La scala stregata. (terza figura)

castello

Liceo…

Una scala può essere tante cose, la scala è nome singolare e le tante cose sono forma plurale, il climax letterale ad esempio è un nome e la forma quello che si legge, come una scala musicale che sale in crescendo diventa turbine e spazza, sulla scala si vede una portinaia spazzare il primo gradino, un polverone della madonna soffia il vento e lo dissolve, ci sono Socrate e Simmia con grossi barboni bianchi e fluenti in videoteste davanti ad un tavolo apparecchiato per la cena, un raggio di luna che esce zigzagando dalle fronde degli alberi rimbalza su un piatto dove c’è un pollo arrosto, alone luminoso a capanna, il profumo nell’aria, Socrate naturalmente sta bevendo la cicuta e nel frattempo sbocconcella il pollo insieme al discepolo parlando di filosofia.

Se c’è la scala vuol dire che Dùcento sta sognando, troppa libertà stanca se non si è abituati, comunque non si fa problemi e segue il profumino dell’arrosto come è naturale per uno che non ha mangiato nulla da un giorno.

“Meglio la cicuta che Santippe!” sospira Socrate sorseggiando il bicchiere.

Simmia assente silenzioso, forme vaporose i sogni, ci sono e non ci sono, un film girato trasmesso l’ennesima puntata sul canale dove scorrono le parole al mulino per far girare le pale o le palle… Dùcento si siede a quel tavolo ma loro non lo vedono, strappa una coscia dalla carcassa del pollo e dá subito lavoro ai denti, la lingua assapora il gusto onirico delle parole ma la fame è fame e pur di mangiare non ascolta ragione.

Socrate guarda verso di lui e chiede: “Chi ti credi di essere?”

Dùcento a bocca piena risponde: “Un uomo libero, mi hanno appena scarcerato!”ponte

I due scoppiano a ridere, un caso, non lo sentono e Simmia dice: “Credere di essere, una lunga storia, si comincia da bambini giocando a fare gli eroi delle favole, il teatro del cortile, poi ci si dimentica, quel che intendo.”

Socrate scuote la testa canuta, si stira la barba e dopo aver tracannato un sorso di veleno continua: “ Credere di essere non è essere, come dire un sostituto, uno che prende il posto dell’essere, naturalmente…” questo lo dice guardando verso Dùcento senza vederlo, “se credi di essere ci devono essere anche tutte le cose che credi di non essere!”

Simmia assente col capo pensieroso e ribatte: “È vero, non ci ho mai fatto caso, e chi sono costoro?”

Dùcento ha spolpato il cosciotto, si lecca le dita soddisfatto poi allunga una mano verso il pollo per prendersi un altro pezzo ma quello non c’è più, si vede il giardino del Liceo con Aristotele e Platone che si azzuffano su un ring, grossi barboni bianchi e fluenti che ondeggiano agli strappi ed agli scossoni ed intorno gli studenti che tifano aizzandoli, asini somari ciuchi, ragli da gran baccano, tifoseria accesa, un flash mentre Socrate dice: “Il credere di essere trascende dall’essere quindi non è essere e se non è essere è non essere.”

“L’ideale incarnato!” grida Platone dal ring coprendo l’entusiasmo asinino.

“Il nome della forma non è la forma!” urla di rimando Aristotele colpendolo con un calcio nei coglioni.

Platone paonazzo risponde con un diretto al mento e ruggisce: “Tu neghi le buone maniere, gli esempi tramandati, gli ideali trasmessi dagli dei!”

Aristotele, rintronato dal colpo ribatte: “Cambiare nome non cambia la forma, i morti sono morti anche se nominati vivi!”

ponteLa figura svapora mentre Socrate dice a Simmia guardando Dùcento: “Tutti quelli che non credi di essere non sono quello che credi di essere, sei d’accordo?”

“È quello che si vede.” Risponde Simmia.

“Questo potrei dirlo io!” si sente gridare in cima ad un albero da un grosso scimmione appeso ad un ramo per la coda con la maschera di Hegel che gli copre il muso. Il bosco gemendo e latrando alle raffiche del vento ha preso la forma dello zoo di Berlino e le strade sono sempre piene di asini somari e ciuchi che guardano. Hegel continua: “La parte non è l’universale, in questo caso la credenza trascende dalla parte, se non è parte è universale quindi quello che credi di essere è tutto quello che non credi di essere, siccome quello che credi non è l’essere si tratta di un altro, anzi mille altri che sembrano uno e nessuno che esista veramente perché stanno solo nel pensiero.”

Nella piazza di Berlino i ragli rimbombano osannanti, da un albero vicino sbuca fuori uno scimpanzé con la faccia di Kant che strillando dice: “Tu neghi l’evidenza, la ragione pura è una favola, guardati in giro e dimmi cosa vedi, come fai a dire che non esiste?”

Rispunta Platone da un buco nella terra che grida: “La causa prima, l’ideale divino trasmesso agli uomini, l’idea che ha preso forma, se così è non si può negare!”

Aristotele gli afferra il barbone e strattonandolo da tutte le parti ribatte: “Quello che si crede, sempre quello che si crede, un cimitero scoperchiato, morti che camminano nei vivi, il nome non è forma, deve trattarsi di qualcuno che sta dormendo!”

Nel bosco inizia a piovere, una goccia cade sul naso di Dùcento e lo sveglia su quelle parole, il silenzio, l’oscurità ed il muro da attraversare, la scala una pallida luce mentre cala il cubosipario di questa figura.

La scala stregata. (seconda figura)

teschio aperto2

Il talento a puttane.

La libertà dopo quella scala, Dùcento l’aveva sognata tanto e adesso che ce l’ha lì a portata di mano non sa se essere contento o meno, non è ancora rincoglionito al punto da non saper distinguere tra realtà e finzione, una cosa sono i sogni ma com’è veramente che ne sa lui? Quando mai l’ha conosciuta questa libertà anche solo per un attimo, sempre circondato di muri, catene e palle al piede com’era? uccello

Notte insonne senza sogni, la campana del carcere rintocca le ore, singhiozzi e russare dalle celle vicine, una civetta strilla nell’oscurità ma lui non sente, la scala non appare, prova a fare progetti ma che progetti può fare, quasi l’avessero condannato a morte, toh la libertà e un colpo in testa, l’oblio, il nulla, all’alba riesce a chiudere gli occhi, si appisola e subito i carnefici battono alla porta, è arrivata l’ora.

Giro d’uffici a firmare carte, nel corridoio tutti gli battono pacche festose, “Ehilà Dùcento, sei libero finalmente… beato te… così te ne vai…” parole che non dicono nulla, cosa c’è dopo? la porta del carcere si sta aprendo, l’uscita… nello spogliatoio gli rendono il vestito che aveva all’arresto, quanti anni sono passati? Un paio di jeans sdruciti ed una camicia, gli stanno stretti, poi una scatola chiusa con uno spago.

“Questa cos’è?” chiede Dùcento.

“Il tuo talento.” rispondono gli aguzzini.

“Il mio talento? Proprio non ricordo, siete sicuri che sia mio, com’è fatto?”

uccelloQuelli ridono e l’accompagnano all’uscita, uno gli dice: “Con quello vedrai che troverai il modo di cavartela, non lo sprecare tutto in una volta.” Scoppia ancora a ridere ed alla porta un calcio in culo e via.

Mezzogiorno, sulla strada gente che cammina seguita dalla propria ombra, macchine che passano rombando, le case della città, le finestre, i tetti, il cielo lattiginoso con un piccione che vola allontanandosi verso la periferia, con tutte quelle cose da fare non ha ancora mangiato nulla, sente un certo appetito, a quest’ora il refettorio del carcere si sta popolando senza di lui, attimo di smarrimento, si volta e grida: “Non sono pronto alla libertà, datemi ancora qualche giorno!” ma la porta non c’è più, il tempo passato, indietro non si torna allora avanti, si incammina per il marciapiede facendo dondolare il pacchetto col talento.

Un mondo nuovo che si apre, un volo fuori dalla finestra, al cibo non pensa, cerca di guidare i passi verso quello che ha sempre sognato ed arriva su una strada piena di puttane. Dùcento le guarda, una cosa sono i sogni una cosa la realtà, in carne ed ossa fanno tutta un’altra impressione, non sa come comportarsi, saltare addosso ad una e farsela così senza complimenti non gli sembra il caso, quelle fiutano il pollo e lo invitano scosciando e porgendo tette: “Vuoi scopare? un pompino da farti scoppiare, vieni qui che ti succhio il midollo…” lui si avvicina ad una belloccia e timidamente le chiede: “Vuoi venire a letto con me?”

Quella risponde: “Certamente che voglio, fa cinquanta euro.” uccello

A questo non aveva pensato, le dice: “Non ho un soldo.”

“Allora vatti a far fottere da un’altra parte!”

“Aspetta!” esclama Dùcento mostrando il pacchetto, “Ho il mio talento, ti posso pagare con questo.”

“Che cos’è il talento?”

“Non lo so, adesso guardo.”

Slega lo spago ed apre la scatola, dentro non c’è nulla, vuoto totale.

“Mi sembrava troppo leggero per essere vero, m’hanno fatto uno scherzo.” mormora tra sé, poi con prontezza di spirito dice:  “Non c’è perché non si vede ma se andiamo a letto te lo faccio toccare.”

scalaQuella lo guarda con occhi indignati, intanto altre si sono avvicinate ed hanno sentito, alcune ridono, la sua invece lo insulta: “Che mi stai a prendere per il culo adesso? Credi che stia qui a divertirmi? Vattene in malora te e ed il tuo talento che non ho tempo da perdere con gli stronzi!”

Agitazione, Dùcento mogio mogio si allontana, girato l’angolo guarda ancora dentro il pacchetto vuoto, è proprio vuoto, fa il gesto di buttarlo in un cassonetto d’immondizia ma si trattiene, nell’abisso dei suoi ricordi ha visto accendersi una pallida luce, richiude la scatola con lo spago e riprende a camminare, avanti, sempre avanti, esce dalla città, per la campagna, cani che abbaiano, filo spinato, vietato l’ingresso, ad ogni casa gli sembra di vedere la porta del carcere da cui è uscito, indietro non si torna, “Mi hanno liberato!” dice, “ma forse sono ancora dentro, dev’essere uno scherzo, come nel pacchetto non si vede, dov’è questa libertà?”

S’è fatta sera, la strada un tappeto di foglie e dai rami degli alberi continuano a piovere fruscianti di vento, il sentiero è entrato in un bosco, il passo cammina, di fronte un altro muro, l’incognita di dove passare la notte e mentre il cielo inizia ad accendersi di stelle ecco comparire la scala. 021

La scala stregata. (prima figura)

rifiuti

Introduzione.

Pomeriggio d’autunno, cielo scialbo senza sole, dalla finestrella di un carcere si vedono cadere le foglie dai platani di un viale che costeggia il muro perimetrale, sono giallo grigie, accartocciate, volteggiano tra la polvere sollevata dalla strada, alcune si scontrano nel volo e procedono per qualche secondo attaccate poi si separano per cadere a terra o sulla capote di un auto che le trasporta lontano…particolare insignificante perché al momento non c’è nessuno a quella finestra, il prigioniero che occupa la cella è coricato sul lettino e sta guardando il soffitto con occhi inespressivi. scala

Si chiama 215-255, il suo numero di matricola, l’altro lo ha dimenticato ma quelli del carcere per abbreviare lo chiamano Dùcento e omettono il resto. Ha passato i sessant’anni, quasi tutti vissuti in quella cella, è diventato vecchio senza accorgersene, il grigiore dei capelli, le rughe intorno agli occhi, la pelle vizza ma lui non ci fa caso, è un sognatore e vive in un sogno.

scala bUna lunga storia, iniziò a sognare da bambino appena lo rinchiusero, durante l’ora d’aria passeggiando nel cortile sognava una scala da appoggiare al muro per poter scappare, quella scala si fissò alla sua fantasia e da allora ogni sogno che fa inizia sempre con una scala appoggiata al muro ed un’ evasione e poi si inventa volta per volta, solitamente scopate mega galattiche con donne immaginarie.

La cella è piccola, rettangolare, oltre la finestrella i muri imbiancati a calce, un tavolaccio con la panca, una mensola con un libro e qualche rivista presi nella biblioteca, uno stipetto per la biancheria ed il lettino dov’è coricato, in questo momento però non sta sognando, ha il vuoto nella testa, qualche minuto prima un secondino è entrato nella cella e gli ha detto: “Dùcento, è arrivata la grazia, sei libero, domani te ne devi andare.”

veliero

Essere e maschera

vulcano

onde

Essere e maschera, uno è nome e l’altra è forma, singolare e plurale, tante maschere, facce più o meno da culo, abitudine, porco comodo eccetera, autocritica, la misura dell’uno, lo standard, tutte le altre misure sono zoomate in piccolo ed in grande dello standard quindi non reali, il pensiero e l’intenzione attiva, si clicca sul nome e lo zoom fa apparire sulla faccia la maschera nominata, ognuna recita la sua parte, copione trito per l’occasione, fin qui ci siamo ma la faccia vera dov’è? È lo standard?

Il non essere è tutte le cose che l’essere non è, psicologia statistica, i soldi il tempo a disposizione vegliare dormire i sogni, livelli di possibilità ogni livello così fan tutti, adeguamento, lo standard è così fan tutti? Tutti è plurale quindi forma e la forma non è nome, l’essere è solo una parola, il significato oggettività variabile, allora chi è?

ponteQuel che si crede di essere, essere non è credere, una cosa certa che si può vedere e toccare, all’intenzione segue l’azione, riflessi condizionati, probabilità, se uno ha fame va a caccia, sul campo si conquistano i galloni, il mondo delle maschere va da una parte l’essere da un’altra, negarlo si prende la forma non negarlo è solo un nome ed il nome si può cambiare a piacere e la forma rimane invariata.

Ereditarietà del nome, il pedigree dei cani, i pensieri sono tanti, tanti è plurale quindi forma, pentolone di pensieri che bollono, fuoco di noia, se si agisce è comportamento, l’esperienza, lo scudo contro le intemperie, ombrello d’acciaio, i fori per guardar fuori dalla tomba, quel che si vede, le ombre della caverna di Platone, quel che si crede non è la realtà, quel che non si crede cos’è?

Bella domanda, la domanda è una quindi nome, la risposta è forma, lungo elenco a cascata, ancora i livelli statistici, le possibilità, arriva l’autunno e l’albero si spoglia, le foglie cadono, rimane nudo, senza maschere, senza risposte, in attesa della primavera per rifiorire a nuovo.

ponte

Fantasia vagabonda.

P9160002b

 

Contra punctum. 

Un libro da aprire la natura,

sogni illusioni…

un gran magna magna, fontana di giovinezza,

ospizio per poveri vecchi,

giocattolo tra le fauci del tempo,

deposito d’aria,

macina di denti affamati,

rutti scoregge…

Scorre dalle vette innevate precipita cascata di vita

slingua il fiume allargandosi a mare

onde uragano oceano alle nuvole

il vento motore accelera romba rimbalza

canta fulmini boati

bistecche polpose al sangue

bolle il mosto rosso vermiglio,

profumo di vino, ebbrezza…

A caccia nella giungla spietata brillano gli occhi,

pietà un soldino, la carità

la preda la vita sopravvivere

pollai cintati, chat e Chatterly

le fauci stringono la gola, il sapore del sangue, l’estasi

televisori accesi, antenne tra i tetti, i gatti

notte, brillano le stelle, nascosto nell’ombra il ruggito della tigre

silenzio.

                                                                                                                                  tigre

 

tra le nuvole (2)

            Ermetico doc.

Tomba d’anni velata la carne l’abito di una suora

                      dimenticata sotterrata da scudi di ferro

                               per causa ignara d’effetto e d’affetto,

                                                                dorme nel sepolcro,

sogna paesaggi incantati la cagna in calore,

      represso, mai smesso, con permesso di confessore.

 

                            Rimbalza il testimone sui picchi del tempo,

                      teatro di scheletri i vestiti alla moda,

               parole sui grani di sabbia,

polvere di deserto che avanza a ricoprire la stanza

                        d’onde d’oblio

     i millenni sul primo giorno diviso a metà,

                             il rock duro degli AC/DC…

 

   Una spina nel cuore del tempo,

             lo spazio ristretto d’angustie sottotetto,

          la favola s’apre al gocciolare di monetine d’oro

                           su un gong di Sapporo,

                pagine di un mondo a tutto tondo,

                         levata la spina è alba sul giorno che nasce…

tra le nuvole

3

        Fantasia vagabonda.

Cerca l’arco teso il bersaglio da centrare

   qualche cosa c’al prurito val la pena di grattare,

   ci son polli quagli e allocchi tutti quanti con bei gnocchi

                  ma non gusta per tirare,

caccia cerca quel che freme

    sangue fresco che non teme,

      dell’idea che par bella

              far di più è la favella,

                   qui non c’è da pescar cacchio

                       che sia meglio d’un abbacchio…

          Per non fare come il piffero

            che portò i topi al pero

        ben conviene al mio sentiero

                     stare senza alcun pensiero,

vagabonda fantasia va per caso e frullo d’ali

   a cercar su altra riva dove mettere gli occhiali.

fiori

Tra le righe di una poesia.

fuocob

Prospettiva all’infinito indirizzata al cul de sac

sul mare ondato a paccottiglia

mal galleggia la bottiglia

abbottonata nel suo frac.

L’infinito è un nome, logica il nome non è forma la forma dell’infinito non è infinito e se non è infinito è finito. Fenomeno ciclico da zero a tot, si guarda, lungo rettilineo d’autostrada, corsia larga dieci metri, via via che lo sguardo percorre la strada i bordi si stringono fino a toccarsi sul fondo in lontananza, all’orizzonte, lo sguardo si mette in moto e avanza, quando arriva a quel punto la strada e nuovamente larga e l’infinito si è spostato in conseguenza sempre all’orizzonte, lo ha fatto ad ogni passo, corri o piano Achille è sempre dietro la tartaruga. tempo

Bisognerebbe considerare una relatività nuova che si capisca, la logica pura è un movimento, ad ogni enunciato segue automaticamente il successivo.

Introduzione al concetto di figura remota o relativa, se guardo un pallone dal diametro di dieci metri alla distanza di dieci chilometri vedo un punto, avvicinandosi sembra un cerchio e davanti agli occhi ritorna pallone.

Relativo alla distanza, un metro è metro davanti agli occhi, a venti metri sembra un centimetro ed all’orizzonte diventa un punto, ci vuole il cannocchiale per vederlo, a questo punto lo posso zoomare a piacere e fargli prendere tutte le misure intermedie stando fermo.

Si può considerare il cerchio una figura intermedia tra la sfera ed il punto  prospettico all’orizzonte, il sole e la luna per la distanza si vedono piatti, quindi cerchi ma sono corpi sferici. lampadina

La sfera è un nome, logica il nome non è forma la forma della sfera non è sfera e se non è sfera cos’è? Esempi da confrontare, una lampadina accesa fa una luce tutt’intorno di forma sferica ed il diametro della sfera è relativo alla potenza della lampadina, questa non ha forma sferica, è formata da un filamento a spirale, la spirale se la guardo davanti agli occhi è spirale, ad una distanza tot, messa in orizzontale, la vedo come un cerchio, con la luce una sfera.

Si potrebbe ripetere il giochetto con il quadrato ed il cubo e con qualsiasi altro poliedro, a questo punto, senza trarre conclusioni sulla via da percorrere, si vede una figura reale solida e tridimensionale ad un limite e poi una sequenza di figure relative non reali che dal volume passano al piano fino al punto all’orizzonte che può essere allungato con l’aiuto di un cannocchiale che permetta lo zoom. Qualcosa del genere fa il computer quando pesca i file nel pozzo del web.

La filosofia si limita al universale e non tratta il particolare, logica il nome non è forma la forma del universale non è universale e se non è universale è particolare, il particolare della filosofia è collegare tutte le scienze in modo che quel che non si capisce in una lo si può capire osservando un’altra dove si capisce. Naturalmente questo discorso non riguarda solo la fisica.

Il particolare a sua volta è nome quindi la forma non è particolare e se non è particolare è universale, infatti avvicinandosi ogni particolare lo si può ancora dividere in diversi settori ed ogni settore avvicinandosi si divide in altrettanti settori e si può continuare, la filosofia il punto reale, tutto il resto quel che si vede relativo alla potenza illuminante…

Zooma lingua di memoria ricordare un mal di dente

zombie d’anni giù impilati sulla coda del serpente

lecca solo quel dolore

fatto cerchio nel suo amore

brilla luce snaturata

che la coda s’è mangiata.

 

Gusto poco peperino

pisciò a letto quel mattino,

“sembra grande ma è cacchino”

or che strada ha fatto scuola

cambia al tempo le lenzuola.

spirale

Il linguaggio delle immagini.

Il frecciatore.

1

2

I macachi hanno un nuovo imperatore.

Come si chiama?

Mikaco Shimunito.

Ti ho chiesto il nome non la forma.

————–

Identità del se e del ma.

struzzo b

Che cosa stai sognando?

Di vivere.

————–

Il limite della pazienza.

achlle

Scansati ho fretta!

Dove devi andare?

 ————–

La famiglia ideale.

il popolino

Bambini, sempre bambini e mai un carrubo che mi piacciono tanto.

Booooooooh? Muuuuuuuuuh!

                                                                                                                                                                                                          ————–

                                                                                               jack Scatarra

HUMOUR (4)

Il mondo dei più.

dipinto su fotogramma

Sul confronto della scala cromatica dove il do uguale a zero che dà inizio all’ottava coincide sempre con il si diesis della scala precedente si può dire che ogni idea nasce da un’idea precedente realizzata, nell’evoluzione della tecnologia industriale si vede di più, nelle scienze umanistiche e teoriche  meno.

Il mondo dei più ed il mondo dei meno, pesca nel torbido, in geometria almeno che sappia non esiste una retta divisa in due, una parte positiva che va da sinistra verso destra ed una negativa che va da destra verso sinistra, si è mai visto un architetto progettare una casa con i numeri negativi? Dire ad esempio ad un muratore di tirar su un muro alto meno dieci metri? Oppure tagliare una stoffa di meno due metri per fare un abito? Qualcosa non funziona, la matematica teorica è da riscrivere, ci vorrebbe un filosofo del settore, probabilmente l’idea è quella delle rette parallele con il punto d’incontro, il fenomeno è uno spazio compreso tra due limiti quindi uno è quello dello zero e l’altro a tot, dipende volta per volta dalla misura su cui si lavora, un sistema binario con la forma di un fuso, sul livello superiore i numeri vanno da sinistra a destra e su quello sotto al contrario, tornano indietro come nei livelli del computer, la logica il superiore non è l’inferiore, il non è inverte, se non è avanti è indietro.

In informatica esiste solo lo zero e l’uno, logica il nome non è forma l’uno non è lo zero, l’uno è nome e singolare, lo zero forma e plurale, uno zero dialettico che non è l’uno ma può essere qualsiasi altro numero o misura, la forma dell’uno. Come dire, il due è uno più uno, il tre è uno più uno più uno e via così, la misura dell’uno moltiplicata e uno più uno più uno fa tre che è una parola singolare, quindi nome. Numeri nomi messi a limite di forme misure tanto per intendersi e come nella scala cromatica e nell’idea ogni numero nasce dalla misura precedente realizzata.

Nonostante il paradosso dei numeri negativi l’algebra funziona, è solo questione di cambiare la figura.

I numeri negativi nella mentalità, il mondo dei più ed il mondo dei meno, per il nominalismo di Kant i meno trascendono dal punto finale del fenomeno, nell’algebra dallo zero, infatti la logica il nome è forma lo zero è… il punto finale dell’infinito quindi l’infinito è zero e l’inizio è la fine. Da zero ad infinito non si può calcolare uno spazio finito, la logica non quadra, un paradosso, la figura del punto d’incontro all’infinito delle rette parallele che coincide con lo zero è solo teoria, nome senza forma, forma negata, se non è forma è nome, quindi numero ed il numero è uno, una parola. cimitero

Parole, favole, nella figura si vede lo spazio tra lo zero e l’infinito compresso e identificato sullo zero, su un limite e da qui viene fuori l’idea non realizzata nella forma ma solo nel nome di un immenso cimitero piantato a croci, il mondo dei più e di contro i meno cioè i vivi, il nome è forma, il morto è vivo e l’identificazione è conseguenza.

L’evoluzione, un universale cioè una forma che cresce, una sfera in continua espansione con una durata da zero a tot, la forma universale è composta da parti, Hegel direbbe gli universali minori ed ogni universale minore non è il maggiore quindi ha la forma del maggiore, cioè una sfera che cresce e quando le sfere si toccano si arriva a tot e succede un patapum!

Su questa idea realizzata non è facile svilupparne di nuove, si leggono e si scrivono sempre le stesse stronzate, da una nasce l’altra, intanto fin qui ci siamo…

filosofia

Abbozzolo.

farfalla

Quando arriva la farfalla tutti i fiori aprono le gambe e fanno uscire il loro far ww 6profumo, fiore inizia per fi, un prefisso, che c’è d’altro che inizia per fi? Filtro, fisarmonica, finocchio, figa…ecco, la figa va bene, mi piace, un prato di zoccole di tutti i colori a gambe spalancate con la figa all’aria, arriva il farfallone ed esce il profumo, chiamarlo profumo forse è azzardato, diciamo esce l’olezzo, termine ambiguo che può indicare sia una cosa che l’altra.

Gli animali hanno il fiuto più sviluppato, l’uomo certi odori non li sente, almeno da lontano, chissà perché, senso limitato, forse l’abitudine, forse come gli ultra suoni non sono percepiti dall’orecchio esistono gli ultra odori, potrebbe essere una spiegazione, è probabile però che l’olezzo anche se non recepito entri nel naso, minuscole particelle di puzza di figa che vanno a colpire dei recettori causando chissà quali reazioni chimiche e non solo.

farfalla         Il farfallone in questione naturalmente è un cazzo, vola con le palle che girano a elica, viene avvolto dalla nuvola di olezzo, lo si vede barcollare ubriaco, vola di qui, di là, i fiori son talmente tanti, avviene la reazione e gonfia gonfia, alla natura non si comanda, sniffa a caso adocchiando i colori, l’appetito della specie, bramosia, golosità, ferocia, si è ripreso dallo stordimento iniziale e si tuffa su una spagnola rosso fuoco coi petali imbrillantinati di rugiada, ficca la proboscide turgida a più non si può nell’ovario e tira su, un assaggio, il fiore si contorce languido ma lui vola subito oltre, un’inglesina con lo stelo arcuato alla pecorina, ci infila il tubo e sugge, non male, s’alza nuovamente per calare su una cinesina tutto pepe appena sbocciata coi petali inzuppati di timidezza, ficca l’arnese e tira, una delizia ma è subito per aria, ormai si è abituato, dalla confusione d’odori iniziale sta cominciando a distinguere i profumi, ce ne sono di delicati e di bestiali comunque tutti buttano a campana, rintocchi a martello, assaggi da intenditore, toccate e fughe, lingua che schiocca soddisfatta, salta su un’australiana di Sidney coi pistilli che tintinnano di goduria, su un giglio nero del Kenya dalle labbra purpuree e la lingua tutto fare, su… intanto si vedono accorrere altri farfalloni a sciami, una lunga fila davanti al botteghino, il registratore di cassa trilla rovente, incassi alle stelle…

L’idea è buona, realizzarla non sarà facile ma non abbiamo fretta.

farfalla

Tra le rive.

Poesia.

tra le rive

          Parole.

Acqua che scorre da un rubinetto chiuso

          s’immagina

folletti tra i fiori scambiarsi le mutande

quadri con picche puntute finestre aperte sul sentiero

          la notte

tra i rami del bosco filtrano i raggi di luna

   il ragno li tesse

tappeto volante in viaggio nella fantasia

   polvere di deserto

arido tempio fra le stelle

la semplicità in un bicchiere di piscio da bere in un sorso

    stride al contrasto

           ride

           chiuso in quel giorno, quale giorno? 

 

Oggi soltanto saltando quel tanto che ingombra

       pelle di specchio in frantumi

          palazzo di vetro

     un posto tranquillo per rollarsi la canna

       vaghe nuvolette svaporano nell’aria

      sogni… gab

         folletto

 

pantera

        Sfumature.

Amante distratta sulla strada puntato il mirino sfumatu

                  saetta affilata si lancia

             boato di tuono esplosione

        s’alza l’onda lunga lingua a leccare

   il culo della questione

“un bestione si sa ma fa l’occasione”

   sfumature le parole pennellano il padiglione

       la cracia dei piedi per il lungo cammino

       il sentiero serpeggia sull’orma tra l’ombra d’una bomba

             s’allunga tra gli anfratti della piaga

         pus fresco che cola lava di vulcano tra le fiamme eccitate

      colore di pesco fiorito

    il sole lo bacia al giro di boa,

         aria tra le pagine del tempo. gab[1]

sfumature

 

bambola

Serenata.

Occasioni da cogliere sull’albero del caso

in giro per la vita andando a naso

cova l’idea intanata a casa

che dal teatro di illusi se n’era ’vasa

re regine conti e duchesse

fan girotondo sulle carni lesse

foglie ingiallite d’un vecchio bosso

che tremulo vento conduce al fosso.

 

Suona la lira un satiro stanco

di cantare lagna sul foglio bianco

note scordate di versare in banca

sangue e sudore della scarsella franca,

Eco non vuole puntare al gioco

l’abito smesso di prender fuoco

solo a vederlo alzare i tacchi

ahimè dolere si presta a sacchi…

 

’giunge la via parole rotte

che sole al tramonto conduce a notte

tutte le stelle che brillano ratte

porgono al seno il caldo latte

mangia la foglia il parlar segreto

che nulla ragiona d’alcun divieto

nuda la pelle non porta data

solo il piacere d’una serenata.

i fiori del male