La bella addormentata.

 

 

Tratto da: La bocca della verità.    La bocca della verità. (cap. 3)

 

La bella addormentata

 

Sono le nove di sera, i minatori hanno sistemato quattro potenti fari, due per parte, sui tetti delle case più alte ai margini per illuminare l’arena, altri fari disposti all’esterno intorno al villaggio sono puntati verso il cielo, le luci hanno colori iridati e vagano nell’aria in un’apparente disordine per incontrarsi ogni tanto al centro dove proiettano fasci di arcobaleni da tutte le parti. A prima vista sembra un apparato antiaereo in attesa del bombardamento, infatti sul momento, a trecento metri dal suolo, passano tre caccia Apaches dell’aviazione americana in formazione a cuneo con un rombo di tuono, compiono un giro di perlustrazione sopra il villaggio con tutte le luci accese e si allontanano in direzione di Napoli, subito dopo arriva un elicottero dei carabinieri, si sofferma per un minuto a guardare tra i fasci di luce che gli girano intorno e anche questo se ne va.

Sul soffitto dell’arena la notte è accesa di stelle grandi e piccole, tutte pulsano tremolanti in attesa. Le finestre del villaggio per il momento sono socchiuse, i suonatori sono disposti ad arco di fronte alla pista per il balletto, sul sopire cadenzato delle pale dell’elicottero che si allontana si sentono tocchi di chitarra, battiti di tamburo, qualche colpo di tosse, poi silenzio.

Il corteo della processione è in attesa fuori dal villaggio sulla strada che arriva dal cimitero, i ballerini sono vestiti di piume dai più svariati colori, le femmine con tuniche corte a mezza coscia dal petto scoperto in scollacciati decolleté oppure aperti in diagonale con un seno fuori ed anche con corpetti che cadono a ricoprire i seni e succinte minigonne, i maschi a torso scoperto, braghe attillate sopra il ginocchio o bande simili a gonnellini che coprono appena i genitali, tutti hanno penne multicolori intrecciate tra i capelli e calzano mocassini di pelle morbida da pellerossa americani.

La bella addormentata è coricata su una portantina vestita da madonna, il capo coperto, sorretta sulle spalle da quattro ballerini, davanti le sei suore in nero, coi copricapi a corno, dietro gli altri in attesa.

Teresa inizia a cantare accompagnandosi alla chitarra con pennate della mano aperta, la voce melodiosa ed aspirata e la processione si incammina verso la fontana.

 

Dolce morir di questa lama

Fiamma d’amor tra le tue labbra

Lingua piantata alla mia fama

Che in ghiaccio e furor aveva ombra.

Scioglie il dolor il sangue in vento

Parole a volar dai prati in fiore

Alle stelle lassù con ali in canto

Lacrime e risa, dei tuoi occhi il colore.

Mentre si lancia in un intermezzo di larallallà che ripetono il motivo della strofa il corteo raggiunge la fontana e Caterina viene posata sul piano disposto in precedenza.

Teresa continua:

 

                                 Dolce morir di questa lama

Dente di serpe c’azzanna il cuore

Gelo e calor della tua trama

Follia a danzar sul fuoco d’amore.

Pazza a mutar la carne in voce

La vita in sogno, del ver l’ebbrezza

Cenere muta a covar la brace

Solo per me di una tua carezza.

Dolce morir di questa lama

Che all’eterno andar il soffio chiama.

La cadenza nostalgica della lagna ha fatto venire a tutti i lucciconi agli occhi, sulle ultime parole i ballerini che la portavano hanno sollevato la gonna alla Madonna scoprendole la figa, nel silenzio che segue tutte le finestre del villaggio si aprono ed i minatori si affacciano ad osservare allibiti, poi esplodono in una risata generale, si sentono ah ah ah modulati dai bassi scorrere dai baritoni ai tenori e poi continuare nelle risate di contralti e soprani che spruzzano argentine in tutte le direzioni. Le suore si son sedute sulla base della fontana con i rosari in mano, Sherlock vestito in frac nero con le code, il violino già sulla spalla è in piedi sopra un rialzo, il nerone seduto al suo tronco tra lui e le suore, i ballerini han fatto cerchio intorno.

Le suore, timidamente, iniziano a recitare il rosario in latino, ave Maria gratia plena dominus teco… Sofia con la mano le fa cenno di rallentare un poco poi inizia a strusciare con le mani sulle pelli del tronco, fa un colpo sopito a cui segue una carezza per passare ai battenti più alti ed al fondo fa leggermente tintinnare i sonagli, torna indietro sopendo i suoni e con gli occhi fa cenno alle suore di seguirlo, quindi riprende a salire variando le battute delle rullate. Le suore hanno tonalità dal gracchiante roco al femminile aperto, recitano di getto ancora bloccate dalla timidezza, si intonano al ritmo dei tamburi prima sussurrando e poi salendo, i suoni si fondono armonizzandosi tra loro in un frusciare di onde baciato dalle voci sul tintinnare dei sonagli.

Tutti guardano Sherlock, il violino appoggiato alla spalla che con l’archetto segue i movimenti del ritmo. Regola principale per la poesia come per la musica quando si improvvisa è immedesimarsi nella parte. Con le lunghe dita affusolate della sinistra inizia a pizzicare il cantino quindi si ritrova in cima al ghiacciaio di un’alta montagna, il suo profilo spicca nella notte stellata mentre aquile maestose gli volano intorno con lenti battiti d’ala, il ghiaccio è duro, inizia in sordina con una scala in crescendo poi continua con lunghi scivolamenti d’archetto stridendo suoni alti a caso su due corde, continua la scala in discesa ed al fondo riprende a stridere doppio, questa volta basso, allunga per tutta la misura dell’archetto, su e giù, passa agli alti sempre stridendo, un lungo lamento…il ghiaccio si incrina ed inizia a sciogliersi, scivola lentamente sui suoni del violino verso il basso, arrivati al fondo incontra la roccia e inizia a gocciolare, l’archetto rimbalza sulle corde seguendone i movimenti, le gocce aumentano, si forma un rivolo d’acqua che scende zigzagando tra le rocce con acuti di violino, incontra altri rivoli e si ingrossa gorgogliando, seguono scivolamenti lunghi sulle corde con le dita per raccoglierli tutti mentre l’arco seghetta le corde screziandone i suoni ad ogni svolta, il flusso arriva ad una parete a picco e precipita in una cascatella gorgogliante che aumenta di velocità frantumandosi contro i rilievi e speroni di roccia che incontra nella caduta, i suoni accelerano poi si bloccano ed esplodono scivolando in acuti casuali per riprendersi precipitando, arrivati al fondo spruzzano da tutte le parti, si forma un laghetto, il violino ne traccia i contorni poi fa zampillare l’acqua che cade quindi continua a scendere verso la valle, ora da tutte le parti arrivano rivoli gorgoglianti ingrossando il tema centrale, il violino stride i suoni dall’alto al basso velocemente facendoli scorrere nel mezzo sempre zigzagando sulle scale, il nerone ha accelerato il ritmo, le suore ormai prese loro malgrado lo seguono, i loro suoni escono inarticolati come sospiri marcando lo scorrere del onda.

Sherlock è immerso nella parte, nessuno lo fermerebbe più, il torrente scende impetuoso ingrossando ad ogni metro con lunghe scivolate del violino terminanti con pizzicati e rimbalzi dell’arco sulle corde, dopo una sinuosa discesa torna a precipitare festante giù per un canalone, i suoni si spezzano gorgogliando, due soprani nere di carbone affacciate ad un balcone sulla piazza ne seguono la caduta con degli ah ah ah ed ih ih ih gorgheggianti e contrappuntati in sordina, altri due tenori neri sul balcone a fianco, sempre in sordina per non coprire il violino, mormorano dei mmm sospirati di sottofondo, arrivati al fondo del canalone il torrente si scontra in una pietraia disperdendosi lungo la discesa in centinaia di rivoli, il violino cerca di tenerli a bada tutti con veloci scivolate sulle quattro corde sviando ogni volta tre o quattro note per corda aggiungendo stridi da far accapponare la pelle dove l’acqua scorre più veloce, altre soprane si aggiungono marcando gli ah ah ah ed ih ih ih in sordina, finita la pietraia si riforma il torrente ancora ingrossato, il ritmo accelera, Sofia rulla con le mani su e giù facendo continuamente risonare i sonagli, le suore continuano il rosario pronunciando solo più le vocali prolungate sulle consonanti ed allungate in vocalizzi a caso sul picco dell’onda, dalle finestre del villaggio i bassi modulano lunghi oooh sospirati in sordina sopra cui scivolano quelli dei baritoni e sopra ancora i mmm dei tenori e su tutto le risate dei soprani, da ogni parte della montagna si vedono precipitare cascate argentate dalla luce delle stelle, il torrente in fondo scende dritto verso valle seguito dal violino, l’archetto passa da una corda all’altra di misura mentre le dita scivolano sulle corde velocemente in lunghi guizzi vibrati, sui bassi e sugli alti si lancia in frettolose ariette zigzaganti poi riprende a scivolare alternando brevi stridi sgraziati e volutamente stonati per contenere il fiume arrivato a valle, prosegue in una lunga corsa poi sullo scivolare melodico argentato dalle risatine delle voci dei minatori decolla in direzione delle stelle.

Il violino si è messo a parlare sull’onda del fiume che sale, le sue dita sfiorano i tasti ogni volta pronunciando cascate di scintille che precipitano seguendo a scia, arrivati sopra le nuvole, al soffio del vento cantato dai minatori continua a salire girando sul mondo, arrivati alle luci di Mosca si lancia in un forsennato Casaciò, in vista di Tokio varia il ritmo all’orientale pizzicando le corde come su uno shemisien per volgerlo ad un indiavolato boogie voogie passato l’oceano in vista di Seattle, continua così fino a New York poi tornati in Europa si lancia in un furioso can can in vista di Parigi, riprende con una tarantella sfrenata quando ormai della Terra si vede solo un puntolino.

Le stelle si aprono sui ruggiti del violino ormai impazzito, la Corale del villaggio esplode in un mare di luce, le onde delle stelle fluiscono scontrandosi con i suoni, si sollevano in un apoteosi di spruzzi, vocalizzi di soprani, trilli del violino, tintinnare di sonagli, solfeggi di tenori in un crescendo esplosivo. Tutto tace di colpo. Con una cascata di suoni zigzaganti dagli alti ai bassi il violino precipita atterrando nell’arena.

Tutta l’orchestra si è messa a suonare a ritmo sostenuto, le onde si frangono sul tintinnare di piatti e sonagli, le chitarre soliste ed i fiati si lanciano in eccitanti dialoghi in contrappunto formando cerchi musicali dentro i quali onde sinuose entrano ed escono ogni volta spruzzando noterelle a caso sui toni alti, il basso rimbomba nel gioco sfumando i picchi delle percussioni, l’organista contiene tutte le sonorità vibrando con una mano sul fa maggiore e con l’altra giocando sui tasti al movimento dell’onda, il violino si intromette negli assoli zigzagando negli spazi che trova liberi. I ballerini si sono disposti nel doppio cerchio girando al contrario, i maschi sollevano le femmine portandole in avanti in contro passo, queste ogni volta strillano agitando fazzoletti spumosi e tamburelli per aria tra strilli goduti, si vedono le labbra della figa aprirsi sbrodolando sulle penetrazioni della musica. Guappo e Bastarda in mezzo sono ai preliminari, lui in calza maglia nera con ricami iridati che riflettono le luci aderente su tutto il corpo e lei con un tutu bianco col gonnellino corto e vaporoso, lei ruota sulle punte agitando le braccia ad ali e saltando come volesse prendere il volo, lui le piroetta intorno afferrandola per la vita ogni volta che si alza per deporla dolcemente a terra e poi l’abbraccia e ruotano una nelle braccia dell’altro sempre in moto inverso sincronizzati coi giri del balletto. Dalle finestre del villaggio si vedono accendersi girandole pirotecniche che fanno piovere cascate scintillanti. Gennarino, accompagnando con la chitarra, inizia a cantare col coro dell’orchestra:

Ehilà minchioni state a sentire questa

Coro (Testa lesta pesta festa )

che cazzo ci avete in quella testa?

(Cazzo pazzo razzo lazzo)

olè, belle parole, solo belle parole

(lole fole sole sole)

fuori dal culo che c’è solo merda

(mirda morda murda marda)

cento miliardi uno più uno meno quanto fa?

punto a capo, virgola, interrogativo ed esclamativo, pausa di checcazzoneso,

abitudine tempo e fine trasmissione, arrangiamento in corso, cambiare gioco

(fuoco cazzo fuoco figa)

Una bella risata che bello palpar tette sui tetti tra le antenne a far come i gatti

Ad annusar fighe dove ci pare che tanto è oggi e domani chissenefrega.

(brutto grasso giuda frega)

Sulle parole Guappo e Bastarda iniziano le figure erotiche, lei non riesce a trattenersi dal ridere e sembra restia, lui la prende di forza, cadono a terra, rotolano abbracciati zampettando con le gambe per aria, si strusciano i piedi mentre lui le bacia il collo e lei gli arruffa i capelli con ampie volute delle braccia, si rialzano, girano con lei le gambe avvinghiate ai suo fianchi ed il corpo abbandonato che fluttua…Gennarì continua a cantare:

 

Fatta la valigia prendo il treno (cazzo figa) oppure l’aereo e se non va faccio

un salto ed arrivo lo stesso (figa cazzo) l’importante è volare sui fiori tra i rami

più su tra le nuvole (cazzo figa) un giro intorno al sole un tuffo nel mare anche

i pesci ce l’hanno (figa cazzo) e poi sopra l’onda la spuma il sorriso, giocare

danzare cantare (scopare scopare) da non poterne più e ancora a passeggio

sull’uva ubriaco di vita, (scopare scopare) giovinezza che bello, un fiume di vino

ballare cantare (scopare scopare) una festa, musica, poesia, chi tiene il pennello

ci mette i colori (scopare scopare) e la fantasia torna a volare (leccate pompini)

l’orgia e l’incendio (scopare scopare) serenata ai balconi delle stelle (cazzo figa)

tirate su sta cazzo di scala che voglio salire sui raggi di luna un tappeto volante

tempesta uragano a cavallo del fulmine una freccia nel culo del mondo (danzare cantare)

scopare scopare

Dentro la figa danzante Bastarda sta cavalcando sul cazzo di Guappo coricato a terra, al ritmo dell’onda si sollevano mentre lui le accarezza il corpo e lei ondula il corpo e le braccia, accelerano, si rialzano e si lanciano in una pecorina sfrenata, girano e lei smania col corpo mentre le ballerine strillano più forte ormai lanciate per aria ad ogni passo in una figa sempre più accaldata. Gennarì continua:

 

La tavola è imbandita, facciamo festa, mangiare

(cagare pettare ruttare ruttare)

Fuori gli uccelli dalle gabbie, poesia

(cazzo duro figa intriga)

Ballerini e suonatori s’attaccano al coro

(scopare scopare danzare cantare)

e gli altri fan la fila fin dove arriva

(cantare danzare scopare scopare)

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Sull’ultima strofa della canzone Guappo e Bastarda si sono lanciati in uno sfrenato corpo a corpo roteando e rimbalzando contro i ballerini del cerchio, sono ambedue presi nella parte, danzandosi addosso si artigliano gli abiti che in molti punti sono già strappati, infine si portano al centro e sul silenzio della voce, in un estasi finale, la poesia feconda con gran spruzzi dei ballerini che scompigliano il cerchio allontanandosi in tutte le direzioni.

Il ritmo accelera, gli assoli riprendono a duellare sulle onde, mentre nel cielo si vede esplodere qualche fuoco d’artificio le voci del villaggio riprendono i cori della canzone, si sente scopare scopare ondulare di volume dai bassi ai baritoni ai tenori poi continuato nelle vocali o a e modulate a caso in contrappunto mentre i soprani le prolungano con le solite risatine argentate aggiungendo vocalizzi acuti ed eccitati sullo spruzzare delle onde. Bastarda è rimasta sola, davanti alla fontana figura la gestazione, si scopre i seni, si scioglie i capelli che aveva legati a crocchia, se li sparpaglia accarezzandoli sul corpo poi pigiando voluttuosa e girando sulle punte inizia a gonfiare con ampi gesti delle braccia, si abbraccia e si riapre ancora più larga, con le mani si prosegue nell’aria, si riabbraccia e si riapre, quando è ormai dappertutto tornano i ballerini roteando a uova come se uscissero dal suo gonnellino.

Il ritmo accelera, sulla melodia esperta del violino gli assoli delle chitarre e dei fiati si sono abbandonati a contrappunti di fantasia pennellando l’aria di spruzzi di tutti i colori sopra i quali scorrono i vocalizzi del villaggio, un mare di musica che frange le sue onde alzandosi a fontana sopra l’arena, dal cielo anche se invisibili si vedono numerose fate arrivare volando sulle loro scope magiche, tutte vestite di veli trasparenti, atterrano sui tetti per guardare lo spettacolo. Il mare curioso si è ingrossato insinuando la sua lingua nel porto e poi su facendola scrosciare nella piazza, la ritira e la rimanda ogni volta più grande, proprio come fa il cazzo quando diventa duro. I ballerini si sono rialzati formando due cerchi separati, i maschi in uno e le femmine nell’altro, ruotano sempre al contrario toccandosi come ruote dentate in un orologio. Le due contadinelle sono uscite allo scoperto, han buttato le scarpe e scalze, tenendo la gonna sollevata, si son messe a ballare da sole la tarantella davanti ai cerchi. Guappo è in mezzo alle femmine e Bastarda ai maschi, ambedue iniziano a prendere un ballerino nel loro gruppo ed al ritmo sfrenato dell’orchestra si lanciano in figure erotiche, poi li lasciano e ne prendono altri variando le figure mentre quelli lasciati escono dal cerchio e ballando tra loro continuando il tema di scopare scopare rimbombato dalle voci del villaggio si dispongono in un ovale come un cazzo che si allunga da due balle spingendo in avanti le due contadinelle come uno spruzzo. Quando i due cerchi si sono esauriti Guappo e Bastarda si ritrovano e corrono ad abbracciarsi.

Il ritmo accelera, le percussioni hanno il ritmo di un cuore indistruttibile che batte all’impazzata, tre tu tu tum velocissimo in avanti con quarto scandito da gran fragore di piatti e sonagli e tre indietro al silenzio, a turno si lanciano in rullate frenetiche ed interminabili rimbombate sulle scale dal basso che le segue a volo coprendo i vuoti, gli accompagnamenti e l’organo iniziano la successione di semitoni questa volta suonandone quattro veloci ogni volta poi tornano indietro di tre e ne fanno altri quattro ogni volta salendo di uno e accelerando con le percussioni, gli assoli sono al trillo del diavolo, ognuno è il suo strumento e come impazzito suona per sé, suoni screziati dai distorsori, melodie che si perdono sfumando in lunghe fughe all’impossibile, lunghe cavalcate su una nota sola fatta risonare ogni volta diversa, i fiati ululano giocando sulle scale tra gli squilli della tromba alla carica, Guappo e Bastarda sono entrati tra i ballerini ed adesso tutte le coppie ballano facendo a gara a chi è più bravo allacciandosi in figure erotiche ogni volta diverse, tutte le case del villaggio sono coperte da cascate pirotecniche, nel cielo i fuochi artificiali esplodono fondendosi con il ritmo della musica in accelerazione, le voci di bassi e baritoni nei vocalizzi ondulati di scopare scopare, altri vocalizzi più acuti di tenori e risate di soprani mentre i più bravi si lanciano in improvvisazioni melodiche duellando con gli assoli dell’orchestra. La lingua dal mare si è ingrossata, sulla cresta dell’onda che entra nella piazza ci sono tritoni e sirene con il corpo squamato e la coda di pesce che danzano, ad ogni ondata ne arrivano di nuovi, i tritoni hanno torce che agitano nella mano e come i mangia fuoco sputano dalla bocca lunghe fiammate, le sirene cantano con gli ultrasuoni, il suono non si sente ma si vedono lunghe linee luminose intrecciarsi nell’aria con le fiammate dei tritoni. Le fate volano sulla fontana di musica e colori che si alza dalla piazza cantando con la voce della natura, uragani, tempeste, eruzioni di vulcano, stelle che esplodono. Le suore sedute alla base della fontana battono le mani a ritmo, due di loro si sono alzate e tenendo la sottana della tonaca sollevata si sono messe a ballare in mutandoni. Sulla fontana la bella addormentata con la figa aperta che guarda, davanti a tutti le due contadinelle che ballano sfrenate.

Salto di ottava, la musica e la corale incendiano il villaggio, un lungo getto di fuoco si alza a fontana, i ballerini han sciolto le coppie ed ora ognuno si unisce con chi gli pare ballando scatenati, molti sono allacciati a terra, si vedono piume volare da tutte le parti. L’onda del mare è aumentata e sulla cresta tritoni e sirene prolungano le loro voci intrecciando fiamme e linee di ultrasuoni luminosi che danzano sopra la fontana creando un groviglio nebuloso intorno al quale ruotano cantando turbinose le fate, due di loro scendono nell’arena e prendono le due contadinelle portandole a danzare sopra la fontana, a cavallo di un lampo accecante che saetta giù tra i fuochi artificiali che esplodono in cielo si vede arrivare Amore, nudo, ricciolino e più bello che mai con un gran cazzo duro e l’arco in mano, atterra sulla fontana tra le due contadinelle che subito iniziano a danzargli intorno festanti, ballando anche lui si mette a tirare frecce verso il cielo facendole esplodere in figure fantastiche di amplessi amorosi che si sciolgono piovendo a terra in cascate pirotecniche poi prende l’ultima, bacia la punta e senza mirare la tira dritta nella figa della Bella Addormentata.

I ballerini sono tutti sdraiati a terra allacciati tra loro coi vestiti laceri che si agitano allo stremo, i suonatori arrossati e sudati continuano a suonare ormai senza più ordine ne ritmo, le voci del villaggio lanciano un ultimo possente grido tutti insieme e subito dopo nella piazza fanno irruzione camionette dell’esercito con le sirene spiegate e altri a piedi con la divisa da marines americani arrivano dal porto, qualcuno spara raffiche di mitra per aria, altri entrano nel balletto interrompendo le musiche.

Nel silenzio che si crea si sente prima una voce imperiosa amplificata da un megafono gridare: “Che cosa sta succedendo qui?” e subito dopo la voce di Caterina, con la schiena sollevata, rispondere: “Qualcuno mi aiuti, mi sono cagata addosso.”

 

violino-bianco

 

 

La pagina dolorante

(Dal primo libro del Pianeta vergine, cap. 6)          

il pianeta vergine

 

pagina dolorante

 

 

 

Ci siamo assopiti, forse nel dormiveglia sognavamo, gli occhi aperti nel buio, il mouse era di fronte al video del pc che rifletteva il costato di Gesù Cristo sofferente e con una cerbottana invisibile gli lanciava dardi acuminati, il costato sanguinante grondava dolore che illuminava la pagina dove stavamo scrivendo.

“Il precipizio era lì a portata di mano…“ la frase ci ronzava nei pensieri e ci piaceva, intorno il filo si ricamava in probabilità eccitanti, almeno per l’Arte, vedevamo tante storie che si potevano originare dall’idea, tutto stava a scegliere quella giusta.

Riaprimmo gli occhi consapevoli del rischio, noi potevamo essere precipitati nel fondo del web ed il manicomio era conseguente, questo non poteva non essere previsto e la cosa ci rassicurava ma occorreva annullarsi in un unico attimo agente fuori dal tempo, la trascendenza valicava se stessa, il rapporto si invertiva, a trascendere era tutto il resto.

Il mouse è sul tavolo inerte come un oggetto qualsiasi e la pagina di dolore spenta, ci rolliamo una canna e la fumiamo scartabellando gli appunti dello scrittore scomparso.

Note con punti interrogativi sulla fontana, scrive di un’acqua solida ed una liquida, proteiforme, si chiede quanti sono i getti, se vanno presi in considerazione tutti o solo uno. Riflessioni sul mito di Giuseppe d’Arimatea: “Dopo la distruzione della fontana un getto viene portato e nascosto in un posto sicuro, la mappa è tracciata nel linguaggio di tutti i popoli, è associato alla spada nella roccia o è solo una variante tra tante per confondere?”

Un appunto: “probabilità fontana smontata, suoni di richiamo, riflessi condizionati, cercare nella merda e nel piscio, non capire…”

Dopo un giorno passato a mescolare merda e piscio è troppo!

Chiudiamo il libro e andiamo a fare quattro passi.

La sera è buia e fredda, l’aria fumosa raschia in gola, i lampioni accesi fan luce sui reticolati e gli scavi dei cantieri, case sparse, sentieri più o meno visibili, insegne di bar ancora aperti, dentro fumo e vocio, impossibile distinguere, grida, risse, bottiglie rotte, allunghiamo il tracciato del pensiero ed arriviamo alla piazzetta del muro.

L’albero secco, la cabina del telefono, le panchine scrostate…stamattina quando siamo passati con lo zoppo il muro non c’era ed adesso eccolo di nuovo lì, un muro inesistente fatto di nulla eppure indistruttibile, almeno all’apparenza.

Ci avviciniamo in silenzio, ancora quella vocina canta: “lallaralallarala…lalala… laralala…lala…” quel suono risveglia un ricordo antico, una pagina di dolore che credevamo scomparsa per sempre, un richiamo calamitante al precipizio, l’anima gemella al di là di un muro d’odio, non servono domande, Piramo e Tisbe, un maremoto di emozioni mancate sepolte sotto la merda della necessità…troviamo la fessurina nel muro e proviamo a chiamare, battiamo dei colpi, dei calci…la voce tace immediatamente, accostiamo l’orecchio: in un silenzio ostile sentiamo catene cigolare, grugniti, colpi di frusta, odio e di nuovo silenzio.

Per stasera non canterà più. Sediamo su una panchina di fronte al muro e gli parliamo, la necessità, la più bella sul piatto e dover rinunciare per vergogna e pregiudizio, meglio con un altro che con noi, quel che credevamo, amara decisione ma che fare?

Un futuro da cretini con la donna dei sogni, soli contro tutti, senza un soldo, inseguendo cosa? Adesso, col senno di poi, che amore sarebbe stato? E’ andata così ed ora quel muro, amo ed odi, tornare indietro rifaremmo lo stesso, quante volte l’abbiamo fatto?

Meglio con un altro che con il figlio di un postino, genio, talento, creatività per cosa? Tutto il nostro amore, se fosse qui adesso le diremmo…

“Succhiami il cazzo puttana!”

 

pomp-7

 

Baldoria

Il post.

Animazione2

 

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Altra musica.

                                       BALDORIA.

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La saga degli ubriaconi.

                           natura morta con lumini.

 

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A la guerre comme a la guerre.

L'invidia, la gelosia ed il maiale.

 

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La lingua, sborrata d’idee.

gabbiani con spruzzo di nuvole.

 

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I pappagalli, ovvero lo specchio della coscienza.

voliera dei pappagalli.

 

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Il linguaggio delle immagini.

Bisenso con raddoppio di vocale.

 

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La forma del male è il bene, tira più un pelo di fica che un carro di buoi.

Colazione, pranzo e cena.

 

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Come ci si inventa la vita giorno dopo giorno…

Leggeri, uccelli che s'alzano, fontane...

 

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La concimazione dell’essere.

Squadriglia di piccioni della Merdaccia Air Forze in fase di sgancio.

 

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Cavallo che dice la sua.

La filosofia, a buon intenitor poche parole.

 

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Il mio primo paciocco, “Agli animali artisti.”

orso
dedicato a Elena.

 

violino-bianco

 

La sirenetta. (La bocca della verità.)

 

la puzza di figa.

 

 

                                 Allestimento.

I suonatori si sono disposti formando un arco a qualche metro dalla fontana, ci sono molti strumenti a percussione di vari tipi, una batteria e poi chitarre, mandolini, il basso, un organo, un sassofono tenore ed un contralto, una tromba ed il nerone ancora in piedi col tronco sulle spalle che dondola indeciso.

Uno dice: “Non t’aspettare grandi cose, siamo abituati a suonare le tarantelle per divertirci, nessuno di noi è professionista.”

“Anche per me è la prima volta che organizzo una coreografia, un poeta per essere tale deve comprendere in sé tutte le arti e se fallissi… sarà una sfida, bisogna impostare la musica di base e poi sarà sempre quella in accelerazione progressiva fino a prendere fuoco. Restiamo nella cornice di una bella jurnata di sole, c’è il mare, il vento, il sole, sapete tutti com’è, bisogna dargli la voce calcolando che non c’è onda uguale all’altra. Iniziamo con il ritmo, la batteria farà da metronomo su cui tutti si dovranno regolare, battute da quattro quarti, ogni quarto segnato dal charleston ed un colpo di rullante a fine battuta, sempre lo stesso poi ci vogliono rullatine…come dire, l’onda è andata e ritorno, avanti, poi si sbatte contro lo scoglio e indugia, torna indietro ed altre vengono avanti, bisogna sentirle, ogni strumento sarà un’onda, gli spruzzi, il vento le solletica facendole brezzolare, il volume a livello ed a turni qualcuno suonerà più forte in modo da evidenziare sempre un onda diversa marcata sopra le altre poi c’è il sole…” con la coda dell’occhio vedo il nerone in piedi ciondolare col tronco. Continuo: “Qui si potrebbe usare la voce per disegnare i suoi raggi che si riflettono rimbalzando sulle onde e gli spruzzi, il musicista non è la musica, come esempio si potrebbe usare il metodo di Lionel Hampton quando si lanciava sul vibrafono, emetteva quei suoni addominali con la voce puramente istintivi, una cosa selvaggia, proprio come la natura che dobbiamo rappresentare.”

Il nerone rimane qualche secondo a guardare le parole nell’aria, sorride e si decide. Cala il tronco facendolo scivolare sul petto dalla parte larga, indugia qualche secondo tenendolo sull’inguine come per dire: “Guardate come ce l’ho grosso!” poi lo posa a terra, da una cavità tira fuori delle aste e monta un cavalletto con sostegni di corda, ci sistema lo strumento montandoci una pedaliera regolata sui sonagli e si siede davanti. Sulla parte superiore del tronco ci sono parti tonde e lisce ricoperte di pelle, le percorre con le mazze in successione dai suoni bassi agli alti, al fondo fa tintinnare i sonagli, rintocca battendo su delle lamine poste ai lati e torna nuovamente indietro rullando emettendo un suono di diaframma con la voce, sopisce il suono e ricomincia in crescendo anche con la voce variando la velocità delle rullate, si frange contro lo scoglio…la batteria inizia a marcare i quarti, tutti si mettono in moto, mentre provano passo agli strumenti: “Adesso bisogna dar voce alle onde, chi fa da solista con le chitarre?”

Si fanno avanti due con le chitarre elettriche guardandomi incantati. Me ne faccio dare una e facendo vedere dico: “Il principio è lo stesso, cominciando dalla corda di mi basso si scende al cantino suonando due note a caso per corda e arrivati allo scoglio si indugia svisando sui toni alti a capriccio e si ritorna, prima va avanti uno e poi l’altro, non affaticatevi troppo all’inizio altrimenti al fuoco non avete più le forze per scatenarvi, ogni volta i suoni dovranno variare, non c’è onda uguale all’altra, si può solo improvvisare come fa il mare, di tanto in tanto si deve vedere un gabbiano alzarsi dalle onde, allora continuate le svisatine con gli alti facendolo volare.”

Rendo la chitarra, i due si mettono subito a provare e si aggiungono alle percussioni.

“I fiati faranno il vento, c’è sempre un’andata e ritorno, bisogna scivolare sulle onde, spruzzare con loro, adesso il mare è calmo basteranno delle soffiatine, ci sono anche i sospiri della sirena e quando si alzerà la tempesta bisognerà ululare selvaggi, senza pietà, scatenarsi…”

I fiati iniziano, si alza il vento, le onde scorrono…

“Il basso giocherà con le onde sfumando i toni delle percussioni, le altre chitarre e mandolini d’accompagnamento all’inizio mi limiterei a qualche arpeggio e qualche pennata qua e là, dove vi frulla e poi…metteteci del vostro, fate cantare gli strumenti…l’organo terrà il suono di sottofondo, il movimento sarà dal mare al sole, quando ci sarà l’impennata finale alla luce bisognerà salire progressivamente in accelerazione di dodici semitoni come avviene prima di un’esplosione atomica e poi suonare altissimi nell’ottava successiva, per comodità con le chitarre direi di mantenerci sul fa maggiore così basterà scivolare sui barè. Quando ci saranno le accelerazioni vi farò segno.”

La musica inizia, sul momento si sente un po’ scoordinata ma mentre si affiata passo ai ballerini.

Guappo dice: “Pensavo che scherzassi ma vedo che fai sul serio, qui ci vorrebbe un corpo di ballo di professionisti, noi…”

“Storie, andrete benissimo, è proprio il principio delle tarantolate che dopo il morso si scatenano che bisogna esprimere. All’inizio Caterina starà sullo scoglio languida abbracciata all’amorino di pietra in attesa del poeta, i ballerini si disporranno su due ondate, una va avanti, si frange sullo scoglio e mentre torna indietro va avanti l’altra sui passi di una tarantella normale, allo scoglio gli uomini alzeranno le donne per fare la spuma e queste agiteranno i tamburelli ed i fazzoletti ed ogni volta dovrà essere diverso, quando vi alzano fate dei gridolini goduti come se ve la stessi leccando, sarà la musica più bella.”

Le ballerine esplodono in un boato di risate e strilli assentendo compatte.

“Bene, poi arrivi tu come un aquila, le acque si scompigliano e la tarantella accelera, ti metti a ballare nel mucchio facendo svenire tutte le ballerine che abbracci, la sirena ti vede e scende ed inizia a corteggiarti strusciandosi addosso e qui…” Guardo Caterina e le dico: “Deve essere una cosa animale, dagli delle spallate, fagli vedere che ci sei e che sei la più bella, poi tirati indietro e guarda cosa fa, il poeta non si decide ed allora torni alla carica, cerca di eccitarlo, come fanno le gatte, alza la coda, sventola la gonna, apriti, fagli sentire la puzza di figa.”

Caterina alla parola impallidisce, poi avvampa e grida: “Di quale puzza vai parlando? tu sei un mostro, prima incanti e poi…”

Guappo la interrompe: “Calmati, che ha detto? Hai mai visto come fanno le gatte? È proprio così, è solo una figura, mi piace, che ti ha già morso il ragno? Se ci fai caso è proprio lo spirito della tarantella.”

Caterina lo guarda furente, poi guarda me e dice: “Violentata dalla poesia, ebbene, ho capito, andiamo avanti.”

“A questo punto il poeta viene catturato dal tuo odore e cerca di abbracciarti ma tu non gliela vuoi dare gratis, ti deve meritare, lo devi far soffrire prima ed allora ti tiri indietro e scappi, il tuo odore deve lasciare un filo come fanno i ragni ed il poeta lo segue nel labirinto che gli creerai, sarà come Teseo che segue il filo di Arianna, i ballerini faranno…”

 

onda

 

                                    Esecuzione.

C’era una volta una figa sdraiata col buco spalancato in mezzo a due belle gambe di ballerina, dal buco esce un filo d’odore arrappante che si ramifica tutt’intorno formando una rete, come quella dei pescatori. Arriva un cazzetto volando e si impiglia nelle rete, si dibatte per liberarsi e ne rimane tutto attorcigliato mentre la figa, sbavando di fame, ritira lentamente la rete all’interno.

Dei faretti fissati su delle aste illuminano il palcoscenico, un leggero vento soffia dal mare, il profumo della spuma delle onde si fonde con quelli del villaggio e dei fiori delle colline che stanno intorno scivolando sulla musica, i suonatori ci han preso gusto e si stanno divertendo, le percussioni si frangono contro lo scoglio tintinnando di piatti e sonagli, da lontano si sentono rullatine crescere d’intensità sempre diverse e poi splash! gli assoli delle chitarre si alternano sulle onde, proseguendo sui toni alti un gabbiano si alza in volo e si lancia in picchiate e risalite duettando col vento soffiato in contrappunto dalla tromba, i sassofoni scivolano sulle onde con leggeri soffi di innamorati mentre gli accompagnamenti con pennate accennate anche queste a fantasia sulla tonalità di fa maggiore marcano i quarti battuti dalla batteria, il tutto abbracciato dalla sonorità dell’organo.

Le ondate del balletto si frangono contro lo scoglio, le ballerine sollevate strillano godute agitando sonagli e fazzoletti, qualcuna viene lanciata per aria e scende leggera roteando di spruzzi scintillanti. Caterina seduta sopra lo scoglio guarda lontano il sogno all’orizzonte del mare sospirando, con un braccio cinge l’amorino e forse inavvertitamente con una mano gli accarezza il cazzo di pietra che sembra diventare sempre più duro.

Arriva l’aquila come una cannonata, entra nel balletto scompigliandolo, mentre il ritmo accelera i ballerini si mettono a girare lentamente ondeggiando al passo della tarantella, le acque agitate sollevano spruzzi di ballerine, più in alto intorno allo scoglio. Guappo, piroettando intorno a loro fa strage di cuori abbracciandole dove gli frulla, intorno a lui s’agitano i sonagli e le ballerine toccate cascano languide tra le sue braccia per poi sciogliersi nelle acque quanto le lascia per rimettersi a ballare al passo più in là.

Caterina lo vede, rimane qualche secondo a studiarlo poi scende dallo scoglio ed inizia a ballargli intorno svolazzando la gonna come le ali di una farfalla. Guappo non la nota e continua il suo gioco allora lei si avvicina e sempre girandogli intorno voluttuosa lo struscia e spintona poi si allontana e riprende a scuotere la gonna piroettando sulle punte.

A questo punto si vede un filo invisibile uscirle da sotto la gonna e come un lazo accalappiare alla gola Guappo, questo annusa l’aria e vede Caterina, il ritmo accelera, ora i gabbiani volano più alti, i sonagli tintinnano ovunque, il vento allunga i suoi gemiti in contrappunto e le percussioni rombano scontrandosi tra loro e contro lo scoglio, tutto avviene spontaneamente, ormai sono lanciati, il balletto accelera i passi e la spuma vola sempre più alta, gli strilli delle ballerine argentano i movimenti illuminandoli d’eccitazione come se cavalcassero tori infuriati.

Guappo si getta su Caterina, lei lo respinge e piroettano intorno per studiarsi, più volte lui cerca di prenderla ma lei lo respinge sempre, l’aquila si infuria e tira fuori gli artigli, si getta per ghermirla e lei fugge correndo con la gonna agitata tra le file ondeggianti dei ballerini seguendo un movimento a spirale che dalla circonferenza si avvicina allo scoglio.

Il ritmo accelera, inizia la danza del labirinto, ora sui ritmi le aquile han preso il posto dei gabbiani e girano in tondo ad artigli protesi tutti pronti a ghermire, gli assoli di chitarra si contrappuntano ai fiati agitando le loro ali, le percussioni suonano ad occhi chiusi ormai avvolti completamente dal ritmo della tempesta che si avvicina, si vedono mazze andar su e giù, soffi di voce dal profondo uscir fuori selvaggi, il basso insinuarsi nel gioco col rombo del tuono. Nel villaggio sempre più finestre si sono aperte con minatori neri che guardano increduli, qualcuno grida da lontano con voce tenorile o con sonorità di baritono, i suoni si accordano espandendo le sonorità.

A questo punto siamo ancora al gioco e tutti si divertono, la figura di Teseo che segue il filo di Arianna, il filo continua ad uscire dalla gonna svolazzante di Caterina, i ballerini le ostacolano il cammino ponendosi di fronte, Arianna riesce a sgusciare facilmente dalle loro maglie mentre Teseo trova più difficile, balzi uno di fronte agli altri poi di qui, di là, sempre chiuso, allora si butta di forza, lotte simulate tra strilli e schiamazzi, ci vorrebbero i salti mortali, riesce a passare, perde di vista Arianna, annusa l’aria e ritrova il filo e continua a seguirla a spirale avvicinandosi al centro.

Caterina arriva per prima e incontra il Minotauro. Il ritmo accelera, ormai si sentono solo più dei tum tum ciaf alternati e marcati in successione che danno l’impressione come il suono affiatato di un unico cuore che batte dopo una lunga corsa sempre contenuti nei quattro quarti iniziali mantenuto dalla batteria con rullate vertiginose e gran clangore di piatti, fiati e chitarre nessuno li tiene più e sembrano duellare tra loro in lotte furiose, le pennate dell’accompagnamento al ritmo di una tarantella velocissima, nel villaggio ormai tutte le finestre sono aperte e sembra illuminato a festa, ai tenori e baritoni si aggiunge il gorgheggio di soprani che primo sotto il nero della fuliggine non si distinguevano. Qualcuno canta canzoni napoletane ma nel frastuono generale le voci si fondono ed anche queste non stonano.

Il Minotauro è un ballerino che tiene con le mani due lunghe corna fissate alla fronte, Caterina si ferma, guarda Guappo che si avvicina ed inizia a danzare intorno al Minotauro e quando arriva lo abbraccia. Guappo si blocca con aria delusa, fa qualche passo indietro poi si sfila dal collo il cappio e si getta nella mischia riprendendo ad aggrinfiare ballerine. Intorno a lui le acque si agitano furiose, gran sollevamenti di onde e strilli ecc. L’attenzione lo segue, allora Caterina si sgancia dal Minotauro ma questo la trattiene, le indica Guappo e poi si toglie le corna e gliele mette sulla sua fronte, lei ribatte, le respinge e glieli rimette sulla sua, il gioco si ripete due o tre volte poi lei gli dà uno spintone e lo manda a ruzzolare e si mette ad agitare la gonna smaniosa facendo nuovamente uscire il filo, Guappo lo sente, annusa l’aria e sempre tra mille ostacoli che gli si parano davanti torna da lei.

Inizia la successioni di semitoni della scala cromatica, uno ogni quattro battute da quattro quarti, il tempo per uscire dal labirinto, le percussioni sono solo rullate ed a ogni semitono accelerano, il resto dell’orchestra sembra che stia per prendere fuoco, chitarre e fiati si lanciano in improvvisazioni selvagge che si contrappuntano tra loro crepitando come fiamme, il basso tuona sopra le onde impazzite, gli accompagnamenti certi rullano con le percussioni altri impazzano pennando note ormai puramente a caso, l’organo con una mano segue i semitoni l’altra la fa scorrere sulla tastiera senza ritegno, nel villaggio oltre alle voci tonanti in aumento si vedono accendersi castagnole, girandole e cascate pirotecniche, qua e là qualche petardo che scoppia.

A questo punto l’uscita diventa difficile, tutti i ballerini hanno sentito l’odore di Caterina e impazziscono opponendosi a Guappo, sembra un incontro di rugby all’ultimo sangue però molto aggraziato, la ballerine gelose agitano le gonne piroettando e roteando sguaiate coi capelli come fiamme sollevando altri fili di puzza di figa che avvolgono il balletto in una nebbia fiammeggiante e si oppongono a Caterina, gira di qui e gira di là comunque, allargandosi in tondo sempre a spirale riescono ad uscire.

Salto di ottava, fuoco, l’orchestra ormai ognuno per sé comunque sempre contenuti nei quattro quarti, sono tutti sudati e ansimano urlando con voci spezzate, dal villaggio tenori baritoni e soprani rimbombano a tuono da far invidia al An die freude, da tutte le finestre si vedono precipitare cascate pirotecniche, botti, fuochi artificiali esplodono nel cielo, qualcuno all’esterno fa esplodere candelotti di dinamite, tutte le ninfe e le fate nel giro di centinaia di chilometri accorrono volando sulle loro scope incantante e volteggiando sopra al villaggio si mettono a cantare con la voce della natura, si sente l’uragano, il vento impetuoso, il fragore dell’eruzione dei vulcani, i terremoti, le trombe d’aria e chi più ne ha…

Caterina e Guappo, ormai presi dalla parte si lanciano uno contro l’altro ed inizia la violenza anche se non si capisce chi dei due la fa, si strappano i vestiti di dosso, morsi, schiaffi, strilli e urla selvagge, tutti i ballerini li imitano, le femmine in preda al furor bacchico si avventano sui maschi urlando e morsicandoli, questi rispondono difendendosi come possono, gli abiti stracciati volano per aria ricadendo a terra formando un tappeto multicolore su cui sembra scorrere un fiume di sangue.

Il climax è alle stelle, anche queste iniziano ad esplodere prese dal gioco inondando il villaggio della loro luce. Dal mare iniziano ad allungarsi lunghe lingue di nubi filamentose arrossate dai fuochi artificiali e dalle cascate pirotecniche sprizzando elettricità, il vento si è alzato e soffia a perdifiato sibilando tra i vicoli e sopra i tetti.

Ormai siamo fuori copione, i ballerini pesti e sanguinanti si aggrovigliano in abbracci selvaggi, Guappo è riuscito a mettere sotto Caterina, sono ambedue nudi, lei soffia e strilla come una gatta furiosa, per un attimo torna in sé, con una pietra colpisce Guappo alla testa e scappa via, corre dal nerone che in quel momento anche lui impazzito sta rullando sul suo tronco a più non posso, a schiaffoni lo fa svegliare poi tirandolo per mano corrono fuori dal villaggio.

Guappo si riprende, fa in tempo a vederli uscire dalla strada e ancora barcollante li insegue. Nessuno si è accorto di niente. Il cielo è ormai completamente ricoperto, dopo un lampo ed un tuono furioso che fa tremare ogni cosa inizia a piovere a dirotto calando il sipario.

 

fm (1)

Climax

gabbianigab

Pacioccando la tua carne la lingua tra le labbra apre il solco                 

le mani piene di latte scorre l’idea nella  bocca che addenta l’allusione

lacera la carne capelli al fuoco s’incendia l’urlo che entra squassando

solo di piacere per bere al balzo ed inghiottire

sangue anima e rugiada del mattino brilla del sole che s’alza.

.33

sole

__________________________________

                   violino-bianco                                             

Il piatto del giorno.   

 

vetrata f

Nella notte l’anello di ghiaccio al dito di fuoco strappato al vulcano

di festa e baldoria non rutta, erutta cenere spenta, ronzii di elettrodomestici

lasciati accesi per burla, si vede appena nascosto nel guano

il seme di niente fiorire una pianta di fiori infelici.

L’orizzonte una linea che gira sul piatto del tempo, pietanza farcita di sogni

si sciolgono in bocca, sapore di specchi infranti, monetine di pezza

prese in prestito alla banca come neve di manna che imbianca di grigio

scendono e spazzano, il vento che esce non suona, risuona…

Fredda la mente allinea parole, zampette di segni

stampati sul foglio al ritmo di una carezza

con inchiostro di sangue dal dovere ligio

di far del suo conto l’unica cosa buona.

ucc

fuego

 

 

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L’usanza russa.

vela

Bicchiere alla feccia

Sipario d’ore che cala al tramonto

Desiderio di frangersi

D’onda contro lo scoglio

La prua della nave

Di un nuovo viaggio.

 

baldoria

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Il guerriero

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Il tappeto volante sul tempo non muove

Scorre la vita nel video, si guarda

Tutte le cose son nuove

Nell’ attesa che tarda.

 

Voler cantar volar parola

Così taglia l’accetta

Quel che è perché la scuola

Indietro non aspetta.

 

Profumo di musica la vita suona

S’annusa al cul dell’opinione

Mentre sul picco il canto tuona

La lingua che arrotola il cannone.

 

mulino

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Romanzi, filosofia e canone.

violino-bianco

4-4Il pianeta vergine. Libro 1, 2

Introduzione al canone.  Probabilità su Atlantide.  La società preumana. La filosofia, quella vera. Il sillogismo, rivalutazione della ragion pura.

1        1) Il castello.

Introduzione al ciclo del “Cannibale interiore.”  Il contrappunto letterario.. Il libro che si scrive da sé. La sfinge. L’enigmistica del canone.

5d2) lo schifo.

La puttana negra.  La dea.  Continuazione del libro. I nostri progenitori. La società preumana, usanze ecc.  L’uccello di fuoco.

1a     3) Pubblicità.

Continuazione del libro. La manna e la tecnica pubblicitaria. Il bridge. La supercabala. Il mondo dei religiosi, apparenza e realtà. Eroina e medicine, spacciatori con e senza cravatta. Il marito ideale.

merdino   4) Il figlio del boia.

Origine del cristianesimo. La vera storia del dottor Faust.  I briganti della Lunigiana.  La leggenda del lupo.  Merdino. L’Olimpo ed il mondo dei ragni.

ciuccio    5) Il ciuccio di Lilli.

L’idea nel cassetto. Il paradiso. La guglia gotica. Zingari e giornalisti. La seduta spiritica. Lo slang di New York. Il traditore. Il fantasma di Marylin Monroe. Circe e Tommy. Il nominalismo di Kant.

la-bocca-cat  7) La bocca della verità.

Il divorzio di Adamo ed Eva.  I terroni ed i tirreni. Il poeta e l’uccello di fuoco. La malafemmina. Pietro e Caterina. Il balletto. I minatori neri. L’ovo di Napoli.

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pianeta-vergine – libro primo

pianeta-vergine-libro secondo.

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Paciocchi d’autore.

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Artificio.

 

 

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