Il bello e le bestie.

ragno

Il bello e le bestie.

Una parola fa l’uomo nome

d’un lungo cazzo tirato a razzo

che non si specchia di fronte al come

 

forma non è la trasmissione

che l’aria canta sul far che pianta

per seminare vento nella canzone

 

oggi lo toglie da quel cognome

che lega quadri a partorir di madri

per ricordar il peso delle sue some

 

lingua sciolta nel suo portone

a macinare il tempo che corre il lampo

da qui all’orizzonte d’un sol coglione.

 

tigre

Il software.

Macchinette strombazzanti sulla via

chiamalo software che va di moda

parole rutti scoregge fuggon via a scappamento

s’alza un grande polverone di tutto quel che s’è detto

il fenomeno da qui a là

gira largo il manicomio quel che è buono perché non è cattivo

cattivo non è, allora cos’è  buono?

 

Il bello invece si vede ad occhio nudo

quel che piace la libertà

la dimensione della gabbia,

lo spazio

ali son polmoni che respirano quell’arietta pura

tutt’orecchi per sentire il profumo che le parole san cantare…

 

Ebbene sì, un computer

artiglio il software e lo sposto nel cestino

basta un clic…

 

merdaccia

Elogio della pazienza.

Tutti quei sogni nel cassetto

dimenticati

profumano l’aria di un petto

per gonfiare la mongolfiera

o gli insaccati

il dì che ognuno spera.

 

Parole tutta l’aria per plasmare

il gioco

lunga riga da leccare

per il tocco della lingua

dura poco

il sapore di quell’acqua.

 

Oggi è vero quel che è vivo

stupidate

quel senno di tutto privo

canta allegra la cicala

d’estate

il suo tempo in ogni scala

 

che a suonar zappa nell’orto fin che giunge al suo porto.

 

LANTERNA

Il gatto.

Il gatto.

Quella volta m’era venuta l’idea di scrivere una storia su un gatto. In quei giorni vivevo chiuso in una tomba piena di morti che discutevano di bene e di male guardando un film, c’era chi applaudiva gli attori, chi li odiava e insultava, chi… all’inizio avevo provato a dire che era solo un film e gli attori recitavano la loro parte e non si poteva cambiare di una virgola e quindi conveniva stare a guardare come andava a finire ma quelli niente, continuavano con i loro picche e ripicche senza curarsi d’altro.

Il film era diventato noioso e m’ero stufato di guardarlo allora ecco l’idea del gatto. Un autore quando progetta una storia si deve immedesimare in tutti i personaggi ed in questo caso diventa un attore multiplo quindi segue la successione causa effetto degli eventi dopo aver impostato il campo d’azione.

Se dovevo fare il gatto dovevo prima di tutto studiare la sua psicologia, la prima cosa che si vede è che i gatti non parlano e quindi neanche pensano, una cosa animale e questo mi piaceva, anzi mi faceva sentire leggero e con quella leggerezza aspettavo la notte per scrivere la storia.

Doveva essere randagio naturalmente, senza padroni, la cosa aveva l’inconveniente della mancanza di una cuccia sicura ma la risolsi inventando un deposito di materassi abbandonato dentro una soffitta dove stava bello comodo che aveva una finestra con il vetro rotto da dove si poteva uscire per salire sui tetti. Mangiare mangiava, qualche topo, rovistando tra i rifiuti, entrando di soppiatto nelle cucine altrui dalle finestre lasciate aperte e poi mi riservavo altre possibilità seguendo i casi che la storia avrebbe sviluppato.

All’inizio me lo vedevo su un pinnacolo, la notte brillava di stelle mentre dalla strada saliva la musica dei clacson ed il cantare di ubriachi che uscivano dalle taverne, si metteva lì e poi ascoltava i profumi dell’aria, c’erano un sacco di gatte nei dintorni ed ognuno mandava il suo, lui li annusava accuratamente e poi sceglieva quindi si lanciava all’inseguimento fin quando l’acchiappava. Naturalmente c’erano anche altri gatti che facevano concorrenza e avevano su per giù le sue idee quindi i litigi, i graffi, i morsi sotto gli occhi divertiti delle femmine che partecipavano alle contese agitando all’aria le loro gonne con gran sventolio di code in modo che il profumo si sentisse bene.

Poi quando vincitore se la prendeva altri graffi, morsi, soffi rabbiosi, quelle mica gliela davano per niente, doveva farsi valere quindi le afferrava la nuca stretta tra i denti e poi con delicatezza felina le penetrava da dietro ed andava avanti così spesso tutta la notte senza fermarsi mai mentre sul soffitto del cielo le stelle giravano il loro corso e la gatta miagolava incantata…

Questa parte fluiva fino a quando il gatto invecchiava, era tutto sbrindellato ed a far contese con gli altri gatti non se la sentiva più allora se ne stava sul suo pinnacolo tra i tetti a guardare le stelle girare e piano piano si accorgeva che quelle stelle parlavano, naturalmente col linguaggio dei gatti e raccontavano una storia o meglio un’Opera. 

A questo punto bisognava inventare il come farle suonare, argomento trito già dibattuto da chissà quanti poeti, qualcosa d’originale e risolsi il problema immaginando il firmamento che gira intorno alla Stella Polare come un disco dove ogni stella era una puntina che girava sul suo solco e si sentiva una musica spettacolare con il coro ed le danze, ballerine che piroettavano sull’arie dei tromboni, soprani che gorgheggiavano intorno a stagni gracidanti di rane ognuna col suo strumento, violinisti che si lanciavano in assoli zigzaganti sul rullare dei tamburi fin quando all’alba esplodevano tutte in un apoteosi di suoni per salutare il sole che sorgeva.

Poi una notte che brillavano più del solito accelerarono la musica mettendosi a girare tutte velocemente, dalla stella polare venne giù un tubo rotante che si agganciò al pinnacolo e agendo come le pale di un elicottero lo sollevarono tra loro in un lungo volo dove arrivarono…questo ci sto ancora studiando ma prima o poi mi verrà l’idea.

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Il “pacco” delle probabilità.

la fontana dell'eterna giovinezza

La fontana dell’eterna giovinezza, tema ricorrente di molte favole, ad una certa età viene da pensarci, che idea essere sempre giovani però poi si invecchia e l’esperienza rigetta la cosa in un mero sogno irrealizzabile.

Figure in contrappunto, Shakespeare era un autore che recitava nelle sue commedie, in tal caso era attore e quindi non un autore, può essere di un attore autore che si è dimenticato di aver scritto la parte che recita ed allora si chiede, dai segni lasciati, che cosa intendeva l’autore quando scriveva, poi si vede un feeling seguire.

Cercare lontano quel che si trova sotto il naso, la natura non invecchia, prendiamo ad esempio un branco sterminato di bufali, i più giovani e forti tra maschi e femmine stanno al centro  formando il nucleo di riproduzione mentre vecchi e malati sono spinti di forza ai margini dove immancabilmente trovano tigri e leoni affamati in attesa. Nella figura si vede che il nucleo rimane sempre giovane ed essendo di riproduzione genera continua giovinezza, è la famosa fontana?

L’attore è invecchiato ma la lingua la sa usare ancora bene, ai margini è facile prendere morsi da tutte le parti, un’altra mentalità, la storia si muove causa effetto in modo naturale cioè impostata la causa il resto è conseguenza, ci sono cose che non quadrano col suo stile, sembra la mano di un altro autore ma come è possibile se di autore ce n’è solo uno? Vallo a capire il sistema, negarsi così solo per far apparire grand’ uomini dei minchioni privi di arte e di parte, eppure un motivo ci deve essere, causa di forza maggiore potrebbe essere un alternativa tra miliardi di altre storie quindi una probabilità come un’altra, perché negarla? il piacere della sfida, l’amore per il rischio, le cose impossibili, così quadra e si riprende, lasciamola scorrere…

Il quadro di tutte le storie possibili, che idea, l’imbarazzo della scelta ma tutto quel che viene in mente è già stato divorato e digerito da tigri e leoni, bisognerebbe trovare qualcosa di nuovo, fuori dal pensiero, dalla mentalità, dalla memoria, come morti, una cosa inanimata, una pietra, un fiume che scorre al mare, il vapore alla nuvola, l’emozione di un tramonto, di un volo che può andare ovunque frulla il desiderio, comunque un’ emozione, fermiamoci qui per il momento.

 

favola

Esmeralda.

capriole nell'erba

 

Era un giorno d’estate verso mezzogiorno, al Valentino c’era il sole, le aiole sembravano tavolozze spalmate di fiori multicolori, le fontane sprizzavano i loro getti con allegria e si sentiva un gran vociare di bambini che giocavano nei prati.

In quel periodo mi ero stufato di leggere ed avevo ripreso il trip della fotografia che da giovane avevo imparato e poi messo da parte, mi piaceva fotografare le gocce d’acqua, gli insetti sui fiori, gli uccelli in volo, le luci della notte ed i bambini. L’età mi aveva travolto con cingoli da carro armato ed il mio codice estetico m’impediva d’imitare il comportamento dei maiali ed allora cercavo la bellezza nelle immagini, i bambini si prestavano a meraviglia, li sorprendevo in pose naturali che poi al computer trasformavo in elfi e ninfette che giocavano nel classico loco ameno.

Ero appostato in caccia, i nervi all’erta, l’istinto della tigre scorreva vento sulla pelle con la macchina fotografica pronta a colpire quando notai una vecchia zingara cenciosa tutta vestita di nero che avanzava facendo la spola tra le persone per chiedere l’elemosina con la mano tesa. Abbassai l’obiettivo, emanava una pena che sfiorì la magia della caccia e aspettavo che si togliesse di torno ma quella sembrava farlo apposta e stava proprio sulla traiettoria del gruppo di bambini che stavo puntando, si muoveva a zig zag ed intanto si avvicinava.

Non ho niente contro gli zingari, sono un effetto ed il male andrebbe ricercato nella causa che li costringe a fare quella vita, chiunque nascesse in un accampamento si comporterebbe come loro, è una questione di imprinting proprio come avviene nei modi raffinati dei nobili, si vede gli altri farli ed il resto è conseguenza.

Notai una certa finezza nei suoi movimenti, era magra, aveva il portamento eretto ed avanzava a saltelli come fanno le ballerine. In quel momento ricordai un racconto di Leskov, “Il viaggiatore incantato”, dove una bella zingara abile ballerina che faceva un sacco di soldi viene venduta ad un principe e poi quando questo si stufa si annega per gelosia, una morte all’Ofelia.

Non raccoglieva gran che, quel mattino erano già passati almeno una ventina di accattoni a battere la piazza, la gente si voltava per non guardarla o la cacciava con male parole, lei continuava imperterrita, oramai erano rimasti solo due anziani su una panchina ed un giovane pittore che stava dipingendo il castello, gli anziani le diedero una monetina, lei ringraziò ed il pittore si rivoltò le tasche facendole vedere che era in bolletta ed eccola qui.

Il viso vecchio e raggrinzito da una fitta ragnatela di finissime rughe, gli occhi spenti e acquosi, pose la mano e con voce querula, da suora abituata a recitare il rosario chiese: “Me lo dai un soldino? Per i bambini, han tanta fame.”

Dimostrava una sessantina d’anni e puzzava da fare schifo, la bocca piena di denti d’oro, chissà da quante bocche di morti eran già passati, negli accampamenti ci devono essere dentisti molto abili, dev’essere un segno di distinzione quello dei denti d’oro, la psicologia degli zingari, non c’è bisogno di guardar  lontano.

L’istintivo fastidio di dover fare una cosa che non dovrebbe esistere, il ricordo della zingara di Leskov mi aveva raddolcito, provai a scherzare come faccio di solito e le dissi: “Ti do la monetina ma tu cosa mi dai in cambio?”

Lei mi guardò con aria completamente disinteressata, tese ancora la mano gemendo lacrimosa: “I bambini, una monetina per i bambini…”

Sti cazzo di bambini, non dovrebbero esistere elemosine per i bambini, non ero scemo da non sapere che era solo un commercio come tanti altri ma non lo facevano solo gli zingari quindi rimasi sullo scherzo e ribattei: “Deve essere una bella vita, una decina come te al mio servizio potrei vivere come un pascià, dimmi almeno come ti chiami e ti do il soldino.”

Nel dirlo l’avevo guardata con i miei occhi assassini, lei ebbe un leggero sussulto, nei suoi occhi si vide come un qualcosa che stava rintanato all’interno salire in superficie e si misero a brillare.

“perchè lo vuoi sapere?” chiese.

“Sono curioso.”

Rimase qualche secondo pensierosa e in un soffio rispose: “Esmeralda.”

Il juke box dei miliaia di libri che ho in memoria si mise a girare e tirò fuori il disco: “Esmeralda, bel nome, l’amata dal gobbo, poi viene impiccata come Giuda, che strana combinazione.”

“Me non mi impicchi, perché mi vuoi impiccare?”

“Per vederti dondolare, così mi segni il tempo quando suono la chitarra, scherzavo, ridotta come sei se ti impiccassi ti farei solo un favore ma quelli sono affari tuoi.”

Aveva cambiato voce, da querula e pietosa divenne spigliata, i toni rochi dall’età ma con sfumature vagamente femminili, disse: “Se vuoi ti posso leggere la mano, dammi la destra.”

Tono di comando, per un attimo mi sorprese, l’idea mi piacque e gliela posi.

Lei la prese tra le sue, erano dure ed ossute con lunghe unghie annerite di sporcizia, la strinse come volesse berne il calore poi la aprì e con un dito si mise a solcare le linee: “Tu devi essere fortunato,” disse con tono convinto, “qui si legge che presto conoscerai qualcuno che ti farà avere un sacco di soldi.”

Mi misi a ridere e ribattei: “Scommetto che lo dici a tutti i grulli che si fanno leggere la mano, chi dovrei conoscere?”

Rimase un attimo a pensare poi mi guardò con aria di sfida e disse: “Me!”

La cosa era proprio divertente così continuai: “Vuoi dire che andrai a chiedere l’elemosina per me? Non sono il tipo e poi ormai c’è troppa concorrenza.”

“Tu non sai ma io faccio le uova d’oro!”

“Cosa sei, una gallina?”

“Sono una donna, adesso sono vecchia, ma un tempo…”

“Se fai le uova d’oro perché vai in giro a chiedere l’elemosina?”

Lei si sedette al mio fianco e con aria di chi sta per rivelare un grande segreto che non deve sentire nessun altro rispose: “Le faccio ma per farle ho bisogno che qualcuno mi aiuti, fin’ora nessuno lo ha voluto fare ed io non le voglio dare per niente.”

Mi stava prendendo in giro ma era divertente e così stavo al gioco: “Da dove le fai?”

“Le faccio…lo vedo che non mi credi…” si frugò in una tasca e tirò fuori una minuscolo granello dorato mettendomelo sotto il naso, odorava di uova marce, disgustoso. Lo chiuse nel pugno e continuò: “Non sono proprio uova ma io le chiamo così, questa l’ho fatta stamattina, ho usato le mani ma se lo faccio da me non viene bene, sono sicura che se tu mi aiutassi verrebbero enormi, potremmo venderle e fare un sacco di soldi poi dividiamo a metà.”

“Fammi vedere la pepita”

Riaprì la mano e me la fece toccare, sembrava proprio oro, mi stava prendendo in giro ma volevo vedere dove sarebbe arrivata: “Come hai fatto a farla?”

“Te l’ho detto, con le mani, ho fatto da sola.”

Qualcosa in me aveva capito l’antifona ma non riuscivo a credere che sarebbe stata capace di tanto, chiesi: “Con le mani, che vuol dire, trasformi le pietre in oro?”

“Non essere scemo!” esclamò decisa, “con le mani…mi escono da…come dire? mi escono da lì, cerca di capire, mi tocco e loro vengono giù però se tu mi aiutassi…”

“Vuoi dire che ti escono dalla figa?”

“Proprio così! È un segreto, non l’ho mai detto a nessuno però adesso sono vecchia e prima di morire mi piacerebbe provare…”

“Che cosa dovrei fare?” domandai sbalordito.

“Ebbene…se tu me la leccassi sono sicura che uscirebbero che pesano un chilo, poi andiamo da quelli che cambiano l’oro e pensa la cuccagna.”

L’Arte o canone è un gioco per fini intenditori e tra le righe ce ne sarebbe già da scrivere un romanzo, per farla breve ci fu una contrattazione, intuito puro, avevo iniziato il gioco e sarei stato un vile se mi fossi tirato indietro così finsi di accettare sicuro che alla fine si sarebbe rifiutata per la vergogna, ci riparammo dietro una siepe in un posto lontano da sguardi, lei si tirò su la gonna e calò le braghe frettolosamente poi si coricò a terra aprendo le gambe.

Un tanfo da far vomitare i cani eppure mi sentivo attratto, avvicinai la bocca alla sua vagina, questa si spalancò e disse:

“Cagar di bocca fa gelosia

tu puoi veder filosofia

dentro la bara ch’è chiusa al fato

per respirar quel che è il tuo fiato.”

 

merdaccia

L’impotenza.

scatto

Girovago sostantivo sulla riva che torna sui propri passi per ricamminare sull’orme di prima, tema ricorrente della poesia, i lamenti di Catullo verso Lesbia, di Adamo verso Eva, “L’avessi fatto ad un altro quello che hai fatto a me…” canta Totò in quella famosa canzone, leiv motiv che si ripete da miliaia di anni, facile venirne influenzati.

Il canone guarda la figura senza giudizio, sembra che all’origine ci sia un tradimento, cos’è un tradimento? Si vede una convenzione, si sono messi tutti d’accordo a chiamar tradimento una certa cosa ed il resto si adatta. La gelosia ad esempio, chi ha detto che bisogna essere gelosi? Che bello andare a caccia e farsi tutte quelle che frulla, nei fatti poi si vede proprio quello ben mascherato da un’ipocrita faccia di fedeltà simulata, l’abitudine alla menzogna, la bambola nel pensiero che agisce da soggetto sul corpo invertito in oggetto.

La figura di quel che pensano gli altri, la vergogna, l’orgoglio eccetera, si vede una nuvola di cani latranti nel giudizio, guarda caso la figura di Dio che fa la domanda, chi ti ha detto che bisogna vergognarsi?

Salti di significato,il bacio di Giuda, il bacio della donna ragno, il bacio di un ermafrodito, nella logica del nominalismo il nome è forma, Cristo è Giuda, la donna è uomo, la donna tradita si identifica in Cristo e l’uomo diventa Giuda e va impiccato mentre la donna si crocifigge, si tratta sempre di una persona sola, l’impiccato è boia e tirapiedi, tutto avviene nel pensiero, un automatismo conseguente la mentalità.

La vendetta di Dio, l’abito immacolato della madonna, il cazzo dei negri da succhiare per ripicca, il cazzo dei morti, necrofilia logica, il significato si sposta al tradimento originale, l’origine della tragedia, nel mito il canto orfico, forse Orfeo che si volta rimandando Euridice all’inferno, seppellita due volte come la Beatrice di Dante, una sottoterra ed una in paradiso a far da ideale platonico. La vacca tormentata dai tafani della gelosia di Era, Io, io sono il dio tuo, non avrai altri…

A livello medico, psicologicamente, per adattarsi la figura deve prima negare il corpo, un corpo crocefisso che si trasforma in pietra per non sentire il dolore, medicine o non medicine è comunque un manicomio. Il nome non è forma, la causa che nega il corpo non è la gelosia.

 

scatto

La caccia.

torretto

L’idea non sempre c’è allora bisogna andare a caccia. Ogni animale creatore ha le sue tecniche, c’è chi le posta ai guadi dove passano di solito, chi va a fiuto, chi mette le trappole, chi usa il cane, chi va in branco eccetera, noi di solito ci mettiamo bene in vista ed aspettiamo e le prede non tardano ad arrivare, poi è solo questione di scelta.

L’Arte disegna la figura di una baracca piena di burattini, sollevando il tetto si può vedere dentro, un occhiata di sfuggita, idea poco interessante, una calca, lunghe file di maiali indirizzati al macello, non ci piace.

Idea nuova, fuori dalla baracca c’è una fontana che sprizza giovinezza, fresco profumo d’uovo appena sfornato, pic pic pic fa il becco sul guscio, s’apre ed esce il pulcino, un piacere vederlo piumare, il pennello del pittore sul colore delle ali, la musica del vento mentre si solleva per volare, le probabilità continuano senza direzione, senza rami per posarsi, poi si vede un’onda alzarsi dalla poesia e…

A questo punto si vede una bella pollastra avvicinarsi incuriosita, l’uccello diventa subito duro e la trafigge senza pietà.

 

farfalla

 

L’ermafrodito.

buuuu

Fiutavo quel nome, “Quanto è bella giovinezza che pur passa tuttavia”, strutturato sul “Mein Kampf” che calava profondo in una tazza di caghetta di cane piena di vermi da bere d’un fiato, s’alzava un crocifisso lugubre, saltellava sulla punta all’inseguimento della porta aperta fino all’eden…accozzaglia di bestie rumorosa rigurgitata tra rutti e scorregge, tutta la storia in un solo boccone, vacche gelose d’un sol castrone, lingua feroce, meglio odiati che fare pena.

 

macaco

Il piacere di creare.

paciocco

 

C’è un mucchio di stracci rincazzati appesi al filo d’un aquilone

stesi per aria asciugano al vento male parole su quell’incorno

vox populi vox dei parla dall’alto il dito puntato alla pustola gonfia

un mucchio di cani c’abbaia furioso il tutto nel chicco d’uno stronzo di riso…

 

Oh mala parata la mela mangiata

il male s’immola per altra mandata

sul ciuccio del tempo che s’apre alla figa

il cazzo che entra si gonfia da sé…

 

Baci e carezze d’annata scordata

s’accorda col la che suona il sofà

mentre ti sfondo davanti e didietro

con grande trombare di fuoco e…

 

Il vetro s’appanna al fiato che spreco

per dire che al nulla non devo ragione,

chi parla chi ascolta è proprio un coglione.

 

merdaccia beach

Merdaccia beach.

Voltata pagina un nuovo giorno

si mette in acqua la barchetta

si spiega la vela al vento

e la si lascia andare dove va…

 

palloni

Strip tease.

Nudo  ancora troppi vestiti

strip tease a filo di pelo

via la terra via l’acqua

con giravolte mortali il palloncino si sgonfia

su tra le nuvole s’accende il fuoco da spegnere piano

sparso nell’aria di questa canzone

le ossa di parole dimenticate

macinate riprese e calzate

morbido velluto la pelle dei sensi

si tocca una volta ed esplode nell’aria

in una pioggia di stelle

il ruggito strappato alla madre.

 

Una madre feroce la natura

unghioni e zanne di tigre

la delicatezza d’un vulcano che esplode

per riabbracciarci in un solo sorriso.

 

murazzi

Il piacere di creare.

Un tocco di magia

giocando tra le novità

astronave tra le stelle

la carrozza fatata

sul ponte dell’odio…

 

guardando bene va da sé

nulla sollucchera che il piacere di creare,

 

certo lo so

pacioccando la tua carne farei meglio,

volare,

proprio così.

 

La madre

Il valore.

enigma

 

Avevo preso carta e penna per scrivere una poesia, avevo la frase:

“Una nuvola di niente offusca…”

ero indeciso se continuarla: “Offusca l’aria…” oppure: “Offusca il cielo…” cercavo qualcosa di meno banale da farle offuscare e tra me ragionavo: “Una nuvola di niente come fa ad offuscare? Eppure questa deve per forza offuscare altrimenti come faccio a scrivere…” Guardavo le probabilità, doveva essere un niente contenuto da un hardware quindi era un software, immaginavo un campo magnetico nel cui interno, dal nulla, si udivano bisbiglii sommessi d’elettricità, non so se elettricità sia la parola giusta comunque qualcosa che aveva a che fare con l’energia però non si vedeva niente e non si poteva dire, lasciai in sospeso il complemento oggetto e mi limitai ad “Offusca…” poi scrissi il verso seguente:

“Canna rollata in un tubo di vetro

accesa con un biglietto da cento dollari trovato per strada…”

la frase era venuta così, la guardavo incredulo, è vero, qualche volta l’ho fatto, non con un centone ma usavo i biglietti da dieci mila, forse un dejà vu, era uno sballo guardare bruciare il deca, l’avevo visto fare in un film da un capitalista americano che si accendeva il sigaro appunto con il centone, cercavo di collegarlo alla nuvola di niente mentre il centone bruciava, il senso, il valore dei soldi ed il valore di chi li sa fare, i soldi si vedono, il valore invece è relativo, lo si vede solo a prova fatta, ha la forma dei soldi ma non sono i soldi, inoltre non sempre chi ha i soldi è detto che li sappia fare. Il centone era bruciato, il suo valore si era volatizzato per aria e finalmente la vidi allora scrissi il verso seguente:

“fumata alla finestra, fumo di ieri precipita nell’abisso del passato…”

Il tempo, ecco, anche lui, la frase si evolveva dalla precedente, chiusi la finestra sul deposito di Paperon de Paperoni, l’hardware scoppiò, guardai il valore di oggi dentro la bolla di sapone e continuai:

“montagna di parole brucia tra bagliori di lampi,

lastrico stampato di credenza

nudo tra la cenere

catena sciolta fuori dalla cuccia del cane…”

 

lampadina

La teologia.

la voce del padrone

 

Il tomismo, che potrebbero capire preti e suore sempliciotti tra tutte quelle parole difficili? San Tommaso per certi versi ricorda Epicuro ed il suo tetrafarmaco ed anche, perché no? sant’Agostino nelle Confessioni, solo nel titolo del libro però. La lotta tra bene e male è il punto debole di ogni religione ed ogni religione l’aggiusta a modo suo, ne consegue, come nel tomismo, un dio pentito che ha bisogno di scuse per giustificarsi dal male, guarda caso la stessa forma che prende l’io trascendente nella confessione. Non parliamo poi della prova ontologica di sant’ Anselmo, che potrebbero capire sempliciotti accecati dalla superbia d’essere più di contadini ignoranti? Specchio specchio delle mie brame chi è la più bella del reame? oppure chi è il più grasso del bestiame? o anche chi è il più ricco tra il letame?…

La figura che segue, si cura il peccato nell’effetto ignorando le cause che lo riporterebbero a Dio esattamente come fanno i medici con le medicine, chi dei due mondi rispecchia l’altro non si può dire, si vede una grande mangiatoia dove tutti pappano alla grande e tutti se ne fregano della salute di malati e peccatori, il tutto obliato dalle medicine che trasformano il corpo in una pietra insensibile, un altro burattino, una macchina da portare a spasso.

Il male non sta nell’effetto ma nella causa che provoca l’effetto.

Questo mondo è perfetto così com’è, non c’è da fare alcun cambiamento.aquilone s