Toccata e fuga.

scoglio

Cioccolato nero fondente da spalmare sulla prugna

con la testa nel bidè lecca il favo della sugna

 

lingua rossa che si attorcia

fiamma amara di raro uccello

nella bocca tra bava marcia

svuota il succo del cannello…

 

Serenata vola lesta fischiettata tra ceppi e gogna

la promessa mal dentata s’è sciacquata nella fogna

 

piscio d’oro d’assassino

sulla rima scanzonata

gioca a fare rimpiattino

contro sputo di suonata…

 

Bene attento sul chi vive non si gratta di cuccagna

giorno e notte sulla ruota veste il vento in pompa magna

 

digerito il mal di te

rutta il fuoco d’un sol me.

goccia

Con le spalle al muro.

maschere

Perepeee perepeee perepè, tromba di qui, tromba di là, che pizza!

Era una notte di non tanto tempo fa, potrebbe anche essere adesso, l’autore andava su è giù per la stanza annoiato a morte, un gas letale, valutate tutte le probabilità che non poteva fare si mise alla macchina da scrivere, idee non ne aveva allora mi tirò fuori dalla scatola delle parole e mi mandò a passeggiare al Valentino con la macchina fotografica a cercarne una.

Era un pomeriggio invernale freddo ed umido poco dopo l’una, l’aria vicino agli alberi odorava di piscio di cane e dai cassonetti dell’immondizia si sentiva odore di cacca, le panchine erano tutte occupate da zombie neri robusti e ben pasciuti simili più a soldati in libera uscita che a poveri profughi seduti a gambe aperte e cazzi ritti che ammiccavano guardando verso le mogli dei bischeri che sfilavano sul viale spingendo i passeggini.

La scena era comica, cercai qualche inquadratura da fotografare ma non ce n’erano, le donne per quanto ben vestite apparivano sciatte, tutte uguali, sbirciavano di sottecchi verso i “pacchi” robusti degli zombie neri e camminavano tenendo il busto ritto… m’immaginavo i mariti, l’ideale del piccolo borghese cretino alla William e Kate che si elevano sui poveri, una vita così l’autore non avrebbe mai potuto farla e non li invidiava. Anni passati a farsi seghe lo hanno un po’ rimbambito in proposito, dei tempi che filava ricorda le gelosie sanguinose, le violenze e poco altro, non che sia male, un effetto, la medicina e la psicologia considerano e curano gli individui come se fossero tutti maiali invece ogni tipologia umana presenta caratteristiche diverse ed è accertato dall’esperienza che pecore e capre si comportano in un modo, tigri e leoni in un altro.

La gelosia anche, nell’indottrinamento infantile i bambini idealizzano la madonna vergine e le bambine il marito crocefisso quindi trova del tutto naturale che quelle che non sono riuscite a crocefiggerlo come volevano abbiano visto la loro bambola infranta e si lamentino delle sue violenze…

In proposito a lui piacerebbe cambiarne una al giorno, come frulla, l’idea che si può andare con miliardi di donne o di uomini amando sempre ed esclusivamente solo se stessi, idea naturalmente da estendere all’universale, questa sarebbe l’unica probabilità libera da ogni ipocrisia inoltre eviterebbe di dare spiegazioni che sarebbero comunque fuori luogo.

Fin qui nulla di nuovo, mi spostai verso il centro del parco, l’aria continuava ad odorare di piscio di cane e faceva più freddo, c’era poca luce per fare delle belle foto, trovai una panchina libera e mi sedetti per rollare una canna. Per i sentieri si vedevano camminare barcollando altri zombie neri a vendere paccottiglia, ce n’era una cinquantina, cominciarono a sfilarmi davanti offrendo la merce, un fastidio indicibile trovarsi di fronte cose che non dovrebbero esistere, causa la fame e la miseria siamo d’accordo, però… mandarli affanculo si rischia di prendersi del razzista e venire multati, inoltre sarebbe poco chic e l’autore non lo farebbe mai, non lo farebbe fare neanche a me che sono solo parole, quindi mi fece alzare per andare a cercare un altro posto.

A proposito del razzismo lui ha le idee molto chiare e si considera un razzista a tutti gli effetti e non a caso. Per la logica pura il nome non è forma, razzista è un nome quindi la forma del razzista non è un razzista. La miseria e la disgregazione dell’Africa che sta spingendo sempre più affamati verso l’Europa sono un fatto, quello che si vede è sempre un effetto, le cause sono tante, ogni causa nominata ha la forma di un effetto la cui causa è precedente nel tempo, elencarle tutte ci sarebbe da riscrivere un’altra fenomenologia dello spirito che potrebbe comprendere solo lui quindi arriviamo subito alla causa prima, quella per cui tutte le altre sono conseguenza, ovverossia il razzismo dei neri africani verso se stessi. Facciamola facile, l’esempio quello che per l’autore che scrive è stato il più grande razzista d’America per non dire del mondo e cioè Michel Jackson che come è noto non era razzista, odiava a tal punto i neri che si è fatto bianco spendendo chissà quanti milioni di dollari seguito a ruota da tutti gli altri, la Lopez ad esempio che diventa sempre più bianca ed i neri poveri li usa per le elemosine che chissà in che tasche vanno a finire visto che i poveri sono sempre più poveri…

Altre ad esempio come Naomi Campbell che querela chiunque anche solo bisbigli che è nera con perifrasi o allusioni, segno evidente che i neri non le piacciono e se non piacciono ai neri perché dovrebbero piacere ai bianchi nonostante le occhiate delle mogli dei bischeri?…

Il discorso è ampio ed accertato dall’esperienza ma facciamolo breve, all’apparenza sembra che i neri siano incapaci di produrre una civiltà propria e possano vivere solo come parassiti in una società di bianchi lamentandosi del loro razzismo, in Africa dove sono solo neri vivono peggio dei cani, ad Haiti dove sono solo neri e non si possono lamentare del razzismo sono il paese più povero del mondo, in Sudafrica a parte una piccola minoranza di piccolo borghesi cretini all’Obama che spingono il passeggino tutti gli altri vivono peggio dell’Apartheid che detto fra noi fu solo un periodo di passaggio necessario dato che non potevano subito mettersi a fare i piccoli borghesi cretini ed a spingere passeggini appena usciti dallo stato selvaggio.

Chi si occupa delle cause non si cura degli effetti, continuai a camminare verso la periferia, sullo sfondo oltre il parco si intravvedevano i contorni di un accampamento di zingari.

La puzza di piscio di cane era intensa ma per l’abitudine non ci facevo caso, trovai una panchina isolata sotto un salice sfogliato, mancava un asse ed era sporca e piena di sfregi, sopra c’era un libro sdrucito e gonfio d’umidità, mi sedetti e lo presi in mano, l’Apologia di Socrate, l’avevo già letto un paio di volte, Platone, Kant, l’idea idealizzata, il super noumeno…rollai la canna e mentre la fumavo lo aprì su una pagina a caso. La trama la conoscevo, Il solito bischero che si scusa davanti ad una giuria di piccoli borghesi cretini col passeggino, a suo tempo avevo visto un collegamento con l’Apologia di Apuleio che si scusava alla solita platea per aver sposato una moglie vecchia ed ero risalito alla moglie di Maometto ed a Whitney Houston quando si scusava con gli americani per le questioni con il padre accattone che voleva l’elemosina, adesso avevo sotto gli occhi la questione del sapere non sapere.

Qui il discorso si fa serio, Platone dice la sua nella logica nominalistica, il sapere è un nome che lui identifica in dio che è un altro nome ed il filosofo sa di non sapere quel che sa il dio e se non sa è ignorante.

Con i miliardi di libri che sono stati scritti negli ultimi tremila anni trovare delle idee originali che non siano già state esposte da altri scrittori è praticamente impossibile, un autore per creare qualcosa di nuovo deve averne letti miliaia e conoscere le trame di altrettanti altrimenti non fa altro che macinare del trito ed anche così è niente, si può dire che più si sa più si allarga lo spazio delle cose ancora da sapere e quindi più si è ignoranti, una pagliuzza di fronte all’universale, quindi qualcosa di vero nelle parole di Platone c’è.

Per la logica pura il nome non è forma, il sapere non è ignoranza quindi la forma del sapere è l’ignoranza, consolante per uno che ha passato la vita a scrivere e leggere libri sapere che un piccolo borghese cretino col passeggino o uno zappaterra semianalfabeta per non dire i dottori o i nobili sono meno ignoranti di lui…una questione di spazio di non sapere.

L’errore di Platone sta nel considerare dio un nome. In questo caso dio è forma quindi universale, l’universale di Hegel ad esempio è l’umanità quindi tutti gli uomini, trattandosi di filosofia che studia solo le cause quindi i nomi, le parole degli uomini ed ancora quindi del linguaggio universale.

I livelli del linguaggio, ogni livello gli strati lasciati dai linguaggi delle generazioni precedenti, il sapere, strati su strati di notizie più o meno vere… sul fondo tra le altre se ne vede una interessante…

Uffa, cominciavo ad annoiarmi, il cielo si era scurito e si stava alzando una nebbia fosca che strisciava sull’erba e gli alberi nudi, mi accorsi di una bambina fuori la porta dell’accampamento di zingari che saltellava spingendo un passeggino. Poteva venir qualcosa di buono, tirai fuori la macchina fotografica, regolai gli asa e la puntai sulla zingarella.

Lo zoom la avvicinò, si fermò in uno spiazzo dove un cespuglio di rovi creava una piccola tettoia e tirò fuori una bambola di pezza dal passeggino. Alla bambola cadde la testa, la bambina la raccolse e cercò di riavvitarla al collo, ci riuscì alla meno peggio e si sedette sotto la pergola poi prese un sasso da terra e glielo mise in bocca quindi tirò fuori ago e filo da una tasca e le cucì le labbra…

Storia trita direbbe qualcuno ma chissà che c’è sotto…

con le spalle al muro (3)

Focherello di buon umore.

focherello (3)

Nubi nere col cappuccio

piatto freddo d’accidenti

disimparato dal di dietro

denti arrotano l’accetta

morde a vuoto la fortuna

tutto contro vento e inganno

tempo ingrato la prigione

il dovere di non piacere

serpi e cappi fanno cova

pochi sterpi tra le mani

il fiammifero l’accende

focherello di buon umore

e sto calduccio…

giraffa

la fata turchina. (fig. 3)

fata turchina a

L’enigma svelato.

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia…”

Ero incantato, mi mancava il fiato, sentivo il cuore immergersi in un languore che soffocava, ero scivolato ai tempi del liceo e dello Stil Novo, la bellezza idealizzata, l’amore platonico del poeta, quei tempi… poi con l’esperienza avevo conosciuto ben altri tipi di donna e m’ero in parte ricreduto ma ora ero nuovamente lì, mi sentivo infimo, un verme, non osavo neppure guardarla… i veli azzurri la facevano sembrare una madonnina vergine e pura, dalle trasparenze giocando con le ombre ed i riflessi del sole si intravvedeva il corpo nudo, le tettine a coppa dai capezzoli fioriti, i fianchi sottili e perfetti, la linea dei lombi una pennellata di dolcezza, le gambe affusolate ed armoniche, i piedini soffici aerei sopra la miseria terrena…

Il campanile alla Piana batté due rintocchi, il suono salì su per la valle soffiando lungo il sentiero, il cielo era sereno, il sole splendeva, le vigne ancora umide di pioggia riflettevano i raggi da ogni goccia, la luce di un immenso tesoro di pietre preziose danzava nell’aria la gioia dell’amore ritrovato, quella figura era dentro di me, la covavo da bambino poi l’avevo persa ed ora eravamo di nuovo insieme… i cani continuavano ad abbaiare e ululare sopiti dalla lontananza, al momento non ci feci caso, cercavo di parlare ma l’ansia mi teneva tappata la bocca…

“la guardavo ed occhi erano le fauci della tigre che si pascevano dei suo brani…”

Lei si muoveva con grazia delicata, sembrava cercare la sua goccia, mi fissò ad occhi abbassati arrossendo e aprì la bocca per parlare, dalle sue labbra non uscivano parole, la musica della primavera, il fiorire della vita, l’esplosione dei colori, il volo puro nell’aere della bellezza senza macchia.

Quella voce… ebbi l’impulso di gettarmi ai suoi piedi e farle dono della vita ma mi trattenni, dai sentieri lungo le vigne erano apparsi dei cani, certi molto grossi, avevano tutti gli occhi che lucevano arrossati e sbavavano con la lingua penzoloni, si avvicinavano ringhiando ed altri ne stavano arrivando, nell’aria c’era un non so che di inebriante, un profumo che sembrava provenire da lei, eccitante ed impalpabile e mi stava elettrizzando, mi sentivo come… per intendersi come si doveva sentire il dr. Jekyll prima di trasformarsi in mr. Hyde ma al momento non lo sapevo ancora, i cani erano una cosa fastidiosa, troppi per poterli cacciare, presi la fata per mano ed entrammo nel recinto, i cani si misero a correre e si gettarono contro la rete, abbaiavano ed ululavano sbavando, entrammo nel covile e chiusi la porta, dentro era la penombra rischiarata dalla luce che entrava da una finestrella, il pavimento di paglia frammisto a numerose fatte di animali datate di qualche giorno, l’odore di sterco era forte.

Mi affacciai alla finestra, fuori i cani facevano ressa intorno alla rete, erano centinaia, tutti maschi, le loro fauci battevano sorde morsicando l’aria, molti saltavano sopra quelli davanti cercando di incularli e si accendevano lotte furiose, che cosa stava succedendo?

Ubriaco, mi sedetti su uno stollo di paglia e mi sistemai la fata sulle ginocchia, sentivo una repulsione e nello stesso tempo un’attrazione irresistibile, non volevo ma un altro incominciò a stringerla tra le braccia ed a baciarla, lei tirava indietro la testa, le tempestai il collo di baci mentre la frenesia cresceva, cercai le sue labbra, scappavano e le inseguivo e le toccavo ed era fuoco e tornavano a scappare e le riprendevo, riuscì a metterle la lingua in bocca, lei rimase impassibile, il cazzo mi era diventato durissimo e faceva male stretto nei pantaloni, cercavo di accarezzarle il corpo, cercavo un varco tra i veli ma non ce n’erano, provai a strapparli ma sembravano attaccati alla pelle, continuavo a baciarle la bocca, le labbra tumide, timidamente la sua lingua iniziò a dialogare con la mia, sospiri delicati, carezze soavi… non ce la facevo più, i veli non venivano via, mi sentivo proprio una bestia, un altro, gli ululati dei cani fuori mi stavano contagiando, mi strappai la cerniera dei pantaloni e tirai fuori il cazzo, lo afferrai saldo in una mano e con l’altra misi la fata in ginocchio, le presi la testa e la spinsi con la bocca contro la cappella, lei teneva i denti serrati, spinsi finchè li aprì, la feci fregare con le labbra tutto intorno e poi glielo ficcai in gola stringendo a forza i capelli sotto il velo.

Non l’avessi mai fatto…il senno di poi… una cosa incredibile, all’inizio era riluttante, impaurita, teneva la bocca spalancata per non toccare il cazzo con le labbra poi avvenne un cambiamento, iniziò ad assaggiarlo con la lingua e chiuse la bocca, sembrava fosse di suo gusto ed iniziò a fregarlo con le labbra appiccicate spingendolo con golose leccate contro il palato, i suoi veli si erano riempiti di fili di paglia e frammenti di sterco, iniziarono a sciogliersi mentre ancheggiava con il ventre tenendo il culo sollevato, dopo qualche secondo erano scomparsi ed ora appariva completamente nuda, le gambe fasciate da calze nere e giarrettiera, i capelli turchini sciolti e selvaggi, la bocca lavorava a pompa battente, non avevo più bisogno di tenerle la testa, lo stringeva a due mani e lo succhiava vorace, mi sentivo volare lungo la tromba del vulcano ed esplosi all’aria incendiando l’universo, le sborrai in bocca urlando, lei inghiotti famelica e continuò senza rallentare, anzi, uno spettacolo, provai a sollevarle la testa ma non volle smettere, ero ancora infoiato e la lasciai fare, venni ancora e ancora continuò, il concerto di cani fuori era diventato assordante, con un tonfo la porta si spalancò sotto la spinta, venni per la terza volta e i cani cominciarono ad entrare, provai a staccarla dal cazzo ma non c’era verso, per quanto tirassi non veniva via, sembrava incollato e continuava a pompare alla grande mugolando di piacere, un cane le saltò addosso e la penetrò da dietro, volevo reagire ma le forze mi avevano abbandonato, il cane diede una decina di colpi e venne subito, si sganciò ed un altro prese il suo posto, infoiato, la lingua sbavante, anche questo venne subito e fu subito sostituito, dietro la fila premeva e quella ad ogni rapporto urlava di piacere e continuava a succhiare, lo spingeva in gola fin dove arrivava, sentivo la sua lingua vorticare intorno alla cappella e continuavo a venire, un orgasmo continuo, sperma non ne avevo più e cominciai a pisciarle in bocca, beveva tutto e ne voleva ancora, i cani si succedevano uno dopo l’altro, chi in figa chi in culo, davano quattro colpi e via, il pavimento si stava riempendo di sperma schiumosa che il trapestio mescolava allo sterco, andò avanti così tutto il giorno e buona parte della notte, ai cani si aggiunsero un centinaio di maiali scappati da un allevamento e capre, somari, tori, cavalli, i galli cantavano sul tetto, arrivarono anche i contadini, giovani e vecchi, tutti trovavano la loro parte…

Ad un certo punto dalla porta non entrò più nessuno, s’era fatto silenzio, sul pavimento uno strato alto mezzo metro di sperma che schiumava ribollente vivo di spermatozoi festanti, con un sospiro soddisfatto la fata si stappò il cazzo dalla bocca e si tuffò in quel lago effervescente, le gambe sciolte nella coda di una sirena, danzava e cantava la festa della natura, era notte ed il sole brillava tra miriadi di stelle che esplodevano in fantasmagorie di luci e sapori primordiali, l’autore che scriveva richiamò ogni parola sciogliendola nelle lettere dell’alfabeto, diede una bella mescolata e sogghignando smise di scrivere…

fire dance

La fata turchina. (fig. 2)

fata turchina

La fata.

Era una giornata di fine inverno, poco dopo mezzogiorno e pioveva, stavo in casa ad ascoltare le gocce d’acqua tamburellare sul tetto, ero annoiato, idee ne avevo tante ma nessuna che si potesse realizzare allora mi misi alla macchina da scrivere per continuare il racconto, caricai un foglio nel rullo e rimasi a guardarlo tamburellando con le dita sui tasti, idee ne venivano però se guardavo le probabilità che seguivano finivano tutte in un cimitero, la cosa era deprimente per l’autore che scriveva, nel frattempo aveva smesso di piovere ed era uscito il sole, fuori si sentivano gli uccellini cinguettare allora mi fece alzare, prendere la macchina fotografica ed uscire a caccia di folletti.

A queste cose c’è chi ci crede e chi no, nel mio caso ne uno ne l’altro, in materia ho letto molto e so che almeno nei libri esistono, il popolo fatato degli irlandesi ad esempio, favole per bambini citrulli che si tramandano da generazioni, forse dall’inizio del tempo, forse esistevano una volta e poi con il crescere della civiltà umana sono scomparsi oppure si sono nascosti.

Probabilità, qualcosa di vero nelle storie tramandate c’è sempre, se si sono nascosti lo hanno fatto davvero bene perché non si vedono più da nessuna parte eppure, dopo anni passati a cercarli, ho scoperto dove si trovano. Avevo ragionato guardando le figure casuali dei raggi di sole che si rifrangono nelle gocce d’acqua lasciate dalla pioggia sui fiori, riflessi colorati dai petali e dagli oggetti che stavano intorno, ho cominciato a vedere dei pesci venire fuori e nuotare dentro le gocce come in una vaschetta, ne ho fotografati molti, anche uccellini e poi sono comparse facce, figure del tutto casuali che comunque mi hanno introdotto in un’altra dimensione, in proposito sul pentagramma del Canone ho elaborato una figura che riguarda gli script naturali che devono essere presenti in un cosiddetto “quanto” di energia inteso come unità di misura, quel che gli informatici chiamano bit, gli script attivano programmi che vengono eseguiti dal computer, qualcosa del genere deve avvenire anche nelle gocce d’acqua e da allora tutte le volte che si presentano le condizioni adatte li vado a cercare.

Fino ad allora ero riuscito solo a fotografarli ma quel giorno ecco cosa avvenne.

Mi trovavo nell’Astigiano, nel cuore del Piemonte celtico, incamminato per un sentiero di campagna che si inerpicava su per una valle tra colline di vigneti, qua e là si vedevano cascinali e si sentivano cantare i galli, il cielo era diventato sereno ed il sole splendeva, sui prati ancora rasi per la stagione c’erano pochi fiorellini sparuti, l’erba bagnata luccicava, la luce ideale per fare foto, ormai pratico cercavo una bella goccia dove sapevo che li avrei trovati, finalmente ne vidi una, stava sulla punta di un rametto di una siepe di lauro che sporgeva da una rete metallica che cintava un piccolo covile, la goccia rifletteva l’azzurro del cielo ed i raggi di sole insieme ai colori verde argentati delle foglie del lauro, le maglie semi arrugginite della rete e i mattoni rossastri della stalla.

In giro non si vedeva nessuno, misi la funzione macro nella macchina fotografica e la puntai sulla goccia. Cercai qua e là, i riflessi disegnavano paesaggi incantati ma per il momento null’altro, non è che arrivino subito, bisogna aspettarli in agguato con molta pazienza, di solito fanno capolino fuori dai loro nascondigli per qualche secondo e bisogna essere pronti e rapidi per fotografarli. Finalmente dopo una decina di minuti uscì un pesciolino e si mise a guizzare dentro la goccia, di quelli ormai ne avevo a bizzeffe e lo lasciai passare, poi uscì una faccia col naso lungo ed il cappellino in testa, sembrava Pinocchio, scattai una decina di foto in sequenza e sparì subito, la caccia prometteva bene, dopo seguirono dei cavallucci di mare che trainavano una carrozza ma passarono talmente veloci che non riuscii ad acchiapparli, poi, volteggiando come una farfalla apparve una figura femminile, una piccola fata che si fermò a piroettare. Il dito premette automaticamente il pulsante di scatto ma avevo avvicinato troppo l’obiettivo al rametto e lo toccai facendo cadere a terra la goccia.

Trattenni l’imprecazione per l’occasione perduta quando accadde una cosa che mi lasciò letteralmente a bocca aperta. La goccia era caduta su un sasso esplodendo in mille pezzi, sull’impronta lasciata c’era un puntino che si muoveva, in un attimo divenne grande e mi ritrovai davanti quella fata, era tutta vestita di veli dalle sfumature azzurre semitrasparenti ed aveva i capelli turchini lunghi e fluenti, era esile e soave, bella che una cosa così bella non immaginavo neppure che potesse esistere.

Ero incantato, non sapevo che fare, lei si guardava intorno smarrita con occhi increduli e la boccuccia imbronciata, aveva gli occhi che si aprivano all’infinito e non si finiva mai di volare, sembrava che si fosse appena svegliata da un sogno. Dopo qualche secondo da tutti i cascinali intorno iniziarono ad abbaiare i cani…

continua

goccia

La fata Turchina. (fig. 1)

uccidi il p (1)

Introduzione.

A quei tempi, sono passati alcuni secoli ed il ricordo è sbiadito, nomi e date sulle lapidi grattati dal vento e dal gelo, comunque ero in Irlanda, era una notte buia che più buia non si poteva, non una stella, non un lumino, niente, proprio niente, ero su una carrozza in viaggio verso non ricordo più quale paese e per quale motivo, il postiglione a cassetta aveva fretta di arrivare e fischiava e faceva schioccare la frusta per far correre i cavalli, si sentiva il tututum tututum degli zoccoli che battevano sul sentiero quando improvvisamente si mise a nevicare e in breve tempo ne fece un metro e la carrozza rimase bloccata, faceva un freddo della malora e come se non bastasse arrivò un branco di lupi di quelli che c’erano una volta e senza far complimenti si mangiarono subito cavalli e postiglione poi, dopo aver fatto molti rutti soddisfatti, il capo dei lupi disse: “Per il momento siamo sazi e non ti mangiamo ma non andare lontano perché la fame potrebbe tornarci.” Detto questo si dileguò nel buio insieme agli altri.

Come si suol dire mi trovavo proprio in un bel guaio, fuori dal finestrino si sentiva il vento gemere mentre si divertiva a spruzzarmi la faccia di neve ghiacciata, fortunatamente non mi persi d’animo e ragionai: “Il telefono non l’hanno ancora inventato quindi non posso chiedere aiuto a nessuno, se resto qui i lupi potrebbero tornare e se mi sposto dove vado se non so dove mi trovo?…potevo scegliere e decisi tanto per cominciare di uscire dalla carrozza.

Nevicava meno, il buio era fitto e non si vedeva da qui a lì, m’imbacuccai nel pastrano e sprofondai nella neve, feci alcuni metri avanzando a fatica e trovai la scia lasciata dai lupi, sembrava un sentiero aperto e non avendone altri a disposizione decisi di seguirlo, cammina cammina arrivai in un piccolo cimitero abbandonato, in quel punto le tracce dei lupi si disperdevano nella boscaglia ed il sentiero finiva.

Il cimitero era cintato da un muro di neve ed aveva la porta aperta, si intravvedeva appena, era più un sentore, un’intuizione che un vedere vero e proprio, nell’interno il buio era rotto da un fioco fuoco fatuo che sgorgava come una fontanella da una tomba nel centro, stranamente non c’era neve ma in quel momento non mi chiesi perché, il vento aveva smesso di fischiare ed il silenzio era senza nome, il fuoco fatuo scivolando tra le tombe mi venne vicino, avvampò per qualche secondo di luce vivida e fece cenno di seguirlo.

Può sembrare inverosimile comunque gli andai dietro, mi portò davanti a una piccola costruzione semidiroccata che sull’ingresso recava un’insegna nobiliare, la figura si poteva solo indovinare e si vedeva un cavaliere in armatura nell’atto di trafiggere un drago, il fuoco fatuo aprì la porta facendo scricchiolare i cardini per la ruggine dei secoli poi accennando un inchino mi invitò ad entrare.

 

Uccidi il padre.

L’interno di una piccola chiesetta abbandonata come c’è in ogni cimitero, nella penombra appena rischiarata dal fuoco fatuo sembrava di stare all’interno di un sogno, la pianta esagonale, non c’erano mobili a parte un altare di pietra posto contro la parete di fronte l’ingresso, aveva il soffitto a cupola ed ogni cosa era ricoperta da uno spesso strato di polvere.

Il fuoco fatuo aleggiava per l’aria tremolando la sua fiamma e disse con voce melliflua da servo abituato al comando: “Bentornato a casa sir, ti piace il posto?”

La domanda mi sorprese, come poteva piacere un posto simile? In quel momento pensai che forse ero morto e mi trovavo nell’anticamera dell’inferno oppure che stavo vivendo il ricordo di un’altra vita, il dubbio rodeva ma il fuoco lo prevenne dicendo: “Non badare alle apparenze, qui è sempre tutto da fare, un eterno inizio, si parte da zero e poi…”

“Poi poi!” esclamai spazientito, “Tu chi sei, come fai a bruciare se non c’è niente che brucia?”

La fiamma pulsò vivida qualche istante e rispose: “Quel che si vede…al momento può sembrare…mettiamola così, sono un’idea e prendo energia da un creatore.”

Un’idea, poteva essere, ci sono idee che covano per anni senza realizzarsi, stanno in un cantuccio in attesa e aspettano, cosa? vedevo girare castelli per aria ma non c’erano nomi e le forme volteggiavano mute, se solo mi fossi ricordato… “Che ci sto a fare qui?” gli chiesi.

L’idea si raccolse, allungò la lingua sinuosa e rispose: “Come non ricordi? Sei tornato in Irlanda a cercare un tesoro, avevi trovato la mappa incisa sull’ultimo piolo di una scala stregata ed eri arrivato al confine estremo del mondo, lì c’era il si diesis e la musica finiva per cominciarne un altra.”

Il ragionamento filava, l’embrione cresceva, a quel punto mi accorsi che la fiamma si rifletteva fiocamente sul muro sopra l’altare, mi avvicinai e vidi che la parete era coperta da un drappo, lo toccai e quello si staccò e cadde a terra sollevando un polverone impalpabile che svanì in un attimo, c’era uno specchio enorme, mi vidi riflesso alla luce del fuoco fatuo poi l’immagine iniziò a crescere, occupò tutto lo spazio ed apparve la faccia mostruosa di un drago, aveva le fauci cariche di denti acuminati, una folta criniera bianca e un altrettanto folto barbone blu, ansimava un fiato rovente che però non si sentiva perché stava al di là dello specchio, mi guardò con occhi malvagi e con voce burbera disse: “Un altro seccatore, se sei venuto a cercare il tesoro ti avverto, non me lo farò portare via facilmente, dovrai prima vedertela con me!”

Con prontezza di spirito ribattei: “Il tesoro non mi interessa però mi piacciono un sacco i draghi, era da tanto tempo che desideravo trovarne uno e tu sei proprio un bel mostro, mi piacerebbe tanto diventare tuo amico.”

Il drago mi guardò con sospetto, annusò l’aria nella mia direzione, rabbonì leggermente gli occhi e continuò: “Quello che hai detto…non so, puzza un po’ ma c’è del vero, noi draghi siamo ingiustamente odiati e tutti ci danno la caccia per i tesori che custodiamo ma non siamo cattivi… come vedi sono un vecchio dinosauro e tutti mi han sempre chiamato il Dinosauro blu per la barba ma tu puoi chiamarmi semplicemente Dino.”

L’avevo preso, ora dovevo condurlo e gli chiesi: “Che ci stai a fare lì, non ti annoi tutto solo?”

Lui scosse il testone rizzando leggermente i peli della criniera e rispose: “Noia noia, cos’è? qui c’è sempre da fare, non draghi siamo cantastorie e ci piace raccontarle, vuoi sentirne una?”

“Racconta!”

Il drago tossì per schiarirsi la gola ed iniziò: “C’era una volta un padre che aveva un figlio che era un birbante matricolato, quando morì gli lasciò in eredità un seme e gli disse: “Caro figlio, sto morendo e come sai non ho nient’altro da lasciarti che questo, tu seminalo e aspetta che cresca la pianta, quando sarà nell’età giusta farà un frutto, ricorda bene, un solo frutto, tu lo dovrai curare e quando sarà maturo lo coglierai e con quello risolverai ogni problema ma fa attenzione, dovrai coglierlo non il giorno prima non il giorno dopo ma proprio quel giorno altrimenti non ti servirà a nulla.”

Il drago terminò la frase sogghignando e rimase in silenzio. “Come andò a finire?” Gli domandai interessato.

Lui cambiò discorso e riprese a parlare con voce burbera ed occhi malvagi: “Questo non si sa… siamo seri, noi draghi siamo tutti un po’ enigmisti, se vuoi il tesoro dovrai rispondere ad un indovinello altrimenti ti mangerò vivo, nudo e crudo come sei.”

“Ti ho detto che il tesoro non mi interessa!”

“Non ti credo!” ribatté lui e continuò col tono di chi parla a un cretino: “Ti deve interessare per forza altrimenti come facciamo a continuare la storia?”

“Va bene allora mi interessa, fammi l’indovinello.”

Dino sputò una fiammata e nel contorno infocato, come in un fumetto, si lesse:

“Quel che credi non è,

quel che è non credi,

indovina indovinello, che cos’è?”

continua

 

goccia

Al tigrotto solitario.

bolle via roma

Gratta di qui trovi la rogna

gratta di lì trovi la fogna

messo il cazzo in calzamaglia

pare troia che va a quaglia

poco tromba cercar ragione

tra le gambe della prigione

zecche gonfie in quantità

succhian sangue di ogni età.

Odio e amore han fatto coppia

nel pitale di una peppia

per caghetta saporita

tutta quanta si è imbarbita

va il letame a concimare

nuova terra da spompare

quel che sembra al parer giusto

altra lingua trova gusto.

Nella tana solitaria

cova tigre l’ora d’aria

nel sognare l’al di là

s’è scordato che c’è qua

poesia non si tradisce

a frugar quel che capisce

oggi è vivo e sembra morto

per l’andar con passo corto

ma dal fondo del cannone

spicca il salto all’occasione…

porta nuova

Odio e psiche. (fig. 4)

lo script

Lo script.

In quell’ambiente sentivo la musa ispiratrice affievolirsi, dal puro aere della poesia ero precipitato a terra, mi stavo rialzando dentro il meccanismo quando la vecchia smise di tremare, si irrigidì, con un gesto rapido della mano si sfilò l’accappatoio e nuda com’era si mise ginocchioni sul letto inarcando la schiena con la testa sul cuscino ed il culo sollevato di fronte a me.

La penombra fuori dal fascio di luce della lampada era diventata lugubre, il silenzio vibrava di gemiti, ululati lunghi e invisibili, una corsa di lupi nelle tenebre del tempo, dal punto dove ero sistemato a quel sedere c’erano circa due metri, in pratica ce l’avevo davanti agli occhi, non era bello da vedere, rugoso, scarno, rinsecchito comunque meglio tenuto della faccia, era completamente depilato, il buco piccolo stagnava nel solco circondato da una fine corona verrucosa.

I lombi iniziarono a pulsare leggermente aprendosi e chiudendosi ed ogni volta l’apertura si faceva più larga, la pelle si era tesa e schiarita, il movimento si arrestò, la pulsazione continuava ed il sedere aveva preso la vaga forma di una faccia, occhi e naso si indovinavano nelle ombre e l’ano si era disteso, le labbra vibravano, uscì una flebile e lunga scorreggina, poi una fiatata d’aria sonora seguita da un improvviso getto di caghetta che mi colpì in pieno sulla fronte spargendosi subito su tutto il viso.

La cosa era fastidiosa più che mai ma l’autore che scriveva aveva intuito che la figura doveva in qualche modo trattare il meccanismo del pensiero ed allora mi fece pulire la faccia con un fazzoletto, la caghetta puzzava in modo infame, era brodosa ed appiccicaticcia, avevo gli occhi che bruciavano e faticavo a respirare ma tenni duro e rimasi a guardare.

L’ano ora sembrava proprio una bocca, le labbra erano tirate come la pelle di un tamburo o meglio come la membrana di un diavoletto di Cartesio, rientrarono di qualche centimetro poi tornarono fuori, si aprirono leggermente con flebili scorreggine, uscì qualche zampillo di caghetta che scivolò giù dalle gambe della vecchia poi si sentì una voce soffiata leggermente arrocata dire, come se parlasse sottovoce: “Finalmente, era da tanto che desideravo…mi chiamo…Alice, forse… sono morta quando avevo dieci anni, mi hanno calata in un pozzo e seppellita viva, c’era solo buio, era da tanto che desideravo rivederti, quando ero viva ero pazza di te, adesso… non so, m’ero preparata un discorso ma l’ho dimenticato…”

L’esperienza fatta da giovane mi aveva abituato al dialogo con gli spiriti, avevo imparato guardando un altro medium che lo faceva e la pratica mi aveva tolto la paura superstiziosa che si prova le prime volte quindi le chiesi: “Quando è successo?”

Le labbra si tesero fischiando una lunga scorreggina tra spruzzi di caghetta e dopo un attimo che sembrava di sentire qualcuno che contava frettolosamente la voce tornò fuori e rispose: “Tanto tempo fa, forse ieri oppure adesso, che importa?”

Il buio all’esterno si fece in un attimo denso come una caverna, ridondava di echi lamentosi, dal culo uscì un fischio flebile, un ronzio d’interferenza ed un’ altra voce disse sbrigativa: “Sono …mitilla… dentro la tomba… c’è la croce, io mangio…” la voce si zittì, le labbra si distesero e tornò Alice: “Ero tanto innamorata di te, ti sognavo sempre, adesso…”

La sentivo titubante, aspettai che continuasse ma il culo taceva allora le chiesi: “Quando ci siamo conosciuti? Non c’è nessuna Alice nei miei ricordi.”

Lo spirito rispose spruzzando caghetta: “Forse non mi chiamavo così, ero piccola, sapevo che facevo peccato a pensare a te ma non riuscivo a non farlo, tu venivi sempre di notte, entravi dalla finestra e mi baciavi per non farmi gridare, mi mettevi la lingua fino in gola, eri nudo e ce lo avevi grosso e duro come… poi me lo mettevi in bocca e me lo facevi succhiare, mi tenevi per i capelli e tiravi, sentivo la mascella che si spaccava, faceva male, mi muovevi la testa su e giù con furia poi mi sborravi in bocca e me lo facevi bere tutto, mi sentivo inondata, gonfia, nuotavo nella panna, non capivo più niente allora mi prendevi in braccio e mi allargavi le gambe e poi me lo ficcavi nella figa, fino in fondo e ringhiavi come un lupo ed io ti mordevo e graffiavo e volevo gridare ma non uscivano suoni, me lo facevi gonfiare dentro mi tenevi i fianchi e mi sbattevi su e giù e ancora mi sborravi dentro e mi sentivo gonfiare, esplodere nel cielo, volavo sopra le nuvole ed allora mi giravi e me lo ficcavi in culo, ce l’avevi enorme, sentivo l’ano che si squarciava, il sangue che scorreva, era tutto rosso, c’era il fuoco ed allora ti coricavi sul letto e mi mettevi con la figa sulla tua bocca e mi leccavi tutto il sangue, sentivo la lingua che saliva per le viscere, c’erano stelle da tutte le parti, brillavano sempre di più, poi esplodeva tutto e me lo rimettevi in bocca e ricominciavamo tutta la notte così…”

Il discorso era uscito d’un fiato, quasi una confessione a lungo trattenuta, le parole non avevano peso, sembrava il sogno di una pazza, guardando nell’esperienza vedevo che per aver detto una cosa del genere Teresa d’Avila venne fatta santa e la madonna vergine partorì il figlio di dio, forse una scusa per san Giuseppe cornuto oppure…i sogni delle bambine, un universale dominato dal peccato e dall’impotenza di non essere complete per l’atto, il rimosso ed il senso di colpa, il meccanismo iniziava e delinearsi ed in qualche modo doveva trasmettersi. Dissi: “Insomma ci davamo alla grande, dove ci siamo conosciuti?”

I lombi della vecchia fecero uno sventolio a orecchie d’elefante, un nuovo spruzzo di caghetta come una mano aperta a ghermire verso la mia faccia che riuscì però a schivare e la voce riprese: “Tu venivi prima che ti conoscessi ma sempre al buio, quando ti vidi la prima volta capì subito che eri tu, mi attaccai ma poi successe una cosa e mi seppellirono e non potei più vederti…”

“Che cosa successe?”

“Ero rimasta incinta, avevo partorito di nascosto, i miei lo scoprirono, mi massacrarono di botte e poi mi calarono nel pozzo con il bambino, era tutto buio ed ero morta ma avevo lui e lo stringevo, questa è un’altra storia, qui non si vede mai la luce, ci sono solo ricordi, il tuo e poi il mio bambino…”

Il discorso non quadrava, le chiesi ancora: “Avevi solo dieci anni, a quell’età non si possono partorire bambini, un altro sogno come il sesso che facevamo? Chi ti seppellì veramente?”

La voce si fece aspra, stridula, carica d’odio e tra spruzzi di caghetta riprese come fosse un’altra a parlare: “Tu eri venuto l’ultima notte, il bambino non ti piaceva, dicevi che non era tuo, l’avevi preso e gli avevi spaccato la testa contro il muro, l’avevi ucciso, poi come una bestia me l’avevi ficcato in bocca e me lo spingevi in gola, ero disperata ed allora morsi, morsi, morsi, c’era un fiume di sangue e lo mangiai, lo mandai giù, il boccone era dolce, sapeva delle lacrime del mio dolore, poi non ti vidi più e la mia pancia prese a gonfiare e quanto partorì…ero già dentro il pozzo, al buio, sapevo che c’eri ma non ti vedevo, il mio bambino…”

Un’altra versione, d’istinto mi toccai il cazzo sotto i pantaloni, rassicurato di sentirlo al suo posto continuai: “Di solito a quell’età le bambine giocano ancora con le bambole, era quello il bambino che spezzai contro il muro?”

Silenzio, gli spruzzi di caghetta si facevano sempre più radi segno che la seduta stava per finire, il culo della vecchia ebbe un sussulto e la voce disse con il tono civettuolo di una bambina viziata: “Avevo uno specchio, vivevo il giorno aspettando la notte che tu arrivassi, mi preparavo, volevo essere bella, piacerti, m’aggiustavo i capelli, mi passavo il rossetto sulle labbra, ti baciavo nello specchio, ti disegnavo con le impronte rosse dei miei baci, ti leccavo, ti…”

La voce si interruppe improvvisamente, dal culo della vecchia uscì una lunga scorreggia cavernosa come di un sacco che si sgonfia poi l’ano si restrinse pulsando come fanno le vacche dopo aver cagato e colando a stille uscì un pupazzetto di merda che i riflessi della lampada rendevano bianco, aveva la forma di una ballerina in tutu vaporoso con il tessuto rigato di sangue, il pupazzetto ciondolava appeso all’ano come un impiccato.

Eravamo al finale, dovevo fare qualcosa, la vecchia era immobile, il corpo rinsecchito sembrava morto, rigido come un palo, dall’oscurità i lupi avevano ripreso ad ululare in corsa verso la fine del tunnel, mi alzai, presi il culo della vecchia tra le mani ed in religioso raccoglimento allungai la lingua verso quel pupazzetto di merda ed iniziai a leccarlo, lo feci entrare in bocca, lo lasciai sciogliere e lo ingoiai senza un lamento.

La vecchia era proprio morta, forse suo era il sogno, il corpo era duro come legno, provai a batterci le nocche e risuonò un toc toc sinistro da sarcofago vuoto, dopo un attimo era svanito, la stanza scomparve, mi ritrovai al Valentino sulla solita panchina, faceva freddo, lungo un sentiero c’era un gruppetto di bambini che correvano, tra loro una bambina dal visetto grazioso e la labbra rosse molto attraenti, mi guardò ammiccando e sorridendo poi l’autore decise di aver scritto abbastanza e piantò lì.

panni stesi

Odio e psiche. (fig.3)

Animazione4

La prussata di Hegel.  (discussione)

Per i dottori che le allevano mettere le mani nelle interiora di una vecchia non è un problema, in questo caso si tratta di forma quindi di corpo, per il filosofo è lo stesso ed in questo caso si tratta di nome quindi di linguaggio e le parole sono solo parole, fortunatamente…

Il discorso è già stato trattato ma qui ci facciamo un’aggiunta, i limiti del fenomeno digerente sono la bocca ed il culo, per la logica pura il nome non è forma, la bocca non è culo quindi la forma della bocca è il culo, il culo essendo forma è universale quindi comprende tutto il corpo. La merda esce dal culo, per dirla alla Kant trascende il punto finale del fenomeno, da qui il collegamento con lo spazio tempo di Einstein, il fall out dell’esplosione nucleare che avviene dopo mc2, quindi la velocità della luce che ne esce è merda, il dio pogrom della bibbia, il super uomo di Nietzsche ecc.

La parola invece esce dalla bocca, si può probabilizzare un movimento inverso che mentre la merda scende la parola sale, l’energia della trasformazione del cibo attiva il movimento e fin qui non fa una piega.

Per il nominalismo il nome è forma quindi la bocca è culo che si può dire anche il culo è bocca quindi è naturale che parli.

La voce del pensiero, un’altra trascendenza quindi merda, si nuota nella merda, alla deriva nel pelago vasto, voci ce ne sono tante e sembrano una, i medium le avvertono più chiare di altri e le scambiano per spiriti, ci sono anche malati che le sentono, l’errore sta a considerarle estranee al proprio io, cioè negarle, questo dà loro la forma che le fa sembrare parole di altri. Il discorso è ampio, possono essere causate da shock che si stampano nella memoria quindi alla base di ogni voce c’è una data che coincide con il punto finale della voce precedente che viene coperta, si può dire sepolta e da qui il collegamento con i livelli del computer e la loro dinamica. Come nei dibbuck degli ebrei o gli zombie dei negri queste voci possono prendere il controllo della persona ed in questo caso la voce naturale diventa secondaria. Il pensiero è trasmesso al presente dal transfert generazionale quindi questa morta potrebbe avere miliaia di anni… su questa logica la storia continua.

Nda: Chissà tra tutti i filosofi e musicisti che ci sono al mondo quanti saprebbero vedere il collegamento tra la Fenomenologia dello spirito di Hegel e la Corale di Beethoven, di come lo stesso concetto si possa esprimere in musica ed in parole, i significati del Canone sono qualcosa del genere, un climax ed ognuno è diverso dall’altro e si origina dal punto finale del precedente, ce n’è per tutte le tasche, i bischeri si fermano ai significati terra terra, gli uccelli invece salgono ed ognuno si appollaia al suo…

continua                                                                                                                                                                                            

torino

Odio e psiche. (fig. 2)

 

salotto

Per non fare come quello che si stupisce che le bestie sono bestie

guardo le onde del mare frangersi vane

cariche di immondizie e lordume

contro lo scoglio della ragione umana…

                                                                                                                                                                                                                    (dalle memorie di san Giocondo.)

 

Una villetta nella zona alta della città, lusso standard come se ne vedono miliaia, arredamento misto di vecchio e moderno, quadri anonimi alle pareti, grandi tappeti, sontuosi lampadari, salone con divano poltrone e tavolino di cristallo con qualche pezzo di argenteria ecc.

Mi fa accomodare sul divano, apre una scatola di dolcetti e chiede: “Preferisci il te o il caffè?”

Il senso di vuoto, non è facile da descrivere, con una bella donna le cose andrebbero in un modo, con una vecchia befana non possono andare che così, schiarisco la voce e rispondo: “L’autore che scrive non ha voglia di sprecare parole e preferirebbe andare subito al sodo, quando intendi fare la seduta?”

Lei mi guarda accigliata e con aria di sfida ribatte: “Vuoi farla subito, perché no? prima ci togliamo il chiodo meglio è, è quasi sera se hai pazienza di aspettare vado a prepararmi.”

Esce dal salone lasciando dietro sé una scia d’odore di naftalina, l’idea di qualcosa chiuso dentro un armadio di ricordi negati a conservarsi con un retrogusto di zoo, odore animale, stallatico con la paglia sparsa sul pavimento e le cacche schiacciate da un continuo rotolamento di non si sa cosa.

Dall’esterno di tanto in tanto si sente una macchina transitare sulla strada, le finestre sono chiuse e l’ambiente giace nella penombra, m’appisolo alla musica di un organo invisibile che riverbera tra le navate della chiesa un requiem al passato.

Riaperti gli occhi me la trovo davanti vestita in un accappatoio di spugna bianco corto sopra le ginocchia, le gambe magre ed ossute dalla pelle dura cosparsa di rughe e lunghe tubazioni di vene varicose, i piedi scalzi, i capelli bianchi avvolti da una retina a cupola sul viso grinzoso, gli occhi persi nella parte da interpretare. Con tono spiccio dice: “Sono pronta, seguimi…”

Un lungo corridoio con solo una porta in fondo, mentre lo percorriamo continua: “Solitamente le sedute che faccio vanno così, cado in trance e lo spirito parla attraverso il mio corpo solo che…pagano fior di quattrini per assistere… lo spirito non parla dalla bocca ma da un’altra parte…”

“Quale parte?” le chiedo.

Lei ridacchia sotto la fine peluria sulle labbra e risponde: “Non avere fretta, lo vedrai da te.”

Entriamo in una stanza spaziosa, circolare, le pareti ricoperte da drappi color porpora senza finestre, al centro c’è un lettino con un materasso ricoperto da una tela di plastica disposto in verticale di fronte ad un semicerchio di poltroncine, sopra il lettino pende dal soffitto una grande lampada tipo quelle da sala operatoria che lo illumina vividamente, l’idea di un teatro con il letto come unico palcoscenico.

Mi fa sedere sulla poltroncina centrale e dice: “Cominciamo, ho bisogno di qualche minuto per preparare la trance, guarda ma non dire una parola poi quando verrà lo spirito potrai parlare con lui liberamente.”

Sale sul lettino e si sistema seduta con le gambe incrociate, chiude gli occhi ed inizia a fremere con il corpo, il fremito aumenta, sotto l’accappatoio è completamente nuda.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          continua

passeggiata