Il cucuzzolo.

merdaccia

 

Ero a letto con una che me lo stava succhiando, la luce fioca di un’abat jour spruzzava le tinte di colori eccitanti mentre ascoltavo i gorgoglii ed i sospiri di lei, nel mentre le accarezzavo i capelli dirigendola ai punti più caldi ed intanto fumavo una canna, leggermente fuso guardavo sul muro di fronte l’ombra della sua testa andare su e giù ondulando, l’ispirazione s’alzava volando e nel piacere crescente, d’improvviso, vidi un teatrino dove c’era un burattinaio che muoveva i fili di due burattini, poi uno uccise l’altro ed il burattinaio alzò l’assassino e lo schiaffeggiò maledicendolo in eterno. Alla porta del teatrino erano affisse le locandine dello spettacolo, si leggeva:

“La noia. Opera prima in molte puntate.”

Il teatrino stava sul cucuzzolo della mentalità, aprii gli occhi che me lo stavo menando, non c’erano luci, in quel momento mi venni in bocca e glielo sputai addosso centrandolo in pieno.

 

fontana

 

 

L’effimera.

L'effimera 2

Sono un puparo o meglio lo ero perché adesso…

All’inizio giravo col carro, entravo nelle piazze col somaro al gran passo, avevo inventato tutto un ingranaggio che girava con le ruote mettendo in azione sonagli, tamburelli, campane e richiamavo un sacco di gente, soprattutto i bambini che correvano a frotte ed era proprio un piacere ascoltare i loro trilli coi miei balocchi, poi aprivo i teloni del carro con una religiosità che sembrava s’alzasse il sipario della Scala di Milano e iniziava lo spettacolo, c’era…e ci sono ancora ma adesso, come dire…vedremo più avanti, Carlo Magno sul trono e Orlando, Rinaldo e Gano il traditore, Astolfo sul cavallo alato che si portava sempre tutti sulla luna con lui e la bella Angelica, Medoro, la maga Alcina, avreste dovuto sentire come risuonavano le spade nei combattimenti e come si lamentava Orlando impazzito contro la bella Angelica fuggita col moro, sembrava Adamo cacciato dal paradiso dopo aver mangiato la mela che imprecava contro Eva.

Di imparare a memoria non m’è mai andato giù e poi mi veniva a noia, improvvisavo ed ogni volta li facevo dire diverso ma la storia era sempre quella e dopo un po’ rimasero tutti in casa a guardare la televisione ed ai miei spettacoli non venne più nessuno.

Iniziai a vivere d’aria, la fame è brutta, di fare altri lavori non ero capace ed ormai ero vecchio per cominciare qualsiasi cosa, cominciai a vendere tutto quello che avevo di superfluo anche il somaro ed alla fine mi rimase il carro come casa ed i pupi e mi rintanai in una foresta vicino ad una fonte d’acqua pura.

Con le trappole riuscivo a catturare qualche uccello e poi c’erano le castagne, i funghi, la frutta, in qualche modo tiravo avanti ma la noia, quella…la sera al buio accendevo un fuoco, c’era la musica della sorgente e disponevo tutti i pupi intorno a me, il fuoco li animava ed i loro occhi brillavano quando mi guardavano come se fossero vivi, arrostivo un uccello, sgranocchiavo qualche castagna, mi dissetavo alla fonte e poi arrivava la notte, l’attesa e la noia…per fortuna i pupi non mangiano e a loro non dovevo pensare, li pulivo, li lavavo, li pettinavo, quello sì ma m’aiutava a passare il tempo e non mi lamentavo. Quel che mancava erano le donne, di mogli come di catene non ne ho mai voluto sapere, prima alla fine di ogni spettacolo mettevo via il necessario e con il superfluo facevo il giro delle puttane, ne conoscevo in tutti i paesi e se avevo i soldi erano sempre ben disposte ma poi…ebbene, iniziai a masturbarmi, avvenne per gradi, dopo cena per non perdere il mestiere recitavo ai pupi le loro parti, tenevo in mano i loro fili e li facevo muovere come fanno gli spettatori ed anche applaudire poi forse cominciai a dare di testa e divenni furioso come Orlando, prendevo la bella Angelica e la facevo fottere con Medoro davanti ai suoi occhi poi mi fingevo d’essere lui e roso dalla gelosia li separavo e facevo mille pazzie fin quando mi misi al posto di Medoro ed allora aprivo le gambe ad Angelica e me la facevo in mille modi, ed anche Mellissa, e le maghe e me ne fregavo di Orlando e del suo senno ed intanto, senza che me ne accorgessi, tutti quei loro fili mi si attorcigliavano intorno al corpo e si facevano sempre più stretti come i miei movimenti tanto che sembravo una mummia e potevo solo più strisciare come fanno i vermi.

La fame era diminuita, m’accontentavo di poco, erbette radici, qualche lumaca… Una notte mentre attizzavo il fuoco col fiato invisibile dei pupi che aleggiava intorno dalla fonte uscì una ninfa, era bellissima, completamente nuda e completamente fatta d’acqua ma l’acqua stava su da sola, non era liquida e come mi accorsi presto la si poteva toccare ed anche…alle favole non ci ho mai creduto però per il mio mestiere ne conosco tante e la riconobbi subito, lei si sedette vicino, guardava il fuoco, rideva come fanno le cascatelle quando rimbalzano sui sassi, sembrava imbarazzata come me, la guardavo, non sapevo che dirle e lei era proprio bella, aveva un viso che sembrava un angelo, faceva volare e mi sentivo proprio innalzare per aria inoltre era estremamente eccitante, ogni curva al posto giusto, una bocca, un culo…mi venne subito duro, sembrava che comunicassimo col pensiero e lei non si fece pregare, anzi, leggera come una farfalla che si posa sul fiore mi aprì i pantaloni ed iniziò subito a succhiarmelo, mai nessuna puttana l’aveva fatto così bene poi si mise a cavalcioni e se lo infilò nella vagina, l’aveva stretta ma scorreva morbida e vellutata, ebbi non so quanti orgasmi ed anche lei, gorgogliava come fa l’acqua ed era torrente e poi rapida e tumultuosa e poi onda e mi scorreva sul corpo avanti ed indietro e non finiva mai.

Mi svegliai al mattino e lei non c’era, i fili si erano fatti sempre più stretti, i pupi ormai mi stavano appiccicati, qualcuno aveva cominciato a dipanarsi come da una matassa e tutto m’avvolgeva e non potevo far altro che aspettare la notte e la mia ninfa.

Lei veniva puntualmente ed ogni notte era spettacolo, passarono i giorni, i mesi, i pupi si erano completamente dipanati avvolgendosi intorno, sembravo proprio un bozzolo, la ninfa si posava a cavalcioni sopra e sembrava covasse, ormai l’amore lo facevamo solo col pensiero, lei mi stringeva e ci davamo fino al mattino senza fermarci mai ed al risveglio non c’era.

Un mattino, proprio questa mattina per essere precisi, mi sono svegliato che sentivo un prurito strano intorno al corpo, un energia che non avevo mai provato, un forza…provai a battere contro le pareti dell’uovo e quelle si incrinarono, feci pressione e si aprì un buco, lo allargai e riuscì ad uscire…incredibile, ero tutto un altro, nudo, bellissimo, avevo le ali e le aprì subito per volare, volai sopra mari e montagne, feci il giro del mondo, so d’essere un’ effimera e che ho solo questo giorno e adesso, mentre le ali stanno perdendo forza e sto lentamente planando a terra già vedo il ragno che mi aspetta per tessere la tela della prossima storia.

 

l'effimera

L’uovo.

uovoa

L’uovo.

L’anima della natura in un rutto sguaiato

rimbomba lontano scavalcando mari e montagne

antitesi banale tra bocca e culo

di quel che mangia e quel che è mangiato.

Peti multicolori rinfrescano l’aria

dolcezza dolente di un doppio cantare

che vergine lingua si appresta a intonare,

ama l’uccello andare a caccia

nella selva oscura che tra tante storie vede la traccia.

È fatta per mescolare sabbia e carbone

fedele gesta di un can barbone

si vede si sente si tocca

il ditirambo

per ridere e correre e precipitare

tra quelle braccia.

Untitled-2

Il web.

Visti dal passo

i monumenti

in fila per uno rompevano il casso,

son casi frequenti

pulendo stalle

di far con la merda certi momenti,

gran giri di palle

stretti di cinghia

alzano la nave fin sopra la valle,

sapore che avvinghia

parole strette

a cuocer di brodo attorno alla minghia…

Ciucciando le tette

coppate a riga

d’un paio di vacche che al diavolo  vendette

il getto di figa

venuto a tiro

falciò quel tormento come una spiga.

Solo per sfida di ogni potenza s’abbracciò al vampiro…

per aria.

 Il porco comodo.

Un filo delicato vien giù il ragno a domandare

sul tavolo pieno d’aria da plasmare

di là dalla porta stanze passate un grattacielo

di qua m’abbraccio al ragno per succhiare

il buon vino della fortuna

che mai per caso la cicala canta.

Poesia son le immagini che volano sulle parole…

Lo strucco

Lo strucco.

Grotta buia, silenzio, nessuna origine, si indovinano ombre nell’aria che volano frusciando sulla pelle nuda, brividi d’un racconto di Poe dimenticato in un cassetto, le pareti si stringono ma non si vede, non c’è luce poi si sente gocciolare, splash, la goccia tintinna monetina saputella e s’allunga una lunga lingua fino all’orizzonte, tra le tenebre pare, soltanto pare, sorgere l’alba, l’acqua scroscia distante e s’avvicina un fiume, nell’attesa s’accende una lampada nel camerino, appare uno specchio

e l’attore entra per struccarsi.

Immagini dipinte da un madonnaro sulla strada che i piedi calzati di ferro del tempo calpestano, sbiadite, semicancellate le maschere, un rotolo di carta ricoperta da scarabocchi s’allunga a tappeto, parole, nomi, frasi che si svegliano tra la polvere, qualcuna tossisce, altre starnutiscono nel via vai di macchine che s’apre alla città poi s’alza un elicottero e si vede da lontano, diventare sempre più piccolo, laggiù, il mondo.

Nello spazio aereo sulle nuvole si vola leggeri, le ali aperte, tra gli spruzzi di spuma iridati dalla poesia, solo l’attimo creativo, solo lui, la sorgente che s’alza brillando verso le stelle, un oceano di fuoco

 sull’ l’onda che avanza…

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Il callo pestato.

inculata

 

Potenza di fuoco, la realtà un callo pestato, miriadi di stelle s’accendono e pulsano, il piacere d’urlare sguaiato, fa male ma è solo un pensiero, altrimenti il peggio scorticherebbe viva la pelle e quel che sta sotto, parole si sa ma non sapere è meglio, visuale di un cornuto per corrispondenza, valle a capire ste cose, come si fa?

Un rebus, un indovinello, ebbene sia, le parole si adattano che è un piacere, un gioco di sfere tra il più e il meno e meno e più non è, per ingarbugliare meglio il gioco catene pretenziose d’essere quel che non è, il meno ed il più buttiamoli a mare, che s’affoghino, quel che resta è nulla e appare il giorno, una pagina nuova, la infilo nella macchina e ricomincio a scrivere…

Stoccazzo d’Adamo ed Eva ma sfrusciato i coglioni, ci vuole un idea nuova, menarselo per niente, ficcare ficcare in un buco nella carta nella mente tarlo che rode e schizza l’inferno sul traghetto che attraversa il fiume, acqua passata, flusso di coscienza tra il burattino ed il burattinaio, nel teatrino s’alza il sipario ma la storia non è ancora stata scritta e gli attori non sanno che dire, “mettigli in bocca il cazzo e falli succhiare, oppure in culo e dagli…che ti frega?” non si vede altro, l’ispirazione ha davanti un muro di puro nulla, assenza di idea, non c’è nel mito oppure è sempre la stessa idea che è stata riscritta, bisogna vedere quel che c’è sotto, uno sguardo nella libertà e qui viene voglia di buttare carta e penna e rinascere, gira e rigira non si vede altro però l’idea mi piace.

sega

Il gioco dell’Arte.

casa nel cuccchiaino

 

C’era una volta (ma potrebbe esserci ancora) uno stomaco cacciatore che viveva in una casetta dentro un cucchiaino da caffè. Come è fatto uno stomaco cacciatore non è facile da descrivere, bisognerebbe rispolverare l’istinto che fa muovere gli animali, le tecniche di caccia delle tigri per esempio, vanno a caccia per mangiare e solo per quello quindi deve essere lo stomaco che ne condiziona i movimenti, specialmente quando ha fame. Allora mettiamo questo stomaco come se fosse un computer con dentro uno script che ha tutte le istruzioni per preparare un succulento banchetto e che si aziona automaticamente all’appetito.

Improvvisamente sulla pagina appare uno scozzese che suona la cornamusa. Le figure vengono così, cosa centra? Ebbene, lo stomaco è un otre, la cornamusa ha l’otre quindi ecco fatto il collegamento. Lo scozzese gli soffia dentro l’aria, lo gonfia quindi lo schiaccia facendo uscire la musica dalle pive. In questo caso è così ma per il nostro stomaco che sarebbe? Una musica di rutti e scoregge, abbiamo trovato due pive del corpo, però dalla casetta si sente lo stomaco della tigre brontolare di bocca e di culo con sfiatati mugolii disarmonici, come se lo scozzese lo avesse schiacciato del tutto dimenticandosi di soffiare altra aria.

Qui ci sono due collegamenti, uno psicologico come dire quando si vive d’aria, lo stomaco della poesia perché anche la poesia è una tecnica di caccia, come i serpenti che incantano le prede prima di mangiarle, una specie di ipnotismo ed in questo caso dato che gli stomaci non vivono d’aria come le cornamuse che cosa mangia la poesia? L’altro è fisico, la cornamusa vive d’aria ma lo scozzese che la suona invece mangia quindi lo stomaco di una è strettamente collegato a quello dell’altro perché se lo scozzese non mangia muore di fame e non può più suonare la cornamusa.

La poesia ha sentito e naturalmente capito subito, la tigre ha aperto un occhio interessata, lo scozzese chi lo sa? intanto quel che scrive si lecca le dita…

 

ball 1

Albero genealogico.

albero genealogico

 

Direzione improbabile, una strada arata concimata e seminata di morti da quel nome che per primo scese dall’alto a dettar la legge, nella terra grassa si vedono spuntare i primi germogli, il sentiero si allunga a perdita d’occhio verso un futuro tracciato d’idee senza possibilità di scampo.

Male è bene, la non logica prende forma richiamando i morti che escono dalle tombe, un modello clonato in ogni cellula del corpo, silenzio mentre la palla gira solitaria al centro dello spazio sterminato dell’universo incurante di qualsiasi che, la teoria si allunga sulla strada dietro le orme indigerite vomitate dal passato.

Spogli di bene e vaghe illusioni fuori dal seminato il mistero è sorpresa, non ci sono idee da seguire solo improvvisazione sullo strumento di carne e di ossa, la pagina di oggi si apre al mattino per scrivere fino a sera così come frulla, mangiare cagare e tirare a campare, la macchina si avvia smerdacchiando tra i rovi e le ortiche dell’imprevedibile.

Male e bene non è, ieri e domani non è, solo oggi, una “ventiquattrore” leggera da portare con sé.

 

fiore solitario

Fiore solitario.

Il poeta e la ballerina.

paciocco

Il poeta e la ballerina.

Vederti e prendere fuoco è stato uno,

tu eri una foto ed io una cartolina postale,

tu piroettavi sul mio cuore con scarpette acuminate

ed io seguivo la cometa che porta a Belluno,

un lavoro rimasto a metà tra i regali di Natale…

 

Fin quando la fiamma brucia

bruceranno i nostri peccati,

nudi ci toccheremo la prima volta,

ti farò esplodere la pancia,

l’eruzione salirà alle stelle,

la lava inonderà la terra del nostro amore,

il climax esploderà nell’ ala sciolta…

 

che vola via filando liscio prima che quell’acqua diventi piscio… 

 

 

auto murazzi

Ronzinante.

Sogni di terra calpestati al suolo

da orme passate prese a fagiolo

oltre la riga che solca il confine certezza non c’è

un pacco regalo da aprire da sé

sorpresa sbirciata  aspettando quell’asso

tra le carte del poker  per fare il passo…

 

Rientro dal tempo che cantavo Dulcinea

tra il ruminar di mulini a vento

soffia quel vento sul fuoco che crea

parola musica colore in un solo momento.  

 

 

murazzi a

Il calcolo delle probabilità.

In mezzo alla piazza c’è la gabbia dov’è rinchiusa la libertà

il soffitto fa vedere il culo ogni volta che si affaccia

tutte le porte sono aperte su una strada con un cartello che dice:

“di qui si va da nessuna parte.”

Il pavimento e sotto i piedi e si cammina sopra

non andando verso dove non si può andare

solo una corda vien giù dal soffitto…

 

Gira e rigira,

le ali al fianco,

ti cercavo ma non c’era altra strada

allora m’attaccavo alla corda e dondolavo nella libertà

ed ancora dondolo dal mattino alla sera

avendo cura di non farla stringere oltre…

 

via sacchi

La gavetta.

Presa la palla al balzo una lunga fila di me

camminava a piede scalzo sulla strada del senza perché.

 

Parole

splash

gocciolano

bava d’elefante

giù

dall’alto corno

rimbalzano

bolle di sapone

saltellando

sulle nuvole

fino all’orizzonte.

 

L’arcobaleno del tempo nasce dalla pentola magica

scavata in mezzo al grembo d’una storia tragica

la paletta del croupier s’allunga e tira

 

rien ne va plus,

 

oggi ripreso non mi par vero

ma l’ora danza l’ardor che respira.

gab

Pagina di oggi.

p

 

 

paciocco

La faccia.

La macchina brontola

ingranaggi arrugginiti

sulla stradina che porta non so dove

l’attimo prima è scomparso

quello dopo è a venire

dal finestrino si vede la faccia

fresca d’inchiostro

oggi cammina sulla punta del naso

corre vola s’impenna per aria scalpita freme

quell’attimo e null’altro.

 

la faccia

 

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L’esperimento. 

Il mondo è la mia città, un accampamento di zingari in giro per l’elemosina, ci sono i papponi con pieni i coglioni ed anche i mammoni che fan gli accattoni, si mangia e si beve per non farla breve e tutto si butta nel forno per il grande ritorno. Piove la manna ogni dì anche il venerdì e questo conviene a chi si apre le vene…

 

Guardavo dalla finestra, non si vedeva un tubo ne idea di scandalo, il piatto girava sulla tavola imbandita, suonava una musichetta ma non c’era allegria, la volevo solo per me ma lei apriva i calzoni a tutti quelli a cui schiacciavo i bubboni…

 

Sia bianchi che neri e gialli ed arancioni fan file per strada davanti i portoni, si sente nell’aria non so che di pietanza condita con l’olio chiamato speranza che polli e maiali han piena la stanza…oggi lo so che è festa per niente, un sasso è la testa che sprizza scintille craniando col dire sul bello della mente, mente per dire e nulla capire c’è solo il ruttare per non morire…

 

Ecclissi di sole, un gran manicomio, un fuoco che brucia chi lascia la mancia, polvere d’amanti che han fatto vacanza in una filastrocca cantata dal caso con strimpello di naso, c’è questo e c’è quello e tutto fa bordello anche la rima che non è fatta per prima…

 

esperimento

 

 

merdaccia

Narciso e Eco. 

Sulla pagina di oggi le parole vorrebbero uscire dai margini

per volare libere dove frulla il desiderio,

l’hardware resiste, un recinto invalicabile,

allora spingono per allargare il foglio agli spazi sterminati della fantasia

tra stelle che fioriscono petali profumati

tra i peli di una fighetta umidi di rugiada appena colata…

 

Nel profondo della giungla si sente ruggire la tigre,

una processione d’ ombre segue la fiaccola sulla strada del nulla…

 

Viene la sera poi si fa notte ed il sogno continua

dentro una botte di mestruo d’annata

tutto è colore quel che suona la banda

la vita in un bicchiere scavato di feccia

camminando nel foglio tra le parole la guardo venir fuori

la mia poesia…

 

Merdaccia

 

Mangiafuoco

L’uccello di fuoco.

Una pagina vergine nella macchina da scrivere

profumo di carta tra le gambe tornite che s’aprono adagio

le dita accarezzano i tasti alle prime parole

il tocco è la lingua che parla allungandosi golosa

all’idea che zampilla d’un tratto.

 

Sfrigola lo scheletro in tutti gli ossicini

il piacere dell’essere pieno di rogne pruriginose che cantano allegre sull’aria del metro

s’ingrossa il fiume che porta alla tempesta

grida di gabbiani in volteggi curiosi

tutt’uno col gatto che si mangia il topo.

 

Sul dunque la punta penetra feroce

vapori di sangue piovono dal  pozzo in tutta quell’arte presa nel trip

vaga la mano solleticando il di dietro

musica di arcobaleni tra le due rive

splendido insieme di quell’odio chiamato amor.

 

All’ultimo rantolo sfila tra i rulli il foglio sfondato

palla di carta per il cestino

un’altra vergine c’è da infilar…

 

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Il segno

il segno

 

Il segno è una linea tra il chiaro e lo scuro, lo diceva sempre il professore di disegno al liceo, mi ha lasciato l’occhio clinico infatti in un dipinto è la prima cosa che guardo cioè se le linee sono fatte ad Arte oppure a rigacce.

Il difficile viene quando si cerca di individuare questo segno, nella figura si vede bene, prendendo come origine i lati esterni la linea finale dello scuro al centro non è la linea finale del chiaro, ne consegue che il segno può essere ambedue le linee finali oppure trovarsi tra esse. Le probabilità sono discutibili quindi non certe.

Nell’identità di Fichte il pro ed il contro si identificano al centro, come dire tra meno cinque e più cinque e tra meno cinque e più cinque c’è lo zero. Su questo ragionamento il segno è una linea zero, quindi non esiste oppure non è una linea tracciata, cioè una rigaccia. Nella logica pura il nome non è forma, questo significa che se non è forma è nome quindi il segno è una parola, lo si può solo nominare.

 

pallone

Fantasia.

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Fantasia,

dolce cremosa

con panna e ciliegine piccanti

la tua pelle,

mordicchiando le tette

scorre il latte

fiume di sangue effervescente,

nutriente

e l’immaginazione vola sul vulcano,

un’eruzione spettacolare

in cima al pennacchio ancora noi,

stuzzicandoci qua e là,

spiluccando uno ad uno

è e non è

di questo sogno.

La goccia

Fili di ragno tessuti a pelo

col ciuccio in bocca assaporo il veleno

gusto squisito senza ricordi

oblio

il lago infinito nella goccia fatale

senza paura il guerriero va per la sua strada

lingua acuminata, pungiglione letale

fuori dal tutto

uno.

il pungiglione.

gatto

L’idea.

Non c’è idea che non sia già stata usata e trita da almeno duemila anni,

l’idea è la creta da plasmare

e come la creta è sempre creta l’idea è sempre idea,

cambiano le mode, i vestiti ma chi li veste rimane nudo,

le costellazioni del mito nel data base di un computer di carne,

l’immaginazione,

anche le parole son sempre le stesse,

una manciata di lettere come mosche in un pugno da aprire…

 uccellino

D ja vu

Dejà vu.

Palcoscenico d’incanti

tinto al canto dell’uccello che le ali aveva di fuoco

preso al gioco sul più bello che scintille fanno amanti…

Brucia cera alla parola che fa il sole al grande salto,

tutta l’acqua che l’arsura rovesciò su quell’incauto,

ancora arde in quella scuola d’altro canto nella sua sfera…

Ogni luce è il sol momento, un sussurro a fuoco spento,

giù il sipario nel camerino

per un ultimo cannino da fumar fino al mattino…

Cos’è stato? Solo un sogno nel candore di un bambino.

merdaccoa