nulla impressionato Dùcento dice: “Allora, che hai scritto? Chat per pettegole inglesi, aria fritta, non riuscirai a distruggermi, son solo parole, non puoi distruggere una cosa che non esiste.”

Parole, creta da plasmare, musica d’incanti, immagini dipinte con la lingua, i tasti della macchina da scrivere, baci, carezze tra i ticchettii della fonte, l’autore, i suoi personaggi e la lunga fila di autori ed attori sepolti nei libri, tanti cassetti d’aprire, identità dimenticate, passaggi di significati invertiti, sembianze, apparenze indecifrabili, scambi d’idea ingarbugliati in una matassa di favole per bambini citrulli…impasto del caso, una macchina, rotelle che girano, cala il sipario…

sex appeal (2)