I livelli del pensiero.

Livelli

Era il periodo dell’imbarchino, bello per certi versi e brutto per altri, comunque quella notte mi ero ubriacato a morte, avevo fumato a più non posso ed avevo anche sniffato un quartino. Ricordo vagamente che avevo cercato la macchina ma non la trovavo e allora m’ero seduto su una panchina e poi in un modo o nell’altro mi ero addormentato. Era quasi l’alba, al Valentino l’aria si stava schiarendo, gli uccelli avevano cominciato a cantare…

Mi svegliai a mattino fatto per il rumore di un camion che stava caricando i rifiuti. In quei giorni stavo leggendo Bucowsky, non è che mi piacesse tanto, ce l’aveva a morte coi negri, con gli ebrei e con i ricchioni, sembrava di sentire parlare Hitler, una mentalità radicata nella letteratura americana, però mi aveva rotto i canoni ereditati dal liceo del eroe all’Andrea Sperelli, borghese e dandy facendomi scoprire una tecnica nuova che mi stava rivoluzionando il modo di scrivere. Aprii gli occhi con questi pensieri, forse era la continuazione di un sogno, avevo un leggero mal di testa, nausea e mille altre cose fastidiose ma il pensiero andava per conto suo e lo ascoltavo, avevo collegato il filone che dalla moglie maiala di Bloom nell’Ulisse di Joyce passava al parassitismo montmartriano di Henry Miller, Parigi, l’Irlanda e poi l’America e Bucowsky era tedesco, fiutavo anche influssi dalle trasgressioni di Oscar Wilde che però essendo ricchione non doveva piacergli, non ci vedevo il nesso e in quel momento mi accorsi di un nero, giovane e vagamente effeminato, vestito con sandali, jeans attillati pieni di buchi ed una camicia a fiori aperta sul petto glabro dove pendeva una lunga catena con un crocefisso appeso. Il viso truccato con labbroni, un grosso naso, occhi cerchiati, orecchini e capelli ricci tinti di rosso.

Si vedeva chiaramente che era un travestito, subito i miei pensieri cambiarono e si misero a battere a campana contro i ricchioni, che cazzo vuole questo? Come me lo tolgo di torno? E così via, quello intanto si avvicinò e mi chiese in un italiano stentato se sapevo dirgli dov’era Porta Nuova. Provavo repulsione, in un angolo della mente si insinuò un pensiero nuovo che diceva che quella mentalità non era radicata solo in America, per un attimo scorsi le suore al catechismo ed il prete poi e quindi la Bibbia, gli impestati di Sodoma inceneriti nei forni dell’ira divina e gli indicai automaticamente la strada da prendere senza guardarlo in faccia.

“È molto lontano?” chiese ancora lui.

“Neanche un chilometro.”

“Allora ho tempo… il treno parte alle undici e poi…” si mise a ridere e continuò: “Non ho neppure i soldi, tu…che hai fatto stanotte? Hai una faccia…però non sei malaccio, se mi dai ventimila lire ti succhio il cazzo, che ne dici, sono brava.”

La proposta mi inorridì, non ho mai avuto niente contro i ricchioni, forse è una cosa che bisogna cominciare da bambini, neanche me l’avesse chiesto un cane, per me ognuno è libero d’essere quello che gli pare ma ognuno al suo posto e gli risposi malamente d’andare a rompere i coglioni a qualcun’ altro.

Lui imbronciò gli occhi e dondolando sulle gambe, con voce in falsetto, continuò: “Sei cattivo, ne ho proprio bisogno, devo essere a Milano nel pomeriggio, dammi almeno qualcosa.”

I miei pensieri cambiarono ancora e questa volta si scagliarono contro gli accattoni, provavo un fastidio indicibile che la nausea ed il mal di testa acuivano all’insopportabile, gli dissi ancora di andarsene, invece lui alzò una spalla e si sedette sulla panchina. Odorava di sudore misto a non so quale profumo, aveva la pelle nera degli africani ma il viso incipriato lo facevano sembrare uno zombie.

Ero disarmato, dalle narici scendeva ancora il gusto dolciastro della roba e la nausea era aumentata, avevo voglia di vomitare, provai ad alzarmi ma lui mi trattenne e disse: “Tutte le parti sono comprese nell’universale, tu ti credi superiore a me?”

Le sue parole mi stupirono, i pensieri cambiarono ancora e questa volta si buttarono sulla filosofia, lo guardai negli occhi per la prima volta e gli chiesi: “Hai letto Hegel?”

Lui rise e ribatté: “Mi sembri il tipo che si ferma alle apparenze, che ne sai di me?”

Andavamo avanti rispondendoci a domande e risposi: “A me piace farmi i cazzi miei e questo ti basti.”

“Va bene, a me piacerebbe proprio fare il cazzo tuo e lo farei con molto amore…”

Ancora… di natura non sono scortese, quello che aveva detto mi aveva colpito e non volevo più trattarlo male allora tirai fuori il portafoglio per dargli qualcosa e togliermelo dai coglioni.

Guardai dentro: “Contando gli spiccioli m’è rimasto un dieci mila, te li do ma lasciami in pace.”

Non era vero, avevo appena finito un lavoro e ce l’avevo gonfio, ma dieci mi sembravano sufficienti.

“Così?… sei proprio un bel tipo, però se me li dai li prendo ma…non mi va di averli gratis, credimi, tu ce l’hai con quelli come me ma che ne sai, hai mai provato?”

“No, non mi interessa.”

“Parole, mi vorresti dire che sei un ipocrita ben pensante?…se non l’hai mai fatto prendila come un’esperienza nuova, dieci mi bastano, tu tieni gli occhi chiusi, non guardare, faccio tutto io. Poi ti sentirai più leggero, vedrai… noi lo facciamo meglio delle donne perché loro non ce l’hanno e non lo conoscono altrettanto bene.”

La repulsione si era allentata e la proposta mi stuzzicava, in quel momento i pensieri si erano zittiti ma sentivo un diavoletto tentatore che mi incitava da in mezzo alle gambe. Lo guardai bene, aveva il corpo flessuoso, non dimostrava più di vent’anni, il viso femmineo, le labbra che sembravano fatte apposta. Rimasi un attimo in silenzio e poi gli chiesi: “Siamo in un parco, è pieno di gente, dove lo vorresti fare?”

Lui indicò un grosso cespuglio che cintava una fontana e rispose: “Andiamo là, tu ti sdrai e lasci fare a me, sarò uno zuccherino, ti farò vedere le stelle.”

“Va be’, andiamo.”

Ci portammo dietro la siepe, mi fece sdraiare nell’erba e iniziò subito a massaggiarmelo da sopra i pantaloni con tocco delicato ed eccitante. Mentre mi sbottonava la cerniera disse: “Adesso chiudi gli occhi, dev’essere una sorpresa.” E con la mano me li fece chiudere.

A occhi chiusi sentivo le sue carezze sul corpo, aprì la cerniera e lo tirò fuori, ce l’avevo duro come un mattone, sentivo che lo massaggiava e la cosa era estremamente piacevole, poi non sentì più niente, rimasi un minuto in attesa e riaprii gli occhi, lui non c’era più, mi alzai di scatto e lo vidi in fondo alla strada che correva, istintivamente portai la mano al portafoglio, naturalmente era scomparso.

Ormai era troppo lontano per rincorrerlo e di fare chiassate non sono il tipo poi…bella figura ci avrei fatto se l’avessi raccontato. Nel parcheggio vidi la mia macchina, mentre la raggiungevo facevo i conti, nel portafoglio non tenevo i documenti, ci avevo rimesso duecento mila ma in banca ne avevo ancora qualche milione, mentre mettevo in moto, non so perché, mi mise a ridere.

 

imbarchino
 

imbarchino sul Po.  (scatto notturno)

 

On the road.

torino

Il canarino.

Tutto il giorno sulla riva

a guardare l’altra parte

il foglio bianco e le parole

sul trenino delle fiabe

volare tra sogni oscuri

desiderio da canarino, la gabbia aperta…

Manichini

La pozzanghera.

Scoprono doppio a pelar patate

tutte le strade che portano a nulla

alitar la testa di cazzo

fuori dall’acqua che piove dal tempo

non c’è frase da datare

c’è un dito per contare

uno

poi s’apre tutto il fiore al suo profumo.

Voluttà d’essere, tu sei la mia pozzanghera

da cui bevo

e sol mi beo.

La pozzanghera

cul de sac

Cul de sac.

Serata in garçonnière al lume di una bougie,

lei stava in un quadro appeso alla parete,

anima di trementina profumava il male tra le gambe,

il bene guardava da lontano e non vedeva niente,

allora allungava la lingua, sussurrava paroline dolci,

miele gocciolava dal favo ed il male ascoltava e beveva…

 

una cascata di vetro baciata di sole,

era il tramonto e si sentiva una musichetta

venir su dal boulevard,

entrava dal buco della serratura

ed il male danzava piroettando nella cornice,

la strada proseguiva sui tetti insieme ai gatti

e le tegole battevano l’ali fino alle stelle.

 

C’era silenzio ma brillava

abbracciato al bene nel cul de sac

La scala

Casualità

Casualità.

Casualità,

un giorno qualsiasi ne freddo ne caldo,

il centro esterno alla circonferenza cammina in mezzo,

tigre spelacchiata adocchia i bocconcini per strada,

giungla spietata, vietato mordere,

ingrigito a cazzo chino

il ruggito romba tuono nel vento agli abissi deserti,

sopito l’eco risuona pernacchia

allora torna il buon umore

mentre le ore macinano alla sera.

Crucci, pensieri, apro il frigo, m’accontento e godo…

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La libertà.

porta

 

Quel giorno ero al Valentino seduto all’ombra di un salice piangente vicino ad una fontana e stavo leggendo il racconto “I sette piani” di Buzzati, ero arrivato a metà e già avevo intuito come sarebbe andato a finire, cominciavo ad annoiarmi e guardavo in giro, poco lontano accovacciato tra l’erba c’era un chitarrista che suonava cantando ad alta voce, proprio in quel momento diceva:

 

“Bella che stai alla finestra

guarda quell’ombra che cammina in strada

dritta e feroce è la sua spada

tutta per te ribolle la minestra…”

 

rimasi un attimo a meditare sulla rima della minestra che mi sembrava eccessiva quando senza preavviso mi ritrovai davanti uno specchio, mi assomigliava vagamente e senza chiedere il permesso si sedette accanto, appoggiò la schiena al tronco e tirò un sospiro di sollievo.

Può sembrare strano ma quello fece proprio così, ero imbarazzato ed anche infastidito, stavo per alzarmi e cambiare posto ma lui mi prevenne dicendo: “Aspetta, sono venuto per parlare d’affari, qual è la cosa che ti interessa di più, esprimi un desiderio.”

Lo specchio era di vetro come son fatti gli specchi ma questo oltre a parlare aveva una particolarità non facile da descrivere, era al contrario, non si vedeva dall’esterno ma dall’interno, era la prima volta che guardavo dall’altra parte e mi intendevo poco di anatomia. Comunque le sue parole mi stuzzicarono, rimasi a pensare un attimo mentre il chitarrista cantava:

 

“Giù per la china ho trovato il fosso

seguendo il passo delle sue scarpette

profumo di latte, sembravano tette

invece era acqua tinta di rosso…”

 

e risposi: “Mi piacerebbe avere un sacco di soldi!”

Lo specchio rise e ribatté: “Che cosa te ne fai dei soldi?”

“Quello che mi pare, la libertà.”

“La libertà posso capire…” continuò lui, “ma i soldi, guarda.”

Sullo specchio apparve un nababbo pluri miliardario che si stava contorcendo a letto per il dolore con intorno uno stuolo di medici che lo assistevano e più in là i parenti tutti inginocchiati in lacrime che pregavano sottovoce implorando la sua morte per poter ereditare.”

La cosa non mi sorprese e dissi: “Questo è un caso limite, che centra, sei forse un cinico? Tutti prima o poi si deve morire, questo si sa ma nel frattempo…e sì, nel frattempo…”

Non mi fece conclude la frase, nello specchio apparve un tavolo ricoperto di tasse da pagare mentre stavo discutendo col commercialista su come imbrogliare il fisco, subito dopo volando come pipistrelli nella notte nuguli ululanti di paure sotto forma di ladri, rapinatori, assassini, ecc. e nel mentre mi stavo ricoprendo di fili spinati che sembravo una mummia acuminata.”

“Questo è quello che fanno i bischeri!” esclamai, “Per me sarebbe diverso…”

Lo specchio rise e continuò: “Ne sei sicuro?”

Guardai la probabilità, in effetti si ramificava in una serie di effetti fastidiosi che mi piacevano poco, rimasi un attimo indeciso ascoltando il chitarrista cantare:

 

“Bella che stai alla finestra

là sulla strada che porta al sole

prendi con te queste parole

che volan deste sulla via maestra…”

 

poi dissi: “Forse hai ragione, allora cos’è la libertà, senza un soldo non si cava un picco, è come stare in prigione, tutte le cose che si sognano, è un inferno!”

Lo specchio sbuffò una nuvoletta sarcastica e disse: “Già, hai centrato l’argomento, che cos’è la libertà? C’è molta confusione sull’argomento, un nome la cui forma non è di facile interpretazione, per saperlo bisognerebbe chiederlo a lei.”

“A chi?”

“Lei, la libertà, vuoi che non sappia che cos’è?”

“Dove si trova questa libertà?”

Proprio in quel momento il chitarrista cantò:

“Cuore che intendi senza pensiero

quel che il momento ti porta a fare

solo te stesso tu puoi amare

e ogni attimo che ti par vero…”

Il buco nero.

buco nero

Il buco nero.

Vaga la storia di quella pazza

che per gli anni dimenticò la giovinezza

e si ridusse filo a parlare dentro una tazza,

oh quella bocca quanto l’ho amata, carezza

la lingua la lingua sua  su quella fiamma

che di tutta la vita ha fatto dramma.

Or tra le gambe si muove il filo,

entra parola nel fiato grave

a cercar di te nel pozzo amaro,

una poesia creata a stilo

solo per far di fetor soave

tutto quel dì che sempre ho caro.

Dentro la fiamma ce ne son mille

ancor che bruciano e fan faville…

ruota panoramica

 La ruota panoramica.

Nella realtà i piedi per terra assaporano il fango,

gusto della Terra, di madre, di vecchio…

giù giù radici invisibili penetrano le viscere,

pozzo profondo d’automi di carne, 

lì nascosta c’è lei, l’antica, la fonte di ogni natura,

allo specchio sorgente di ogni pensiero,

un flebile rivolo d’acqua maleodorante…

Così sei diventata fontana d’eterna giovinezza,

giocavamo bambini tra i pali e le vigne

ed ora una voce morente,

il centro del cerchio forato dal compasso piantato…

Musa dolente,

poesia fischiata dal buco di Tisbe,

parlami ancora,

un’ altra farfalla da colorare e far volare tra i fiori,

piangere o ridere è meglio ridere,

la ruota panoramica gira il suo tempo,

il nostro è arrivato, la stazione alla posta… 

città

La città.

Tigre mosciata s’ingrigia il pelo a caccia di chimera

non c’è dente per affondare non c’è unghia per graffiare

c’è la lingua per leccare tanti bocconcini

sul trenino delle vie.

Cala la scala giù dal pensiero tant’anni creduti nella favola,

vive la realtà sulle sue gambe un giorno allegro

per esser solo ma in buona compagnia.

un passo alla fossa

Senza parole.

Senza parole un esile filo s’appiglia la vita

un passo alla fossa scavata di fresco

profumo arcano dell’essere nulla

un piacere mai provato

tizzone spolverato sotto la cenere

s’attizza

al nuovo giocattolo…

passeggiata

Portafortuna.

 

get on

Get on.

Una manciata di lettere buttate all’aria aprivan le gambe,

era senza mutande coi peli biondi e profumava di vetro di nuvola e di…

musica era la voce,

attirava il ferro arrugginito nel fondo della vita.

La scala si alzava sopra un mare di nulla,

saliva,

non si vedeva la fine mentre la lingua leccava,

con delicato piacere le lettere erano l’acqua che spegneva quel fuoco. 

cretino

La figura del cretino

Colazione da Tiffany,

letto morbido, vaporoso,

mentre una succhia il cazzo l’altra offre il seno,

puro latte di vacca americana.

Isola misteriosa il mattino,

vola alla sera sull’ali del gallo che canta nell’aia,

doppio senso ma con discrezione la figura del mondo che alza la cresta.

il naso

Il naso.

Sogni e speranze han lasciato le stanze

odio e amore han perso sapore

gli anni son qui in un unico dì

vissuto per caso alla tira del naso.

Tempo sepolto in un chicco di riso

allegretto con andante deciso.

Luna

 Il manicomio.

Girando intorno al mondo il mondo gira l’hula hoop

l’anello del bardo che canta la storia alla luna

dentro le stanze del manicomio rime spaiate dal lupo giocondo

richiamo di sogni per l’ombra bruna

salta il tappo nel buco della fontana

schizza follia effervescente

ogni bollicina un’ illusione che fa splash,

per fortuna…

Quadrifoglio

 

Pagina bianca.

Pagina bianca

Le figure del canone, una serie di passaggi obbligati, il poeta pittore e musicista, si va a naso quindi il profumo, si dice fiutare la pista ed ecco apparire l’immaginario collettivo, per il momento non suona, si vede un armadio baule pieno di abiti rosi da tarli che rodono, le canne dell’organo attaccano la Toccata e fuga in re minore di Bach, solo il nome ed a questo punto appare un immenso cimitero sulla luna, figure aggiornate di fuochi fatui che danzano sulle tombe ognuno la sua storia, potrebbe avere inizio dalle figure della mitologia classica, Giove and company, ogni popolo ha i suoi, nomi diversi applicati alle stesse forme che poi si evolvono ad oggi con le facce trasmesse dai media. Dico potrebbe perché potrebbe essere più antico ma per il momento limitiamoci a questo.

L’immaginario è un universale immaginato quindi trascendente, come ogni buon filosofo sa l’universale è formato da parti, un patchwork tipo la tela di Aracne, in questa si vede la cripta buia di una chiesa, una luce fatua sul fondo, l’organista tocca, si vede un imponente crocefisso con J.F. Kennedy inchiodato com’era prima della morte, tutto come al solito, la corona di spine, la ferita al costato, la fascia lurida e insanguinata che gli copre il “pacco”.

Di fronte inginocchiata c’è una suora in tonaca nera, la si vede di spalle, sembra che stia recitando un rosario ma non si può dire con certezza perché biascica le parole come se fosse senza lingua. Sequenza, si avvicina al crocefisso e gli addenta i coglioni sotto la fascia poi scuote la testa avanti ed indietro come se volesse staccarglieli, smette qualche secondo e la si sente pronunciare più volte con astio acido e rancoroso: “Traditore!” e riprende ad addentarlo e tirare,

Il crocefisso non è affatto una statua, sembra proprio carne viva, muove la testa gemendo a denti stretti e con voce soffocata dal dolore dice: “Perdonami… tornerò e ti salverò…”

La suora non sembra ascoltarlo e continua a mordere, un movimento statico puramente onirico così come potrebbe sognare una mummia morta da millenni, a questo punto mi deve aver sentito, la suora smette di mordere e gira la testa verso di me.

Nella penombra del cappuccio si vede un volto scheletrico con la pelle sottile ed incartapecorita, il naso rientrato, la bocca un grumo, gli occhi infossati con sul fondo due pallide luci che tremolano. La suora si tocca il viso poi con voce stranamente giovane e civettuola, in inglese americano che per comodità traduco in italiano dice: “Di che stai parlando? Guarda come sono bella, nessuna è più bella di me!”

Dopo la toccata la fuga, su una linea melodica si vede Rea Silvia sepolta viva che accusa Marte di averla sedotta, su questa si vede l’inferno però non quello immaginario, quello reale.

“Chi sei?” le chiedo.

La suora con uno strillo molto femminile di sorpresa risponde: “Come, non mi riconosci? Io sono Marylin Monroe, la divina!”

Guardo le probabilità e continuo: “Qui non esistono specchi?”

Lei con voce questa volta roca e cavernosa ribatte: “Di quali specchi vai parlando? Tu piuttosto, che ci fai qui?”

“Sono venuto ad ucciderti.”

“Ah ah ah!” ride lei, “sono già morta e lui…” indica il crocefisso, “ha promesso che verrà per portarmi in paradiso ma…è falso, un bugiardo…tu non sai…”

Kennedy dalla croce ha aperto gli occhi, con voce pietosa e supplicante ripete: “Perdonami, tornerò e ti salverò…”

La suora lo guarda, alza una spalla indifferente e con occhi diventati più luminosi torna a rivolgersi a me. Con probabilità da manicomio dice: “Sono contenta che sei venuto, adesso non sarò più sola. Lui…” mormora una bestemmia sotto voce e continua: “Anche tu all’inferno, lo sapevo che saresti venuto qui, quando sei morto?”

Ignoro la domanda e probabilizzo: “Una parola che non muore, quando te lo disse l’ultima volta?”

“Che cosa?” chiede lei, leggermente allarmata.

“Che sarebbe tornato per salvarti.”

La suora guarda il crocefisso poi gli si avventa contro e gli morde furiosamente i coglioni gridando: “Traditore, traditore!”

Tasto delicato, con cautela ribatto: “È inutile che mordi, quei coglioni non esistono, non li ha.”

Lei si scosta dal crocefisso tremando, mi guarda e con voce mielosa dice: “Allora vuoi che lo succhi a te?… sono brava a succhiare cazzi, lo faccio anche ai… tiralo fuori, che aspetti, ti faccio un pompino all’americana, non c’è nessuna più brava di me a farli.”

“Di quale sogno stai parlando? Non ho voglia di sprecare parole con una vecchia rincoglionita, quando te lo disse l’ultima volta?”

La suora si passa una mano scheletrica e rugosa davanti agli occhi, dondola il corpo per qualche secondo e risponde: “Me lo disse…mi pare…forse stavo guardando la televisione, c’era lui e parlava dei ragazzi in Vietnam, poi mi guardò fisso e lo disse, disse proprio così, che sarebbe tornato a salvarmi…poi…ci fu un esplosione, la televisione…esplose e…poi…mi ritrovai qui…da allora…”

“È avvenuto tutto per televisione, cose che ti sognavi, lo hai mai visto di persona?”

“Certo, veniva tutte le notti, mentre dormivo, si infilava nel letto e poi… io…nessuna lo…” si interrompe e si mette a singhiozzare.

Continuo: “Eri malata di nervi, non riuscivi più a lavorare, ti avevano abbandonata tutti e avevi il corpo che si riempiva di grinze e cuscinetti, ci doveva essere un dottore…”

“Oh sì, anche lui e qui, è un angelo bellissimo, sta su in paradiso, ogni tanto me lo fanno vedere, nell’ora d’aria, sai, qui…mi vergogno tanto.”

“Hai avuto un figlio da lui?”

“Questo è un segreto che non sa nessuno, chi te lo ha detto?”

“Si vede nella figura, il figlio di dio, lo hai saputo qui, però tu sei ancora vergine perché avevi…”

“Se sai già tutto perché insisti?…”

È vero, infatti ci sarebbero tante cose da aggiungere ma si apre una porta e nella cripta si accende una lampadina sul soffitto, entrano due infermieri neri africani grossi e muscolosi, la sollevano per le ascelle e dicono: “Per oggi basta così, sei stanca, ora devi riposare.”

Senza dir altro la trascinano fuori, un corpo esangue, privo di qualsiasi volontà.

Nella cripta rimasta vuota l’automa crocefisso ripete: “Perdonami, tornerò e ti salverò!” ai muri che rispondono l’eco.

Rintocchi.

spina

La data.

Disegnata sul muro ti leccavo tra le gambe

mentre mestruavi l’idea digerita,

sangue era l’intonaco,

sapeva di mattone e calce e stucco,

polvere di anni scorreva insalivata

giù per la gola in fondo al pozzo,

tu sgorgavi innocente di colpa

e musica era il terremoto,

colore il fuoco del vulcano,

poesia la lingua che sognava…

 

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La lampada di Psiche.

Unto dal fuoco colato giù da chi per rimanere vergine partorì dal culo una porta chiusa

burattini sugli scaffali, gli occhi spenti, guardano

poltiglia d’anni la botte piena gonfiar l’aria del pallone viscido pensiero sulle tombe calpestate,

tra gli intestini bisbiglia il verme tentatore,

le punte della ballerina danzano sul cuore sanguinante del sogno

fuoco contro fuoco si spegne la fame di te,

la sete della tua acqua, la brama di carne…

la tua bocca  parla tra le gambe mentre la lingua lecca e rilecca

tra gli scaffali non un grano di polvere s’alza al vento.

 

barbagianni stellare

Sognatore,

lettere di cera scritte sull’ali del frullo

Cercan tepore tra le stelle brulle

In fin di riga dove il punto trilla…

 Il guerriero

Il guerriero.

Sul campo di battaglia budella insanguinate sparpagliate

s’attorcigliano intorno alle gambe dei soldati

altre teste rotolano altre budella si sparpagliano nel clangore di spade,

incuranti le mosche festose al banchetto chi divora chi depone uova,

oltre la mischia acquattate le iene in attesa

più su avvoltoi ad ali aperte ruotano offuscando il sole,

buio il fiume di sangue che scorre all’inferno.

Spiccioli nel borsellino tintinnano spenti,

rotola la boccia al pallino,

il tempo cammina sotto i piedi,

il guerriero pettina grigio e guarda l’orizzonte il sole al tramonto.

 fiori

Il convitato di pietra.

Il convitato di pietra

 

Tempo fa ho conosciuto uno che era un fervente buddista. A quei tempi frequentavo l’università di filosofia e nei giorni caldi andavo al Valentino col cane, cercavo un albero con una bella chioma e mi sedevo alla sua ombra per ripassare la lezione. Preparavo un esame su Epicuro che a quei tempi mi affascinava e stavo leggendo il De Natura di Lucrezio quando lo vidi.

Stava seduto a gambe incrociate sui bordi di una fontana, era vestito con una tuta dal colore giallo sbiadito, scalzo, teneva il busto rigido e le mani abbandonate sulle ginocchia, completamente immobile. Sul momento mi sembrò una statua ma ero alle prese col “Clinamen” che non riuscivo a capire, tutti questi atomi vomitati da Democrito che giravano per aria combinandosi a caso deviavano, fin qui ci arrivavo ma non capivo perché e mi figuravo un formicaio con le formiche atomi e poi cercavo di collegarci il Clinamen e vedevo che comunque andasse le formiche andavano sempre in cerca di cibo e questo non deviava dalla regola eccetto quando venivano catturati dai ragni ed in quel caso era proprio un caso e oltretutto periodico.

Fu per un incidente che ci conoscemmo, il mio cane gli si avvicinò, lo annusò e visto che rimaneva immobile alzò una gamba e gli pisciò addosso.

Assistetti alla scena senza dir nulla, avvenne tutto in un attimo, lui sgranò gli occhi per la sorpresa, impiegò qualche secondo per riprendersi dal trance poi si alzò in piedi di scatto inveendo contro il cane.

Quello naturalmente, seguendo la legge causa effetto propria dei cani venne subito a ripararsi da me così non potei fare finta di niente come faccio di solito ed in questo modo avvenne la deviazione che portò i nostri atomi ad incontrarsi ed a quel punto avevo capito il Clinamen, ero entusiasta e quando lui si avvicinò con aria furibonda gli diedi una sonora pacca sulle spalle per la gioia senza misurare le forze che lo fece sobbalzare e cambiare espressione.

Non essendo abituato di natura a chiedere scusa e sempre preso dall’entusiasmo gli dissi: “Perché gli atomi mangiano e non avendo fame mutano la causa di necessità e se ne vanno a cercare altre!”

Quello doveva avermi preso per un pazzo, si massaggiava la spalla con aria intimorita e si allontanò di qualche passo, poi mi indicò i pantaloni pisciati e stando sul chi va là mi chiese che cosa doveva fare.

Aveva gli occhi a mandorla, non ho mai capito se fosse cinese o giapponese o chissà che altro perché qui si assomigliano tutti, aveva braccia e gambe leggermente arcuate, i capelli neri con la frangetta e gli occhi accesi d’orgoglio, nell’insieme sembrava una scimmia.

Senza pensare gli risposi: “Semplice, te li togli, li lavi alla fontana e poi aspetti che asciugano.”

Mi guardò incredulo poi scoppiò a ridere istericamente e lacrimava, intuivo che in lui c’era qualche rotella che non girava al suo posto forse per via del Clinamen e per fargli vedere d’impulso mi levai i pantaloni, ci pisciai sopra e poi andai alla vasca per lavarli.

Il cane ci osservava incredulo, lui rimase ancora stupito, poi assentì col capo e si levò i suoi per fare altrettanto. Mettemmo i panni al sole poi ci sedemmo su una panchina in attesa che asciugassero. Era di poche parole, in quel primo incontro disse che stava seguendo una pratica di meditazione Zen, era in cerca del Nirvana, della pace interiore, del sommo bene e cose del genere. L’argomento si adattava a Epicuro, il tetrafarmaco, la super medicina, gli chiesi se faceva uso di droghe, lui disse che non era una medicina ma un abbandono dei sensi che portava ad una dimensione che non si poteva capire fin quando la si raggiungeva e finimmo l’argomento fumandoci una canna.

Continuammo a vederci per circa un anno, sempre al solito posto, lui faceva le sue meditazioni mentre studiavo e nel frattempo il cane gironzolava per pisciare contro gli alberi o annusare il culo agli altri cani sotto gli sguardi allarmati dei loro padroni.

Quel giorno era inverno, durante la notte aveva nevicato ed il parco era tutto bianco, sembrava di marmo. Il buddista era accovacciato  di fronte alla fontana, immobile come al solito. Ripulii una panchina e mentre il cane si scatenava in cerca di avventure olfattive aprii il libro che stavo studiando, è passato tanto tempo, mi pare fosse “Al di là del bene e del male” di Nietzsche.

Passarono un paio d’ore, smisi di leggere e guardai verso di lui. Era sempre al solito posto immobile, c’era un piccione che gli si era posato sulla testa e lo beccava tra i capelli e si sentiva risuonare un toc toc toc vuoto che mi preoccupò. Mi alzai per andare a vedere, il piccione volò via ma lui rimase immobile con gli occhi chiusi. Lo toccai per svegliarlo, la mano incontrò un corpo duro, pietrificato, una statua! Non riuscivo a crederci, forse mi stava facendo uno scherzo e lui era da un’altra parte a ridere, guardai intorno ma non c’era nessuno, arrivò il cane ed incurante alzò una zampa per pisciargli nuovamente addosso, lo cacciai con una pedata poi facendo finta di niente mi allontanai.

Da quel giorno non lo vidi più, che fine abbia fatto lo ignoro, forse aveva trovato quello che cercava, il Nirvana, una statua di pietra incurante del gelo e del caldo.

 

valentino

About the time.

I giorni passati.

I giorni passati, perchè conservare le cicche?…

Le sborrate di Dostoevskij.

la mummia

Una montagna di libri, autori vari,

le sborrate di Dostoevskij

tra l’altro macinavano gli occhi con denti di tarli,

il tempo le ondate di sabbia si frangeva contro le piramidi del morto indigerito

nello stomaco di Crono,

il morto parlava, raccontava una storia, sempre la stessa e musica invisibile

suonava la giungla al cancro che gonfiava sotto la lingua,

nei meandri del tubo il fantasma di Quetzalcóatl ancora diceva: “Tornerò”

il serpe alzava la testa comprimendo il rutto all’ultima parola,

usciva fiato d’indemoniato e non scaricava…

I morti aspettavano il giro di chiave per uscire dalle tombe,

in fila tra i piani della libreria allineati l’esercito suonava le trombe,

i piedi battevano la marcia il tamburo alla terra…

c’era anche il dottor Faust assorto in bagno nella diarrea di Goethe

e Mefistofele dirigeva a bacchetta.

Sulla cima più alta l’aquila pronta a ghermire, che delusione, un semplice verme nella mela bacata…

 

pinocchio

 La vacca dei miei sogni.

io

L’uccellino del cucù

pensiero suonator di corda vocale batte sul timpano giocando al cacchione

musica di vacca rapita in estasi sopita canta la filastrocca gnocca

 incocca una freccia l’arco teso senza mira colpita al cuor della tensione

fili e corrente un fulmine il ciel sereno mammelle sode

il latte è sangue vino di giornata novello con brio.

Giungla spinosa nel cranio rapita gli occhi del bove si guarda all’antifona…

 cucu[3]

 

La pazienza.

la pazienza

 Il progetto,

sorge il sole al mattino per la solita pizza da cuocere al forno,

un giro l’idea una corsa alla sera,

poesia queste inutili ali non decollano,

nell’aere negato non c’è volo

lungo l’attesa nel silenzio dei sensi…

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L’isola del tesoro. 1 il vulcano.

pozzanghera

Il vulcano.

Siamo al tramonto, il mare è calmo, gli squali sono rimasti al largo come se avessero paura di avvicinarsi, se ne vedono chissà quanti agitare le code nell’acqua e fare un sacco di spruzzi, anche gli uccellacci non si sono avvicinati, volano alti sopra i pescicani e ogni tanto qualcuno si allontana girando intorno all’isola verso il lato opposto.

A parte il rumore della risacca ed un borbottare sommesso del vulcano c’è un silenzio, come dire?… non lo so, proprio non mi viene il paragone. L’isola è circolare, una vaga forma conica, a gradoni, ricorda una torta nuziale, in cima sale a picco verso il cratere, un tubo con la bocca che pare scolpita con la forma di un culo da cui esce una lingua di fumo che sembra pennellare nell’aria liberando nuvolette dalle forme curiose, si vedono pentole, piatti, posate, vassoi, bottiglie, bicchieri, fa quasi pensare a qualcuno che sta preparandosi la tavola per cenare, stanno un po’a volteggiare per aria e poi svaniscono salendo verso il cielo.

Il mare intono all’isolotto e cosparso di scogli, certi levigati dall’acqua altri anneriti e spigolosi e si vedono numerosi rottami di navi più o meno recenti. La spiaggia invece è liscia, sabbiosa, intensamente gialla con riflessi arancioni dovuti ai raggi del sole al tramonto che sembrano turbinarci sopra, sale dolcemente per un centinaio di metri dove incontra il primo gradone, questo ed altri successivi sono ricoperti da una fitta vegetazione, per lo più cespugli ed alberelli dal fogliame verde intenso, quasi luminoso, pieni zeppi di frutti dai più svariati colori, anche il profumo, sto iniziando a sentirlo, dolce e amaro, inebriante, calamitante, a chi ha orecchie anche nel naso dà l’impressione di un canto ammaliatore. Tra gli alberi non si vede traccia di vita e questo mi stupisce, sento quel pizzicore sulla pelle che mi viene quanto intorno c’è qualcosa che non va… i gradoni successivi fino alla cima sono rocciosi, ripidi, si vedono molti luccichii come se fosse cosparsa di specchi o pietre preziose. Reprimo l’impulso di tuffarmi per andare a vedere, la lingua del vulcano proprio adesso ha sbuffato una nuvola che sembra un forno con dentro un maiale che gira allo spiedo, la cosa mi piace poco però mi ha fatto venire fame, tutte quelle acciughe m’hanno messo una sete…quei frutti invitanti…però la sera sta calando rapidamente, si sta facendo buio, meglio aspettare domani.

Per ingannare l’attesa studio la situazione, adesso il troncone è arenato però se il mare s’agitasse potrebbe riportarmi al largo e poi che ne so di maree, meglio premunirsi, prendo una grossa corda raggomitolata sulla prua, la fisso e poi salto su uno scoglio vicino e la lego bene. Tornando a bordo mi accorgo che saltando di scoglio in scoglio si può arrivare alla spiaggia senza toccare l’acqua, cento metri, una corsa…proprio in questo momento il vulcano si mette a brontolare, sembra un lungo rutto a stomaco vuoto…le nuvolette adesso hanno la forma di bocche tutte che sventolano una lunga lingua rivolta verso di me come se leccassero… hmmm, questa cosa mi convince proprio poco, meglio approfittare della luce che resta per organizzarsi a passare la notte.

Rientro nello stanzino delle acciughe per preparare una branda e qui trovo una nuova sorpresa. Il barilotto è aperto e ricordo bene che prima di uscire lo avevo chiuso, inoltre la scatola di gallette è scomparsa e questo è proprio un mistero. Provo a gridare: “C’è qualcuno?” ma nessuno risponde. La stiva è sempre piena degli air bag gonfiati, nell’oscurità m’accorgo che sull’angolo del pavimento c’è un cunicolo che penetra nell’ammasso dei palloni rasentando la parete, provo a guardarci dentro ma non c’è luce e non si vede niente però sul fondo sembra di sentire il rumore di qualcuno che sta sgranocchiando gallette, un suono flebile come un rodere di tarli.

Avessi almeno una pila ma ficcarmi in quel buco al buio proprio non mi va, troppi problemi, solitamente quando è così e non so cosa fare faccio niente, abbranco una manata di acciughe e con la pinta di rum torno sul ponte, trovo un posto comodo per sedermi e mi preparo a passare la notte sveglio, meglio non fidarsi.

Il cielo si è riempito di stelle e stanno tutte ruotando lentamente, piano piano, proprio sulla perpendicolare dell’isola, un’immagine incredibile, lasciano tutte una scia più o meno chiara e nell’insieme sembrano le pale di un elicottero in volo, che idee mi vengono. Il vulcano continua a fumare le sue nuvolette dalla lingua, dal cratere esce un bagliore rossastro che le illumina, forse si è addormentato e sta sognando, si vedono delle ballerine nude piroettare intorno ad un laghetto dove sta nuotando un cigno, poi i vapori si fondono e le ballerine diventano una con le ali del cigno, danza qualche secondo e si divide in altre due più piccole, il cigno riappare e si aggrappa ad una esibendosi in un rapporto sessuale alla pecorina come fanno gli uccelli mentre l’altra si corica, prende la forma di una suora e si allontana…volteggiano qualche minuto e svaniscono verso le stelle. Non so perché mi viene in mente Elena, una rapita da Paride e l’altra che in una variante del mito viene trasferita in Egitto, una suora, una vergine… sembra il sogno di un marito cornuto…

La lingua del vulcano pennella una nuova figura, questa volta si vede una nuvola informe dividersi in due, una diventa un toro maestoso che si mette a scalciare e sbuffare fiamme dalle narici, l’altra un uomo nudo e muscoloso con un grosso cazzo in tiro, usando il cazzo come clava colpisce il toro fra le corna facendolo inginocchiare sulle zampe anteriori poi lo prende da dietro e lo incula, il coito va avanti qualche minuto ondeggiando verso l’alto poi anche questo svanisce. Qui non mi viene in mente niente ma in qualche modo si deve collegare alla prima.

La lingua adesso si è ridotta, con un’ultima pennellata sbuffa la figura di un uccello che non ho mai visto con le ali infocate di bagliori e scintille, anche questo volteggia aereo qualche minuto poi scompare, per il resto della notte sbuffano vaghe figure di cigni in volo ma devo essermi addormentato perché mi sono svegliato ed è già mattina.