Etica professionale.

Nulla da dire

nulla che valga la pena

nulla da salvare

prua verso il tramonto

sul mare piatto.

Drive in.

 

Soffio d’anni passati

a disegnare sui muri

ditate di merda per petali di fiori

il profumo della vita

gonfia la mongolfiera d’oblio

vola alta

sugli sgorbi d’esistenza

alle parole la favola

non cambia una virgola.

drive in

Satira.

 

Laggiù

quattro soldi di tempo

c’è la cambiale da pagare

giro di boa

gonfia vela di cazzo e pappafica

ben saldo il timone

verso l’abisso

o la vetta…

satira

Lolita.

lolita

 

 

Quel mattino ero al Valentino, erano circa le undici, c’era il sole, non faceva ne freddo ne caldo ed un piacevole venticello portava il profumo delle rose che stavano fiorendo nei giardini oltre alle note altalenanti di un fisarmonicista che suonava alla porta del castello.

Stavo sotto un albero con la schiena appoggiata al tronco vicino alla fontana e leggevo un racconto di Isaac Singer, il figlio del rabbino, che parlava di morti che uscivano dalle tombe, dybbuk che entravano nelle persone e gli facevano fare le cose più assurde, era opprimente ma ero interessato alla cultura ebraica e continuavo a leggere, finalmente arrivai al termine, chiusi il libro e rimasi per un po’ a guardare la fontana cercando di non pensare a nulla.

Un centinaio di metri più avanti in un prato cosparso di margherite c’era una bambina che giocava con un pallone, avrà avuto sui dieci dodici anni ed era già abbastanza formosetta, era bionda coi capelli lunghi e fluenti ed era vestita con una camiciola bianca a righe rosse ed aveva una minigonna vertiginosa sulle lunghe gambe nude. Correva ed ogni volta che raccoglieva il pallone si chinava mostrando in pieno il fiore delle sue mutandine bianche. Cercai inutilmente di distogliere lo sguardo e devo confessare che sentivo un prurito innominabile che mi gonfiava il pacco nei pantaloni.

Per svagare la tentazione ammiravo il contrasto tra il bianco delle margherite e quello delle sue mutandine e, parrà incredibile, ne sentivo distintamente il profumo, da impazzire!

Cercai di metterla sull’intellettuale, le margherite, mi venne in mente la Margherita di Faust e la tentazione di Mefistofele, il patto col diavolo, la cosa era terribilmente arrappante e quella continuava a chinarsi e si avvicinava quasi lo facesse apposta. Avevo la mente che lavorava al galoppo in cerca di giustificazioni, ricordai una poesia di Catullo dove la labbra di una bambina in fiore erano insudiciate dallo sperma di un vecchio porcaccione, poi la Lolita di Nabocov e il Demonio di Bukowski, improvvisamente la cosa iniziò ad interessarmi e spostai l’attenzione.

Presi carta e penna ed iniziai a scrivere una poesia, il testo originale l’ho perduto ma diceva all’incirca così:

 

“Brama la tigre in caccia nella giungla scarlatta

dietro la preda di cui a visto la fatta,

sangue d’intorno scorre

dalle viscere della torre,

istinto che ascolta la tromba

suonare gira e rigira nella tomba,

morto non fui, solo addormentato

e pronto son ora a sollevar…”

 

Ricordo precisamente che non mi veniva la rima, mi ero lasciato trascinare e non avevo calcolato la prima quando davanti ai miei piedi si aprì una fossa e come fosse sputato dalla terra uscì fuori una statua di pietra che subito disse:

“Io sono Giulio Cesare, il disgustato!”

La bambina si stava allontanando con il pallone in mano richiamata dalle urla della madre, sculettava e come sculettava, avevo le bave che colavano incandescenti e sentivo tutti gli intestini agitarsi come grovigli di serpi che volevano uscire dall’uovo. Il vento era cessato, non si sentiva più uccello cantare, intanto eravamo passati al Don Giovanni e questo si chiamava Giulio Cesare. Un bel problema.

Mentre l’intuito lavorava in sordina gli dissi: “Giulio Cesare è morto da più di duemila anni, forse sei un matto scappato dal Cottolengo, di la verità.”

Lui parve arrossire come fanno le pietre vicino al fuoco e rispose: “Io sono un cantastorie, stavo sulle porte della città e le raccontavo a chi aveva i soldi per pagare, certe le scrivevo su rotoli di carta e quelle le vendevo più care, non si guadagnava granché ma si tirava avanti.”

L’intuito mi stava aprendo la porta di una storia incredibile, intanto i miei visceri continuavano a contorcersi, la bambina era tornata sul prato a giocare ed il bianco delle sue mutandine che tornivano un culetto al primo fiore bello come una bistecca al sangue mi stavano raggrinzendo la pelle, sentivo artigli invisibili che si sfoderavano, lunghi denti feroci alla brama di quel sangue…

 

Questa storia finisce così, arrivò uno squadrone di scolari scortati dagli insegnanti che ruppero subito le righe per mettersi a giocare sul prato, la bambina si mescolò a loro e non la vidi più, la cosa mi fece desiderare di rinascere ma per il momento dovevo accontentarmi di com’ero, il buco si era rinchiuso e la statua non parlava, quando mai si sono viste statue che parlano? doveva essere fantasia, forse avevo sognato, a quei tempi non avevo ancora pratica dei capricci dell’Arte ma ora, rileggendo queste righe, la tigre che vive sotto le mie braci si è messa in caccia ed il profumo che sente è tutta una sorpresa.

 

la pietra

La scala stregata. (quarta figura) La cicala e la formica.

 

        Esopo.

La notte è fredda, umida, ha smesso di piovere, la falce della luna va e viene tra le nuvole, luce fioca, intermittente, non si vede da qui a lì, Dùcento cammina tenendo le mani avanti come i ciechi per non battere contro gli alberi, mai avrebbe creduto che la libertà fosse una cosa del genere.

Nessuna direzione, nessun pensiero da seguire, il sentiero intrapreso si è perso nella notte, gli anni pesano, l’umidità penetracicala col freddo, brividi sulla pelle, saltella per scaldarsi, il destino, la fortuna non ci crede più, si sente abbandonato, solo come può esserlo un verme circondato dal nulla.

Tra il frusciare delle foglie che cadono una cicala si mette a frinire, un suono flebile, morente… Dùcento si intende poco di cicale comunque segue la traccia, arriva sotto l’albero e quella smette di cantare, ancora silenzio, la stanchezza, si butta a terra sul tappeto di foglie, è morbido, ne ammucchia un po’ a cuscino e si distende, dopo qualche secondo riappare la scala.

Su ogni gradino c’è un palcoscenico in formazione, il primo è andato, il secondo dopo la smazzata della portinaia ed il dissolversi del polverone si vede un vecchio pelato senza occhi col barbone bianco vestito di stracci con la gobba ed un piede storto seduto su un trono fatto di libri accatastati uno sull’altro senza cronologia, di fronte c’è una formica che sembra incazzatissima e lo sta insultando in tutte le lingue.

“Bugiardo!” strilla a gola aperta, “Va in malora te e le tue favole, mi hai fatto sgobbare tutta l’estate a portar soldino su soldino alla banca e adesso che credevo di essere al sicuro dall’inverno sono andata ed ho trovato la porta chiusa, vietato l’ingresso si riapre a primavera c’era scritto e guarda te mi tocca fare la fine della cicala.”

Esopo non parla e come potrebbe? Una statua inconsistente, una nozione, un pensiero, alla mano destra stringe un bastone nodoso, l’unica cosa che sembra avere qualche realtà.

Fri fri si sente frinire ed arriva Dùcento trasformato in cicala con le antenne sventolanti ed una chitarra che gli pende tra le ali. Saluta la formica che per nulla ammansita grida: “Che sei venuto a sfottere anche tu per caso?”

La cicala con tono bonario risponde: “Su formichina, non parlare così, te lo dicevo quando cantavo al sole d’estate che era solo illusione da cavalcare a pelo e faticavi per niente ma tu non mi volevi credere, vatti a fidare delle parole dei poeti, sono tutti mostri calcolatori.”

“Sei un poeta anche tu e allora?” sbotta acida la formica.

La cicala sospira: “Allora sta arrivando l’inverno e dobbiamo morire, nel frattempo perché non ce la spassiamo in barba ad Esopo ed ai suoi inganni.”

“Che cosa vorresti fare?”

La cicala prende la chitarra e strimpellando canta:

“tra i petali dei fiori

colore e profumo sapore di marmellata,

burro da spalmare sulla tua pelle

e ricoprire di baci e tagliatelle,

amore furia e ribollir di mosto

sesso il fuoco che cucinerà l’arrosto.”

 

il futuroLa formica lo guarda allibita e dice: “Cosa cosa cosa…cos’è questa tiritera? Quando mai s’è vista una formica fare queste cose, la regina, lei sì ma noi semplici operaie… mi vergogno solo al pensiero.”

“E tu non pensare…” risponde la cicala posando la chitarra, “cerchiamo un posto tranquillo e diamoci dentro!”

“Sarà…” ribatte la formica scuotendo le antenne… “però mi convinci poco, hai detto che i poeti…la tua canzone, tagliatelle, arrosto… m’ha fatto venire fame, guarda di non burlarti di me altrimenti… hai detto un posto tranquillo, mi sembra una buona idea, ormai al punto in cui siamo, sta arrivando l’inverno, mi sembra inutile fare la preziosa, se devo morire è meglio farlo al coperto che sotto la neve.”

I due si incamminano a braccetto seguendo la scia della bava di una lumaca ed arrivano in una stazione ferroviaria abbandonata dove su un binario morto c’è una locomotiva sgangherata ed arrugginita ad aspettarli, salgono a bordo entrando da una fessura e si sistemano sul sedile del conducente di fronte la finestra. Morbido, ne freddo ne caldo, la forma di un sogno.

La locomotiva stantuffando e cigolando si mette in moto si alza leggera nell’aria e parte verso le stelle. La cicala abbraccia la formica e la bacia sul collo, lei freme tutta, arrossisce e si abbandona tra le sue braccia, s’accende il fuoco, arde, poi si sente il fischio della locomotiva e…

Dùcento si sveglia, il corpo tutto un tremore, buio, tenebra fitta, nessuna formica…prova a rialzarsi ma gli mancano le forze, raccoglie la sua volontà e strisciando cade in una fossa scavata da un cinghiale piena di foglie secche ammucchiate dal vento, ci si seppellisce dentro, ha ancora negli occhi il volare della locomotiva tra le stelle e l’ansimare della formica mentre la penetra, un leggero tepore o un’altra illusione, che importa ormai?

incrocio

A pelo sull’attimo.

 

Tra prima e poi

adesso

vola su ali d’incudine

martellando

la fucina di Vulcano

forgia

lo zero del tempo

esplode

l’aria pura del silenzio.

a pelo sull'attimo

Gran pollare.

 

Arida musa l’ispirazione

d’una ballerina da sniffare il culo

dall’aroma inebriato

solleva la vetta all’empireo cielo

amore a stantuffo fuoca la carne

arde crepitando

un corpo solo d’estasi abbracciato

.

Lenta planata alla terra

cenere al soffio della realtà

tra cavoli zucchini pomodori

raspano le galline

fanno l’ovetto

d’idea intesa…

gran pollare

La fata turchina. (fig. 2)

fata turchina

La fata.

Era una giornata di fine inverno, poco dopo mezzogiorno e pioveva, stavo in casa ad ascoltare le gocce d’acqua tamburellare sul tetto, ero annoiato, idee ne avevo tante ma nessuna che si potesse realizzare allora mi misi alla macchina da scrivere per continuare il racconto, caricai un foglio nel rullo e rimasi a guardarlo tamburellando con le dita sui tasti, idee ne venivano però se guardavo le probabilità che seguivano finivano tutte in un cimitero, la cosa era deprimente per l’autore che scriveva, nel frattempo aveva smesso di piovere ed era uscito il sole, fuori si sentivano gli uccellini cinguettare allora mi fece alzare, prendere la macchina fotografica ed uscire a caccia di folletti.

A queste cose c’è chi ci crede e chi no, nel mio caso ne uno ne l’altro, in materia ho letto molto e so che almeno nei libri esistono, il popolo fatato degli irlandesi ad esempio, favole per bambini citrulli che si tramandano da generazioni, forse dall’inizio del tempo, forse esistevano una volta e poi con il crescere della civiltà umana sono scomparsi oppure si sono nascosti.

Probabilità, qualcosa di vero nelle storie tramandate c’è sempre, se si sono nascosti lo hanno fatto davvero bene perché non si vedono più da nessuna parte eppure, dopo anni passati a cercarli, ho scoperto dove si trovano. Avevo ragionato guardando le figure casuali dei raggi di sole che si rifrangono nelle gocce d’acqua lasciate dalla pioggia sui fiori, riflessi colorati dai petali e dagli oggetti che stavano intorno, ho cominciato a vedere dei pesci venire fuori e nuotare dentro le gocce come in una vaschetta, ne ho fotografati molti, anche uccellini e poi sono comparse facce, figure del tutto casuali che comunque mi hanno introdotto in un’altra dimensione, in proposito sul pentagramma del Canone ho elaborato una figura che riguarda gli script naturali che devono essere presenti in un cosiddetto “quanto” di energia inteso come unità di misura, quel che gli informatici chiamano bit, gli script attivano programmi che vengono eseguiti dal computer, qualcosa del genere deve avvenire anche nelle gocce d’acqua e da allora tutte le volte che si presentano le condizioni adatte li vado a cercare.

Fino ad allora ero riuscito solo a fotografarli ma quel giorno ecco cosa avvenne.

Mi trovavo nell’Astigiano, nel cuore del Piemonte celtico, incamminato per un sentiero di campagna che si inerpicava su per una valle tra colline di vigneti, qua e là si vedevano cascinali e si sentivano cantare i galli, il cielo era diventato sereno ed il sole splendeva, sui prati ancora rasi per la stagione c’erano pochi fiorellini sparuti, l’erba bagnata luccicava, la luce ideale per fare foto, ormai pratico cercavo una bella goccia dove sapevo che li avrei trovati, finalmente ne vidi una, stava sulla punta di un rametto di una siepe di lauro che sporgeva da una rete metallica che cintava un piccolo covile, la goccia rifletteva l’azzurro del cielo ed i raggi di sole insieme ai colori verde argentati delle foglie del lauro, le maglie semi arrugginite della rete e i mattoni rossastri della stalla.

In giro non si vedeva nessuno, misi la funzione macro nella macchina fotografica e la puntai sulla goccia. Cercai qua e là, i riflessi disegnavano paesaggi incantati ma per il momento null’altro, non è che arrivino subito, bisogna aspettarli in agguato con molta pazienza, di solito fanno capolino fuori dai loro nascondigli per qualche secondo e bisogna essere pronti e rapidi per fotografarli. Finalmente dopo una decina di minuti uscì un pesciolino e si mise a guizzare dentro la goccia, di quelli ormai ne avevo a bizzeffe e lo lasciai passare, poi uscì una faccia col naso lungo ed il cappellino in testa, sembrava Pinocchio, scattai una decina di foto in sequenza e sparì subito, la caccia prometteva bene, dopo seguirono dei cavallucci di mare che trainavano una carrozza ma passarono talmente veloci che non riuscii ad acchiapparli, poi, volteggiando come una farfalla apparve una figura femminile, una piccola fata che si fermò a piroettare. Il dito premette automaticamente il pulsante di scatto ma avevo avvicinato troppo l’obiettivo al rametto e lo toccai facendo cadere a terra la goccia.

Trattenni l’imprecazione per l’occasione perduta quando accadde una cosa che mi lasciò letteralmente a bocca aperta. La goccia era caduta su un sasso esplodendo in mille pezzi, sull’impronta lasciata c’era un puntino che si muoveva, in un attimo divenne grande e mi ritrovai davanti quella fata, era tutta vestita di veli dalle sfumature azzurre semitrasparenti ed aveva i capelli turchini lunghi e fluenti, era esile e soave, bella che una cosa così bella non immaginavo neppure che potesse esistere.

Ero incantato, non sapevo che fare, lei si guardava intorno smarrita con occhi increduli e la boccuccia imbronciata, aveva gli occhi che si aprivano all’infinito e non si finiva mai di volare, sembrava che si fosse appena svegliata da un sogno. Dopo qualche secondo da tutti i cascinali intorno iniziarono ad abbaiare i cani…

continua

goccia

Buona notte.

 

Scartate tutte le cose

che non si possono fare

quello che rimane è

uno sbadiglio

ed un letto comodo

per una bella dormita.

L'antifona

Quanto è bella giovinezza…

 

Bella ballerina

di latte bagnate le labbra

fiore che esplode vulcano al volare

incontro l’aquila all’alto cielo

tra le stelle incantate

gli artigli a ghermire

le ali aperte l’intero mondo

abbraccio di un attimo.

quanto è bella giovinezza